Stefano Semeraro, La stampa 7/9/2009, 7 settembre 2009
SORPRESA MELANIE RIPOSTA MIGNON ALLE WILLIAMS
La Piccola Speranza Bianca ha i denti piantati sul torneo. Sorride e digrigna, lampeggiando gli occhi azzurri da sotto la visiera: «Mi è sempre piaciuto competere. Sia che giochi a tennis, a carte con mia nonna, mi importa una cosa sola, vincere. Non sono una che si arrende, il punteggio non conta. Se sono sotto 6-0 5-0 non mi scoraggio. Continuo a combattere. Sono nata così».
Erano dieci anni, dal primo successo qui di Serena Williams nel ’99, che il tennis americano vedeva nero. O comunque vedeva grande: la gigantessa Davenport, Roddick (quasi un metro e novanta), adesso i due pivot Querrey (1 e 98) e John Isner (2 e 06). Melanie Oudin, da Marietta, Georgia, Usa, invece è piccola e pallida - 1 metro e 67 per 59 chili - un giocattolino biondo e feroce animato da un’energia altamente riciclabile: la fede.
A Wimbledon aveva fatto fuori quella piagnucolona della Jankovic, poteva sembrare un caso. Qui in una settimana ha messo in game over prima la Dementieva, poi la Sharapova. Risultato: ventitremila fan in delirio e gli opinionisti yankee che hanno già innescato paragoni importanti, e un filo imbarazzanti, con le antiche bimbe prodigio del tennis americano. Con Tracy Austin («Melanie si muove meglio»), che fu numero 1 del mondo a 17 anni, giusto l’età di Melanie; e con Chrissie Evert («Ha la stessa grinta»), che debuttò agli US Open nel 1971, ancora sedicenne ma già affilatissima.
La rivincita delle bionde, almeno nei desideri dell’America nostalgicamente Wasp. Le muscolose lacrimucce spese da Melanie appena dopo la vittoria sulla Sharapova («In quel momento ho provato tutte le emozioni possibili») hanno completato l’opera di seduzione.
Melanie non ha ancora vinto nulla d’importante (è n.70), ma è la terza giocatrice made in Usa nel ranking mondiale dietro le Williams, e sta provando a disboscare il torneo dalle russe (la prossima avversaria, negli ottavi, è la Petrova).
Mary Carillo, la più famosa delle telecroniste di tennis, l’ha già ribattezzata «the american spunkmeister», l’«Americana TuttoFegato», perché in campo secerne energia. Agli europei ricorda più Justine Henin, la mai troppo rimpianta numero 1 belga, suo (dichiarato) modello tecnico: rovesci in back, drittini perfidamente angolati per imbrigliare le tante avversarie Godzilla. Il servizio è più gracile, come quello di Justine. Ma non si può avere tutto dagli dei.
«Sono cresciuta guardando le Williams, e anche Justine, che mi entusiasmava per come sapeva tenere a bada le avversarie più potenti con il suo talento», dice Miss Ou-Daan, come qui pronunciano il suo cognome facendo rivoltare nella tomba gli antenati francesi. «La mia arma più grande è la forza mentale. Se sei forte mentalmente, puoi battere chiunque». Per non dimenticarsela, la fede in se stessa, dietro consiglio del fidanzatino quindicenne Austin Smith se l’è anche incisa sulle coloratissime scarpette da tennis: «believe», credici.
Brian De Villiers, il coach che segue Melanie da quando la belvetta aveva nove anni, sostiene che in lei l’immensa tigna convive con una grande umiltà: «Pulisce sempre il campo dopo ogni allenamento, e non cambierebbe la sua vecchia Toyota 4Runner con nessuna altra macchina». Fra una cena e l’altra nel pub irlandese portafortuna a mid-town Manhattan, la bambolina di Marietta, località più famosa per produrre omaccioni da football americano che signorine tenniste, ha raccolto complimenti anche dalle avversarie, Sharapova compresa. Dovessero le sorellone nere marcare visita per la finale di Fed Cup contro l’Italia di novembre, a Reggio Calabria, la sostituta naturale sarebbe lei. Proprio Serena, ieri, le ha dato investitura regale: «E’ brava, Melanie. Mi piace perché non si arrende mai. Diventerà una grande giocatrice». E non si riferiva all’altezza.