Edoardo Boncinelli, corriere.it, 26 giugno 2009, 26 giugno 2009
Il neurobiologo Derek Denton indaga i meccanismi che ci inducono a pensare Le quattro vie che portano alla coscienza La visione del mondo, le emozioni, gli stimoli primari, la percezione del proprio corpo L a «mente» è ciò che il cervello fa, afferma candidamente Derek Denton nel suo Le emozioni primordiali
Il neurobiologo Derek Denton indaga i meccanismi che ci inducono a pensare Le quattro vie che portano alla coscienza La visione del mondo, le emozioni, gli stimoli primari, la percezione del proprio corpo L a «mente» è ciò che il cervello fa, afferma candidamente Derek Denton nel suo Le emozioni primordiali. Gli albori della coscienza appena uscito da Bollati Boringhieri. Ci sono persone per le quali tale affermazione suona assurda e inaccettabile e altre, compreso me, per le quali non fa una grinza ed è, anzi, perfino ovvia. Temo che questi due gruppi di persone non potranno mai capirsi. A volere essere precisi la mente è in effetti solo parte di ciò che il cervello fa: quest’ultimo infatti respira e metabolizza zuccheri, ma noi non definiamo mente tali attività. Né definiamo mente molte altre funzioni complicatissime del nostro cervello come quelle di seguire con lo sguardo un uccello in volo o di portarsi un cucchiaio alla bocca. Noi chiamiamo mente ciò che di più alto, cioè a noi più gradito, il cervello fa. Un capitolo particolare, e particolarmente gradito, delle estrinsecazioni della mente è poi rappresentato dalla coscienza, ciò che ci permette (ad esempio) di sapere dove siamo in questo momento e di sapere che lo sappiamo. Quello della natura, delle proprietà e dell’origine della coscienza è uno degli argomenti più affascinanti dello studio degli animali superiori e dell’uomo, che è stato oggetto di molti libri (ma di pochissimi articoli scientifici) negli ultimi venti o trenta anni. Ci si sono misurati filosofi, psicologi e qualche scienziato, ciascuno con una sua visione e una sua proposta. Si tratta di definire che cosa è la coscienza, di illustrare come agisce e di quale utilità può essere per chi la possiede, di individuarne l’origine evolutiva e magari di indicare quando, approssimativamente, è comparsa nel corso dell’evoluzione degli animali superiori. Qualcuno infatti la considera appannaggio esclusivo della nostra specie, mentre altri ne vedono una certa continuità nelle specie animali diverse dalla nostra. Derek Denton, neurobiologo di grande esperienza, studia da sempre i meccanismi fisiologici che sottendono la percezione e il soddisfacimento dei bisogni biologici essenziali come la fame, la sete, il sonno, il bisogno d’aria, l’appetito per i diversi sali minerali, nonché la percezione del dolore e il desiderio sessuale. Pensa, giustamente, che questi bisogni abbiano preceduto di gran lunga la comparsa della coscienza e che, forse, possano dirci qualcosa di molto interessante anche su di essa. Per quanto riguarda l’origine del fenomeno «coscienza» o, per lo meno, del suo primo nucleo costitutivo, la cosiddetta coscienza primaria, c’è chi, come Gerald Edelman, chiama in causa la percezione del mondo esterno e la sua rappresentazione. Su questa base la coscienza primaria sarebbe capace di «creare una scena», cioè una mappa interiore degli eventi, sulla quale poi lavorare per impostare un ragionamento o un’azione. C’è invece chi, come Antonio Damasio, chiama più direttamente in causa il mondo emotivo, per quanto ridotto all’essenziale, e vede la coscienza primaria come un nodo di sensazioni e risonanze emotive sulle quali si può poi costruire tutto il resto. Denton propone un terzo possibile elemento costitutivo della coscienza primaria, l’enterocezione, cioè la percezione non degli eventi esterni, ma di quelli interni al nostro corpo, come appunto gli stimoli primari della fame e della sete, che non ci abbandonano mai e che accompagnano come un leitmotiv di fondo tutti gli attimi della nostra vita. Il contatto continuo con questa nostra interiorità «corporea» starebbe quindi alla base dell’emergere di una coscienza di sé che dovrebbe poi arricchirsi di tutti gli altri elementi che conosciamo. Il libro ci conduce attraverso i dettagli teorici e sperimentali di questa coinvolgente proposta, che ha anche il merito di tracciare un’affascinante linea di continuità fra le diverse specie animali, che sfocerebbe poi nel nostro complesso, intellettualizzato e autoconversante modo di vivere la coscienza in ogni frangente della quotidianità. Personalmente, trovo del buono in ciascuna di queste proposte e penso che la coscienza primaria sia un po’ tutto questo. Con l’aggiunta della propriocezione, la percezione che ognuno di noi ha dello stato di tensione dei muscoli del proprio corpo e che mi permette di rendermi conto di stare in posizione eretta oppure di stare seduto, comodo o scomodo, oppure sdraiato o in bicicletta o in macchina, in procinto di compiere questa o quella azione. La coscienza è quindi il modo nel quale la percezione del mondo esterno, ma anche delle condizioni momentanee del mio proprio corpo, diviene una cosa «mia», interiore, omogenea a tutto ciò che già vi si trova, e «utilizzabile». Per cosa? Per poter «agire», materialmente, mentalmente o anche solo attraverso un’espressione verbale. Può darsi che tutta la magia del fenomeno coscienza si risolva nel portare alla ribalta del mio Io certi contenuti della percezione che siano «pronti per l’azione» o addirittura già azione: cose che stanno a mezza via fra la constatazione e la progettazione, come dire «il progetto». Edoardo Boncinelli, corriere.it, 26 giugno 2009