Alberto Crespi, L’Unità, 07/09/09, 7 settembre 2009
«TOY STORY SIAMO NOI, LA PIXAR», IL LEONE DIVENTA ANIMATO
«Mi sembrava di essere un vecchietto circondato dai boy-scout. Tutti questi ragazzini che mi dicevano: dai, facciamo un film a cartoni animati. Per fortuna ho dato loro retta». Un padre putativo, un figlio maggiore, 4 figliocci di talento. Ieri pomeriggio George Lucas, il più importante uomo di spettacolo del XX secolo dopo Walt Disney, ha consegnato il Leone alla carriera a John Lasseter e ai ragazzi della Pixar: il primo assegnato a una società, non a un singolo artista: un premio moderno e intelligente, che fa onore alla Biennale e alla sua missione di patronato delle arti. Lucas ha ricordato gli inizi comuni e ha concluso che Disney sarebbe «orgoglioso di loro». Per chi fa cartoons, meglio del Nobel.
John Lasseter il creatore di Toy Story e la mente organizzativa dietro tutti i capolavori della Pixar, ha ricevuto il premio assieme a quattro dei suoi collaboratori: Brad Bird (Gli incredibili, Ratatouille), Andrew Stanton (Wall-E, Alla ricerca di Nemo, A Bug’s Life), Pete Docter (Monsters & Co, Up) e Lee Unkrich (Nemo, Monsters e il nuovo Toy Story 3). Poche volte, nella pur gloriosa storia di Venezia, si era visto un Q.I. medio così alto ad una conferenza stampa. Voluta da menti come Lucas e il boss della Apple Steve Jobs, la Pixar è al tempo stesso un centro di elaborazione di tecnologie digitali applicate al cinema e, come ha detto il direttore della Mostra Marco Muller presentando il premio, una bottega rinascimentale dove Lasseter è Raffaello e gli altri registi i suoi «Raffaellini». Uno dei tratti fondamentali della Pixar – che la distingue decisamente dalla vecchia Disney – è l’originalità delle storie: a differenza di zio Walt, Lasseter e soci non pescano nel patrimonio della fiabe classiche ma ne inventano di nuove, che sono un catalogo di mondi fantastici e una riflessione (la più profonda, attualmente) sulla società americana contemporanea.
«Noi realizziamo film fondamentalmente per noi stessi – ha spiegato Lasseter ”. Facciamo i film che vorremmo vedere come spettatori. Per dare il via a un progetto, servono tre cose: una storia emozionante, dei personaggi affascinanti che restino nella memoria (anche i cattivi, soprattutto i cattivi!) e un mondo credibile nel quale storia e personaggi siano collocati. Quando questi tre elementi si combinano e un film riesce al meglio, quei personaggi diventano parte della nostra famiglia. Toy Story, tanto per capirci, sono io! Io sono Woody, sono Buzz Lightyear e soprattutto sono Andy, il ragazzino che gioca con loro. Quando nella tua vita ci sono ”parenti” di questo tipo, vuoi passare con loro più tempo possibile. Per questo ci siamo decisi a realizzare dei seguiti. Per questo abbiamo fatto Toy Story 2, e ora il capitolo 3, e per questo daremo un seguito a Cars. I seguiti devono migliorare i capostipiti. Accade di rado, ma pensate a Il Padrino parte II e a L’impero colpisce ancora: sono grandi film, migliori dei rispettivi numeri 1. Alla Pixar diciamo sempre: la qualità paga, è il miglior business plan che ci sia».
Il Leone è, per Lasseter e i suoi boys, un grande onore: «Quando Muller me ne ha parlato al telefono ero felice. Poi su internet ho controllato l’elenco di tutti coloro che hanno ricevuto il premio alla carriera in 65 anni di Mostra. Ho pensato: Dio mio, forse aveva sbagliato numero! La cosa più bella, e più giusta, è essere qui con i miei colleghi. L’animazione è l’arte più collettiva che esista». Ieri il pubblico veneziano si è goduto Up, già visto a Cannes, e qualche spezzone in anteprima del nuovo Toy Story e dei vecchi, trasferiti in 3D. «Il 3D è il presente e il futuro del cinema – ha concluso Lasseter ”. Io lo amo, ho fatto in 3D anche le foto del mio matrimonio!».