Giovanni Sabbatucci, il Messaggero 7/9/2009, 7 settembre 2009
TUTTA UN’ALTRA STORIA
Uno studente di storia che leggesse oggi, oltre ottant’anni dopo la sua pubblicazione (Strasburgo, 15 gennaio 1929), l’articolo con cui Lucien Febvre e Marc Bloch illustravano le linee programmatiche della loro nuova rivista, ”Les Annales d’Histoire économique e sociale”, avrebbe qualche difficoltà a capire la portata innovativa di quel testo e le ragioni di un successo internazionale indiscutibile, anche se contrastato e alquanto tardivo, soprattutto fuori dai confini della Francia. E ciò per la semplice ragione che, come accade per tutte le rivoluzioni fortunate, la lezione delle ”Annales” è entrata ormai da qualche decennio nella pratica corrente e nel senso comune storiografico, anche di quei paesi (come l’Italia) che più avevano faticato a recepirla.
Il nucleo centrale di quella lezione stava nell’ampliamento delle prospettive, nella ricerca di nuove dimensioni dell’attività storiografica. La nuova storia doveva essere, secondo la celebre espressione di Febvre, ”Une histoire à part entière”: non solo, dunque, rivolgersi a ogni aspetto dell’attività umana (senza fermarsi a quelli più appariscenti come la politica, la diplomazia e la guerra), ma anche collocare queste attività nel loro teatro naturale, ricostruirne l’ambiente, anche fisico, svelarne le strutture profonde, indagarne la dimensione quotidiana. Da qui l’interesse per temi sin allora piuttosto sacrificati dalla storiografia ufficiale: per esempio le credenze popolari, le tecniche agricole, l’alimentazione, le condizioni abitative e tutto ciò che oggi definiamo col termine ”cultura materiale”. Da qui, soprattutto, la necessità, per lo storico, di aprirsi alla collaborazione con le altre scienze sociali: dall’economia alla sociologia, dalla demografia alla geografia, dall’antropologia alla psicologia. La nuova storiografia si contrapponeva così allo storicismo tedesco, basato sulla distinzione fra scienze della natura e scienze dello spirito (e sulla subordinazione delle prime alle seconde); e si distingueva dal marxismo, di cui rifiutava la definizione della struttura in termini puramente economici. Ma il principale obiettivo polemico di Bloch e Febvre era la cosiddetta ”histoire événementielle” di matrice positivista: quella che, in nome dell’esigenza di portare alla luce i fatti nudi e crudi, rischiava di esaurirsi in una sequenza di battaglie e di trattati, di governi e di congressi.
Affermatasi non senza contrasti già nel corso degli anni Trenta, la rivista risorge dopo la guerra – e dopo la perdita di Marc Bloch, fucilato dai tedeschi nel ”44 – con un nuovo titolo, destinato a non cambiare più: ”Annales. Economies, Societés, Civilisations” (si notino i plurali). L’ambito degli interessi si allarga ulteriormente: mentalità collettive, produzioni culturali, poi storia della medicina, storia del clima e molto altro. A Febvre si affiancano nella direzione Georges Friedmann, Charles Morazé, Fernand Braudel, che diventerà direttore unico dopo la morte di Febvre nel ”56.
Gli anni della direzione di Braudel (1956-1968) coincidono col periodo di massima diffusione e di massimo prestigio internazionale delle ”Annales”, e anche con una progressiva istituzionalizzazione di quella che spesso sarà definita un po’ sbrigativamente la ”scuola storica francese” (Braudel è anche direttore della prestigiosa VI sezione dell’Ecole pratique de Hautes Etudes). Ma è proprio in questa fase che si assiste a un mutamento dei tratti originari della rivista e, al tempo stesso, a una sorta di dispersione, o di parcellizzazione del suo nucleo teorico. Il principale contributo di Braudel sta nel concetto di ”lunga durata”, ovvero nella tendenza a privilegiare le tendenze di lungo periodo, le correnti sotterranee della storia rispetto alle quali i tempi della politica starebbero come onde di superficie. Una storia così concepita tende però a risolversi in uno strutturalismo ”antiumanistico”, rischiando di smarrire, nella ricerca di un’assoluta scientificità della disciplina, l’esigenza fondamentale che, per Bloch e Febvre, era pur sempre quella di capire e spiegare i comportamenti umani, nel loro ambiente e nel loro tempo.
In realtà le elaborazioni teoriche non hanno mai condizionato in modo stringente l’attività della rivista: che ha ospitato nel corso della sua lunga vita, e continua a ospitare, esperienze e proposte storiografiche diverse. Nell’ambito della ”scuola delle Annales” sono maturati le analisi globali del capitalismo di Braudel e gli approcci microstorici di Emmanuel Le Roy Ladurie, gli studi sulle mentalità medioevali di Jacques Le Goff e quelli di Pierre Nora sui luoghi della memoria. E poi i lavori di Georges Duby, di Philippe Ariès e persino di François Furet, forse il massimo storico politico del suo tempo. Come dire che, anche una volta esaurita, o dispersa in diversi rivoli, la spinta propulsiva della ”rivoluzione storiografica” impostata nel 1929 da Bloch e Febvre, la rivista non ha esaurito la sua funzione di contenitore prestigioso, quasi di campione di una scuola nazionale ormai largamente affermata.