VARI 12/9/2009, 12 settembre 2009
ARTICOLI VARI SUL DESTINO DI ALAN TURING, L’INVENTORE DELLA MACCHINA USATA PER LA DECODIFICAZIONE DEI MESSAGGI CRIPTATI TEDESCHI. TUTTI DEL 12/9/2009
FABIO CAVALERA SUL CORRIERE
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – Più di mezzo secolo c’è voluto per chiedere scusa al grande matematico londinese Alan Turing, uno dei pionieri dell’intelligenza artificiale, vittima di un caso clamoroso e tristissimo di omofobia, condannato alla castrazione chimica e suicida nel 1954 per disperazione.
Giustizia e riparazione a tanta distanza di tempo appaiono anacronistiche e quasi inutili espiazioni davanti alla storia drammatica di un uomo straordinario e di un sublime ricercatore al quale l’Occidente anziché offrire il giusto tributo per avere, egli, contribuito in modo decisivo alla sconfitta del nazismo con la decodificazione di «Enigma», il linguaggio delle comunicazioni segrete dei tedeschi, ha riservato l’umiliazione di un processo ingiusto per atti osceni e il lungo purgatorio destinato agli eroi del sapere che cadono vittime del pregiudizio più brutto.
Ma il giorno della pubblica e dolorosa ammenda per ciò che questo scienziato ha dovuto sopportare sia in vita, allorché fu costretto a subire la discriminazione per la sua omosessualità, sia dopo l’atto estremo col quale si tolse la vita, allorché la sua memoria fu coperta dal silenzio e dall’indifferenza, quel giorno con l’inchino rispettoso sia pure tardivo era comunque necessario che arrivasse. Lo chiedevano scienziati e semplici cittadini, attivisti del movimento gay e intellettuali: Gordon Brown non ha voluto rimandare e ieri con un articolo sul Daily Telegraph ha restituito l’onore e la dignità che spettano a uno studioso che ha segnato la storia della scienza nel ventesimo secolo. «A nome del governo britannico e di coloro che vivono liberamente grazie al lavoro di Alan, sono fiero di dire: perdonaci ».
Non possono essere scuse formali: Alan Turing, che oggi avrebbe novantasette anni, non ha famiglia, non ha eredi, non ha nessuno al quale presentare l’omaggio della riabilitazione e del riconoscimento. E’ un atto individuale, quello del premier, che si fa però interprete della vergogna inconscia e collettiva per avere le istituzioni dello Stato democratico atteso 55 anni prima di saldare il «debito di gratitudine» con lo «scandaloso» matematico laureato al King’s college di Cambridge.
Alan Turing era un genio fuori dalle convenzioni e ha pagato tutta la sua «anormalità » caratteriale e anticonformista: indossava la giacca del pigiama anziché la camicia, metteva la maschera antigas quando circolava in bicicletta durante la stagione dei pollini, cuciva a maglia, legava con un lucchetto al termosifone – come ha ricordato Piergiorgio Odifreddi – la tazza del tè per paura che gliela rubassero, giocava a tennis nudo sotto l’impermeabile, discuteva sul raffreddore che affligge Dio.
Al rigidissimo sistema accademico inglese non piaceva per questi e tanti altri motivi, così pur es- sendo un maestro della mente restò a lungo seduto sulla panchina assegnata agli assistenti di complemento anziché accomodarsi sulla poltrona dei professori di ruolo. Però, l’intelligence di Londra, durante il conflitto mondiale, lo ingaggiò per decifrare i codici coi quali comunicavano i comandi nazisti e Alan Turing penetrò in quei segreti che rivelavano i piani militari di Adolf Hitler. Fu dalla criptografia e dalla criptoanalisi, dalla necessità di gestire una quantità impressionante di numeri e di combinazioni che maturarono le elaborazioni scientifiche posteriori e la progettazione dei primi computer. Alan Turing è stato il «profeta dell’intelligenza artificiale».
Aveva un’intimità inconfessabile per quei tempi. Da ragazzo aveva amato un coetaneo ed era stato un sentimento pudico e profondo. Col tempo, per difesa dalle convenzioni sociali, cominciò a cercare la compagnia di strada, nascosta e furtiva. Era ormai quarantenne e uno dei suoi compagni della notte gli rubò il portafoglio. Lo denunciò e si autodenunciò rendendo pubblica la sua sessualità. Lo condannarono per atti osceni, nel 1952, grazie a una testimonianza: la sua. Alan Turing aveva testimoniato contro se stesso. E gli prospettarono l’alternativa fra la prigione e una cura ormonale. Scelse questa «punizione» che gli fece crescere il seno.
Da giovane studente lo sentivano ripetere in modo ossessivo l’incantesimo della strega di Biancaneve. Sconvolto dal processo prese una mela, la mela della strega, e morsicò: l’aveva inzuppata di cianuro. La giustizia inglese lo aveva umiliato, gli aveva violato il corpo. E il Times nel necrologio parlò di «incidente».
L’inchino di oggi assolve la coscienza ma, purtroppo, non cancella la storia.
Fabio Cavalera