Giornali vari, 7 settembre 2009
Anno VI - Duecentoottantasettesima settimanaDal 31 agosto al 7 settembre 2009Boffo Dino Boffo ha lasciato la direzione di Avvenire giovedì 3 settembre
Anno VI - Duecentoottantasettesima settimana
Dal 31 agosto al 7 settembre 2009
Boffo Dino Boffo ha lasciato la direzione di Avvenire giovedì 3 settembre. Dimissioni irrevocabili (erano già state respinte due volte) e lettera al cardinale Bagnasco, presidente della Cei, cioè dei vescovi italiani. Comincia così: «Da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L’attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano Il Giornale guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da Libero e dal Tempo, non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani». Seguono considerazioni amarissime sull’«autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico», sulla «colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata», sulle «gerarchie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda» e sul «vanesio irresponsabile [che] ha parlato a vanvera». L’unico a commentare la lettera, con parole commosse, è stato Giuliano Ferrara sul Foglio che ha definito la campagna di Feltri, «devastante episodio di rappresaglia immoralista». Il lettore prenda nota della seguente stravaganza: Boffo, amico del centro-destra; Feltri, amico del centro-destra; Ferrara, amico del centro-destra. Boffo si è dimesso anche dalle direzioni di Tv2000 e di Radio Inblu. Ha invece mantenuto la carica di consigliere dell’Istituto Toniolo.
Autolesionismo Tra i misteri che il caso lascia dietro di sé c’è quello che l’ex direttore di Avvenire classifica con il termine di ”autolesionismo”. Avvenire ha partecipato alla campagna sui presunti festini del premier con estrema prudenza (tre risposte del direttore ad altrettante lettere). A parte un eccesso (forse) in un editoriale di Marina Corradi, ha mantenuto una linea tutto sommato sobria anche nella faccenda degli immigrati. Insomma, l’Avvenire di Boffo ha sostanzialmente sorriso al governo di Berlusconi. Il suo referente politico, cioè il cardinale Ruini, ha avuto un rapporto solido col centro-destra e ha sancìto con fermezza il divorzio dal centro-sinistra quando il governo Prodi si mise in testa di varare la famosa legge sui Dico (Prodi andò proprio in crisi, quella volta, e solo apparentemente per una faccenda di politica estera). Dunque, il Cavaliere, dando in testa al responsabile di Avvenire, si sarebbe dato la zappa sui piedi mettendo in pericolo un rapporto fino a prova contraria essenziale per la sopravvivenza di qualunque esecutivo, quello con la Chiesa. A meno che non sia vera la versione che fornisce con insistenza l’entourage del presidente del Consiglio: Feltri, coperto d’oro e messo a capo del quotidiano di famiglia per tagliare i costi e aumentare le vendite, ha inventato uno scoop colossale per ridare lustro a un prodotto in affanno. Berlusconi è stato preso in contropiede e Letta ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per ricucire (ci sarebbe riuscito, in effetti: domenica scorsa, a Viterbo, è stato ricevuto per 55 secondi da Benedetto XVI ed è venuto fuori dall’incontro con un sorriso smagliante).
Gerarchie ecclesiastiche che si fronteggiano Le «gerarchie ecclesiastiche che si fronteggiano» esistono ufficialmente dallo scorso 25 marzo. Il cardinale Angelo Bagnasco venne eletto presidente della Cei e ricevette dal cardinale Bertone, segretario di Stato in Vaticano, cioè primo ministro, vale a dire vice del Papa, una lettera di congratulazioni che conteneva la seguente frase: «Per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche, assicuro fin d’ora a Vostra Eccellenza la cordiale collaborazione e la rispettosa guida della Santa Sede, nonché mia personale». L’assicurata «guida della Santa Sede» annunciava in realtà al neo-eletto che i rapporti con la politica italiana sarebbero stati guidati, da quel momento in poi, non più dai vescovi italiani, ma dagli stranieri della curia pontificia. Alberto Melloni ha poi spiegato che questa è la linea generale di Benedetto XVI: depotenziare il centinaio di episcopati radicati nei territori di tutto il mondo e accentrare le scelte politiche e di schieramento a Roma, in modo evitare che la Chiesa Cattolica risulti alla fine una federazione delle Chiese di tutto il mondo. Il caso Boffo ha attraversato questa problematica gigantesca per il fatto che quindici anni fa lo stesso Boffo venne messo al vertice della comunicazione cattolica dall’allora presidente della Cei, Camillo Ruini, un dittatore che Wojtyla aveva lasciato fare e che ora è (quasi) in pensione. Rimuovere Boffo ha significato far avanzare la linea di Benedetto XVI, cioè segnare una vittoria della gerarchia ecclesiastica che si occupa del mondo sulla gerarchia ecclesiastica che si occupa dell’Italia.
Vanesio Ma è stato il Papa in persona a volere le dimissioni di Boffo, che sulle prime sembrava intenzionato a non spostarsi nemmeno di un centimetro? Sì, certamente sì. E lo affermiamo non solo in base a parecchi indizi, ma soprattutto perché ce lo ha confermato, nel secondo di due articoli fondamentali per comprendere l’intera vicenda, il numero uno del giornalismo cattolico, cioè Vittorio Messori. « indubbio che è venuto da colui che è pur sempre il Primate d’Italia, oltre che vescovo di Roma, l’input, o almeno l’accettazione, per le dimissioni di Dino Boffo dalla galassia dei media cattolici. Quotidiano nazionale, televisione nazionale, 200 radio in ogni regione: una concentrazione di potere anomala […]». Nel primo dei suoi due articoli, uscito alla vigilia delle dimissioni, Messori aveva criticato l’imprudenza di Ruini, reo di aver lasciato al suo posto un uomo che era incappato in un incidente come quello di Terni. Un uomo, quindi, ricattabile. E lo diciamo, ha scritto Messori – certamente il ”vanesio” di Boffo – «con la nostra fraterna coprensione».
Colossale montatura Quanto alla «colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata», c’è il fatto che le parole di Messori e la volontà del Papa fanno supporre che i fatti accaduti siano più simili alla versione di Feltri che a quella di Boffo. Il quale non ha voluto chiedere e rendere pubblico il fascicolo giudiziario che lo riguarda, unico modo sicuro per sbugiardare definitivamente le cronache del Giornale.
Libertà di stampa Una delle eredità della vicenda riguarda infatti i giornali e il giornalismo: che cosa si debba scrivere, se sia giusto indagare sulla vita privata delle persone, se sia ingiusto indagare sulla vita privata delle persone a meno che la vita privata non sia quella del presidente del Consiglio, eccetera. Soffriamo qui della mancanza di un giornalismo autenticamente popolare (alla maniera della stampa pop inglese) dove il privato dei potenti, chiunque essi siano, possa essere raccontato senza troppe storie. Perché il privato dei potenti, incluso il privato del presidente del Consiglio, deve necessariamente essere, e giustamente, oggetto di cronaca, anche la più feroce e barbara. Invece quando questa funzione viene svolta apparentemente a caso e da giornali che si vogliono politici, e che magari appartengono allo stesso premier o a uno dei più grandi nemici del premier, sono inevitabilmente guai. Ma darsi un sacco di arie (e vendere poco) è malattia cronica dei nostri quotidiani.