Francesco Falcone, Antonio Iorio, Il Sole-24 Ore 7/9/2009;, 7 settembre 2009
CACCIA GROSSA AGLI «INDICATORI DI RICCHEZZA»
Il confronto tra consumi e reddito dichiarato si inserisce certamente nella nuova strategia adottata dall’amministrazione finanziaria nel contrasto all’evasione fiscale e caraterizzata da un più intenso ricorso al redditometro.
In sostanza, dice il fisco, non si può spendere più di ciò che si è guadagnato, salvo, beninteso, che non si sia ricorso a forme di indebitamento, all’utilizzo del risparmio o a somme comunque già tassate o esenti da imposizione.
Il redditometro, ha fatto il suo esordio nell’ordinamento tributario nel 1991, esso consente all’amministrazione di determinareil reddito complessivo attribuibile al contribuente/ persona fisica, in base alla sua capacità di spesa correlata all’acquisto di alcuni beni e servizi indicativi di capacità contributiva (immobili, automobili, barche, ecc.). Spetta poi al contribuente provare il contrario, cioè che quel reddito, che presuntivamente gli si vuole attribuire, non sia stato conseguito. La norma è stata completata con un decreto del 1992 che ha individuato i beni indici di capacità contributiva e che viene periodicamente aggiornato. In realtà, dopo un iniziale diffuso utilizzo, il redditometro, negli anni successivi, non ha più costituito uno strumento di immediata deterrenza. Esso è stato utilizzato, per lo più, non come mezzo per rettificare direttamente la dichiarazione del contribuente, sulla base degli acquisti effettuati, ma come strumento per individuare e selezionare i contribuenti da sottoporre a successivo controllo.
con la circolare n. 49/E, datata 8 agosto 2007, che l’agenzia delle Entrate segna una decisa inversione di tendenza sull’utilizzo del redditometro.
Con tale documento infatti viene "rivitalizzato" e "riabilitato" questo tipo di accertamento che ritorna a essere non più un mezzo per individuare chi controllare ma una diretta metodologia accertativa per rettificare direttamente il reddito complessivo del contribuente.
In questi ultimi due anni si è poi assistito a un ulteriore impiego del redditometro da parte dell’agenzia delle Entrate, coadiuvata dalla Guardia di Finanza, decisamente più presente sul territorio e quindi pronta a segnalare indici di capacità contributiva in capo ai contribuenti.
In tale contesto, e alla luce del piano straordinario di controllo in materia di redditometro, nel triennio 2009/11,previsto dall’articolo 83 del Dl n. 112/08, nel mese di maggio la GdF con la circolare 171772/09 ha stabilito l’apporto delle proprie unità operative per l’esecuzione di tali controlli sia in termini numerici (20.000), sia sulle modalità di esecuzione.
Questi controlli, tuttora in atto, si concretizzano in attività di rilevazione e segnalazione di utilizzo e/o intestazione di beni, di fruizione di servizi, ecc. da parte di persone fisiche. Essi sono formalizzati in un verbale che dà anche atto del piano straordinario di controlli ai fini della determinazione sintetica del reddito. Non solo. Il redditometro da qualche mese viene utilizzato dal fisco per dar maggior peso agli studi di settore. L’amministrazione sta utilizzando il redditometro nei confronti di professionisti e imprenditori soggetti agli studi di settore, per avvalorare in contraddittorio eventuali posizioni non congrue.
Sicchè contribuenti, che manifestano una capacità di spesa sproporzionata rispetto al proprio reddito complessivo, e svolgono attività di lavoro autonomo o di impresa soggetta agli studi, potranno vedersi rettificare compensi e ricavi in base al valore di congruità rinforzando tale pretesa con l’ingiustificata capacità di spesa.
In termini di localizzazione dei controlli sintetici, può essere utile verificare la mappa tracciata a fine agosto dalla Guardia di Finanza. Come si evince dalla tabella che tiene conto del numero dei controlliprogrammati nello specifico settore dalla GdF, alla fine di quest’anno in Lombardia saranno stati eseguiti più del 15% (3.370) di tali controlli, nel Lazio quasi il 10% (1.983), mentre in Calabria il 3,5% (700) e in Campania il 6,5% (1.305). Certoè che se si sì vollesse raffrontare questa pianificazione con le percentuali di scostamento tra consumi medi delle famiglie e redditi dichiarati (Calabria più 50% e Lombardia solo il 5,8%), c’è da chiedersi se le nuove strategie di intervento non debbano essere già riviste ancora una volta.