Sergio Romano, Corriere della sera 7/9/2009, 7 settembre 2009
CIANETTI, FASCISTA DI SINISTRA CHE VOTO’ CONTRO MUSSOLINI
Dei gerarchi fascisti che sfiduciarono Mussolini nel Gran Consiglio del 1943, tutti gli imputati, presenti o in contumacia, furono condannati a morte, eccezion fatta per Tullio Cianetti, condannato a 30 anni di carcere. Chi fu questo fascista che prima votò l’ordine del giorno Grandi e poi ci ripensò? Quali furono le ragioni di una pena relativamente «mite» da parte della corte di Verona?
Andrea Sillioni
sillioni@alice.it
Caro Sillioni,
Il 25 luglio del 1943, dopo la lunga seduta notturna del Gran Consiglio del fascismo, Mussolini si alzò alle 7 e arrivò a Palazzo Venezia verso le 8. Poco dopo ricevette una lettera di Tullio Cianetti, ministro delle Corporazioni, che si dichiarava contrito e ritirava il suo voto di qualche ora prima sull’ordine del giorno con cui Dino Grandi aveva proposto la restituzione al re del comando delle forze armate e dei poteri contemplati dallo Statuto albertino. Nel suo «Rapporto sul 25 luglio » Mussolini scrisse di non avere attribuito alla lettera «la minima importanza». Aveva ragione. Il ripensamento di Cianetti non avrebbe modificato il corso degli avvenimenti, ma avrebbe salvato la sua vita. I giudici del processo di Verona mandarono a morte tutti coloro che avevano firmato l’o.d.g. di Grandi, ma dettero a Cianetti 30 anni di carcere e gli fecero in tal modo, occorre aggiungere, un segnalato favore. Se non avesse ricevuto una pena detentiva e non fosse stato considerato indegno, Cianetti avrebbe probabilmente aderito entusiasticamente alla Repubblica Sociale e concluso la sua vita, con altri ministri del governo di Mussolini, sulla piazza di Dongo. Il programma sociale del regime di Salò era quello che egli aveva più volte auspicato e promosso nel corso della sua vita pubblica.
Nacque ad Assisi nel 1899, partecipò alla Grande guerra e si iscrisse al Partito nazionale fascista nel 1921. Dopo avere fondato il fascio della sua città e partecipato alla marcia su Roma, divenne sindacalista e fece una carriera abbastanza rapida. Verso la metà degli anni Venti era il principale sindacalista fascista dell’Umbria, e dieci anni dopo, nel 1934, era già presidente della Confederazione nazionale dei sindacati. Nel sistema corporativo i sindacalisti potevano essere contemporaneamente al governo e Cianetti divenne così, in quello stesso anno, sottosegretario al ministero delle Corporazioni. Era insomma un fascista di sinistra, molto vicino alle posizioni anticapitaliste del filosofo Ugo Spirito sulla «corporazione proprietaria», la formula che avrebbe permesso di pubblicizzare le imprese e di realizzare una sorta di fusione tra capitale e lavoro. Dette una prova delle sue convinzioni dopo gli scioperi di Milano e Torino dell’aprile e del marzo 1943 quando denunciò le infiltrazioni comuniste, ma sostenne la causa degli aumenti salariali. Nel giugno, dopo essere diventato ministro delle Corporazioni, sottopose a Mussolini un decreto legge che prevedeva la gestione speciale delle imprese di particolare importanza bellica. Il presidente del Consiglio di amministrazione sarebbe stato designato dalla Confederazione generale dei datori di lavoro, ma la Confederazione dei lavoratori avrebbe designato un sindaco e un terzo degli amministratori. Il provvedimento piacque al capo del governo, ma suscitò l’opposizione dei ministri più conservatori fra cui quello di Grazia e giustizia. Per non aggiungere altre difficoltà a quelle che già stava affrontando, Mussolini preferì accantonarlo, ma promise a Cianetti che lo avrebbe firmato in ottobre. In un certo senso, con la fondazione della Repubblica sociale mantenne, almeno sulla carta, la sua promessa.