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 2009  giugno 26 Venerdì calendario

VOGLIO SPOSARMI: SARA’ LA MIA VITTORIA E LA MIA VENDETTA


Saviano: ho sentito l’odio di vecchi amici Mi hanno salvato gli scrittori stranieri

Da piccolo – da adolescente, cioè – il suo maestro di scrittura era Tommaso Landolfi, per la semplice ragione che lo scrit­tore era casertano e spesso si firmava così. Quasi come lui che frequentava il liceo di Caserta, copiando, per i suoi primi rac­conti di quindicenne, lo stile, appunto, di Lan­dolfi.

Già a quel tempo, Roberto Saviano, del qua­le è uscito in questi giorni il secondo libro, La bellezza e l’inferno (Mondadori, pp. 252, e

17,50) che raccoglie gli articoli pubblicati negli ultimi cinque anni su diversi giornali italiani e stranieri, più due testi inediti, aveva ferma­mente deciso di diventare scrittore, se anche la mamma, insegnante di chimica, lo prende­va in giro per questo suo sogno. Sedicenne, osò mandare uno suo «pezzo» a Vincenzo Con­solo, il quale non soltanto gli rispose ma volle anche incontrarlo, e qualche anno dopo «Nuo­vi argomenti» pubblicava i suoi primi raccon­ti.

Da grande i suoi maestri sono diventati per esempio Primo Levi e poi Carlo Levi, ma anche il polacco-partenopeo Gustav Herling oppure Curzio Malaparte o i dissidenti sovietici, e tutti quanti per la stessa ragione: hanno scritto sag­gi romanzati – un po’ come ha fatto lui con Gomorra ”, il genere che preferisce perché racconta la verità con parole di fiaba.

Qualche volta Roberto Saviano, autore mol­to invidiato per il numero sterminato di copie vendute, per la stima e la solidarietà testimo­niatagli dai più famosi scrittori del mondo e per essere stato invitato a parlare all’Accade­mia del Nobel di Stoccolma, qualche volta emerge dall’ombra obbligatoria alla quale è co­stretto e, dopo aver superato controlli e con­trollori, lo si può incontrare. Tre sono le cose che colpiscono: il suo pallore in una stagione in cui da Milano in giù sono quasi tutti già un po’ abbronzati, il che si spiega con il fatto che al mare, al lago o anche solo al parco lui non ci può andare, l’aspetto sorridente, niente affatto melanconico come pare in foto, e l’irruente fo­ga – comprensibile nel suo sostanziale isola­mento – nel parlare, spiegare, raccontare.

«Non è soltanto invidia – precisa – io ho sentito l’odio, purtroppo, da parte di scrittori e giornalisti, anche amici di un tempo. ’Hai fatt ”e ”suord? Vai giranno ”e televisioni?’, mi han­no detto e mandato a dire trasformandomi in un personaggio ripugnante. Un po’ come quan­do i boss nei loro memoriali di denuncia con scherno supremo scrivono di me ’noto roman­ziere’, cioè ’noto contaballe’, magari anche un po’ omosessuale, offesa massima per i ca­morristi, o come quando il cartolaio di Casal di Principe mi sfotte divertendosi a sistemare Gomorra nel settore fiabe, accanto a Biancane­ve e Cappuccetto Rosso...».

«Per difendermi – incalza – sono diventa­to cattivo, perché non è vero che le difficoltà migliorano l’uomo: lo peggiorano, invece, quasi sempre, e nella mia segregazione io so­no peggiorato. Mi ritrovo con una grande vo­glia di vendetta contro chi mi costringe a que­sta vita e talmente nervoso che mi rovino le mani dando cazzotti contro il muro. E chissà come sarei ridotto se non mi potessi sfogare allenandomi con uno degli amici che mi pro­teggono, pugile un tempo, prima di entrare nell’Arma. Nervoso per me ma anche per i miei familiari, in quanto porto la responsabili­tà del loro sradicamento, della loro forzata emigrazione».

«Certo che ho guadagnato dei soldi – conti­nua inarrestabile – ma se così non fosse avrei già dovuto smettere di scrivere le cose che scri­vo perché non avrei i mezzi per difendermi dal­le querele che mi fioccano addosso da parte dei malavitosi, Raffaele Cutolo in testa, tutte vinte peraltro, per fortuna. Quanto alla stima e all’amicizia dei grandi scrittori stranieri, proba­bilmente sono vivo grazie a loro perché se al­l’estero non avessero seguito con passione e partecipazione il mio caso, temo proprio che non avrei avuto attenzione e protezione dal mio Paese. Nonostante il presidente Napolita­no – e gliene sono profondamente grato – abbia sempre mostrato sollecitudine nei miei confronti. E in tv ci vado quando arrivano nuo­ve minacce, perché la visibilità, la notorietà so­no una forma di tutela».

Minacce che, in effetti, sono arrivate anche di recente, sotto forma di una lunga memoria dei boss Bidognetti e Iovine, letta in tribunale dal loro avvocato, nella quale si accusa Savia­no, il pm Raffaele Cantone e la giornalista Ro­saria Capacchione (nonché lo stesso giudice Federico Cafiero de Raho) di aver influenzato con i loro scrit­ti «prezzolati» l’andamento del processo a loro carico e perciò ritenuti responsabili di una eventuale condanna. Minacce per le quali la Procura di Napoli ha deciso pochi giorni fa di mettere sotto indagine anche l’avvocato in questione, Miche­le Santonastaso.

Riflettendo sull’incredibile destino toccatogli, ci si chiede se c’è stata per Saviano la possi­bilità di scegliere, un momento nel quale decidere se prendere una strada normale oppure una difficile, un bivio davanti al qua­le ha percepito a che cosa pote­va andare incontro. La sua rispo­sta è incerta e fa pensare a Man­zoni: come don Abbondio il co­raggio non se lo poteva dare, co­sì, forse, lui non si poteva dare la fifa, per cui non è mai stata questione di imboccare una via oppure un’altra. E poi, c’era la sua ambizione...

«Sì, un’ambizione da pecca­to mortale, la mia. Con Gomor­ra non pretendevo tanto di ave­re successo quanto di cambiare le cose, svegliare la gente, co­stringerla a vedere l’orrida realtà neppure tan­to nascosta». Poi però riconosce che forse un momento per decidere c’era stato, all’inizio, quando, alle prime notizie sulle minacce della camorra, il governo di Stoccolma gli aveva of­ferto di trasferirsi in Svezia. «Non sono anda­to perché cosa ci fa lassù uno abituato a vivere nei quartieri spagnoli di Napoli, in vicolo San­t’Anna a Palazzo, per la precisione, strada di cui ho grande nostalgia, dove ha vissuto Eleo­nora Fonseca Pimentel ed è nato Domenico Rea? Ma devo ammettere che non sono anda­to anche per quella mia ambizione da peccato mortale, e cioè la voglia di non dargliela vinta ai miei nemici».

Ascoltandolo parlare, si ha l’impressione che, se anche, come sostiene, le difficoltà ren­dono peggiori, per qualche verso possano tut­tavia averlo reso migliore: per la frequentazio­ne assidua della scrittura, per esempio, per il confronto privilegiato con i grandi autori vi­venti, per il consumo intenso – favorito dal­l’isolamento – di letteratura. « vero – rico­nosce – mi è stato tolto un mondo ma in cam­bio ne ho trovato un altro. E la scrittura è stata ed è medicina, piacere, casa, riconferma che esisto, ma anche straordinaria – forse unica per me – possibilità d’incontro, e non penso solo a libri e articoli ma anche a Facebook, che è la mia piazza, il mio bar, il mio ristorante, il mio giardino pubblico e la mia passeggiata a mare...».

Da brillante studente di Filosofia qual è sta­to (laurea in tre anni prima del­l’avvento delle facoltà triennali) forse anche grazie alla prigione, Saviano ora ha allargato i suoi interessi alla storia, non solo quella criminale, alla letteratu­ra, alla giurisprudenza, al tea­tro, al cinema, al linguaggio. E poiché a farlo leggere, cercare, studiare e ristudiare è stata in primo luogo la malavita, è lì che non può fare a meno di ritorna­re con regolarità: «Proprio sta­mattina – dice – riflettevo su come sono paradossalmente at­traenti i nomi dei luoghi di cri­minalità più atroce: non è forse bello e leggiadro chiamarsi Ca­sal di Principe, dove regna la ca­morra? Oppure Filadelfia, terra di feroce ”ndrangheta? Oppure Corleone, fino a non molto tem­po fa importante crocevia di ma­fia? E imperdonabile è che nes­suno di queste tre cittadine fos­se un borgo povero, ma al con­trario piuttosto prospero e fio­rente ».

Al suo futuro Saviano osa pensare? Come se lo immagina? Cosa si aspetta? «Non penso praticamente ad altro. Sto lavo­rando a un racconto sulle paro­le pericolose, farò un monologo a teatro, ho in mente un nuovo libro e mi piacerebbe scrivere delle sceneggiature per cinema e tv. Ma anco­ra più che al mio futuro professionale penso a quello sentimentale. Voglio farmi una fami­glia e ci riuscirò nonostante le difficoltà. Le co­se che fanno gli innamorati, andare a passeg­gio, a prendere un aperitivo, a visitare un mu­seo, a cena fuori, mi sono tutte quante proibi­te, ma ci riuscirò lo stesso e sarà la mia vera vittoria. Salman Rushdie mi ha messo in guar­dia dicendomi che dovevo trovare il coraggio di uscire dalla mia prigione altrimenti il pub­blico ci si affezionerà troppo e vorrà continua­re a volermi rinchiuso».