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 2009  settembre 17 Giovedì calendario

SFILANO GLI ARRABBIATI


I motori sono già accesi da un paio di settimane. Le transumanza delle modelle dalle agenzie agli showroom degli stilisti è come sempre estenuante. Prove di trucco e parrucco, scene isteriche per gli orchi da accorciare. E poi la classica polemica sul calendario: dal 23 al 30 settembre va in scena Milano Moda donna, o Milan Fashion week, per dirla nel linguaggio globale, e alla vigilia delle sfilate c’è chi chiede di cambiare giorno e ora. Dolce & Gabbana, per esempio, per rispetto della festività ebraica tanto cara ai grandi compratori americani hanno deciso di slittare di un giorno incuranti delle sovrapposizioni con una veterana del made in Italy come Krizia. «Hanno il calendario da luglio, potevano pensarci prima. I ragazzi sono molto creativi, anche nel fare caos» commenta Mario Boselli, presidente della Camera della moda, artefice del calendario.
L’impresa non è da poco, visto che gli show saranno oltre 80, circa 14 al giorno, dalle 8 di mattina alle 9 di sera. Ma è anche vero che le sfilate servono a vendere: la presenza di buyer e giornalisti è fondamentale. E purtroppo, dati i tagli ai budget delle testate, la permanenza delle redattrici di moda si accorcia e molti appuntamenti vanno disertati. Il malcontento monta.
Tutto segue un copione le cui pagine sono ormai un pò ingiallite. Eppure, molte cose sono cambiate. L’indiscusso direttore di Vogue America, Anna Wintour, è in amministrazione controllata, non può più permettersi di buttare all’aria un servizio costato magari 100 mila dollari. L’imperatrice dell’obiettivo, Annie Leibovitz, la fotografa più pagata della storia della moda, è sull’orlo del fallimento e i fatturati delle maggiori case del lusso globale non brillano certo. La moda forse non è più di moda e soprattutto è cambiato il modo di acquistare gli abiti, gli accessori, secondo una logica estetica in bilico fra le ansie globali e la personalizzazione che fa la differenza.
«Sono passati quarant’anni dagli esordi di Milano vende moda» ricorda Corrado Peraboni, amministratore delegato della Fiera Milano Expocts. «Urgeva qundi un progetto nuovo che rinnovasse l’immagine del prêt-à-porter italiano. Abbiamo pensato a una rassegna aperta al pubblico, dove le altre eccellenze italiane, come il design, l’arte e il cibo potessero dialogare. Un restyling di sostanza più vicino all’attuale svolta di mercato che è costata l’eliminazione di quelle aziende che non rispondeva più ai nuovi criteri».
Anche la sede sarà diversa, la nuova manifestazione si terrà infatti al Portello di Fieramilanocity. Una ventata di novità che poco convince Mario Boselli. «Milano vende moda cambia nome ma non so se cambia i contenuti. Intanto facciamo una distinzione fra il prêt-à-porter alto, che è quello degli stilisti, e uno più basso che è fatto dai cosiddetti prontisti. Io sarei felice se Milano avesse successo nell’ambito dell’abbigliamento femminile non griffato, ma non è così. Il primato lo detiene Parigi con i suoi 2500 espositori. Comunque il problema della moda italiana è quello della successione: i nostri stilisti sono grandi, ma anche di età». Polemiche, aziende che non fanno sistema, stilisti senza eredi… «Per fortuna che ci siamo noi del fast-fashion» ironizza Alessandra Lombardini, vicepresidente del Centre Box, ente che raccoglie i prontisti del made in Italy, in tutto quasi 600 aziende. «Agli inizi si copiava, poi nei primi anni Novanta tutti ci siamo dotati di uffici stile, abbiamo assunti ragazzi che vanno in giro per il mondo a captare idee. la nostra forza è la flessibilità: consegniamo diverse collezioni e tutte della stagione in corso. Ormai il consumatore è informato e non è più così provinciale da volere a tutti i costi apparire griffato. Mischiare alto e basso: questo è il nuovo stile». E quest’anno l’aumento del 9,2 per cento delle vendite dei capi non griffati ne è la testimonianza.