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 2009  giugno 26 Venerdì calendario

LA BEFFA DEGLI ARBITRATI MAI ABOLITI: L’ANNO SCORSO SONO COSTATI 20 MILIONI


Cancellati dalla Finanziaria del 2008, sono stati ben 184
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ROMA – «Mai più», avevano garan­tito non più tardi di un anno e mezzo fa. La parola «arbitrato» sarebbe stata bandita dai vocabolari della Pubblica amministrazione italiana, allontanata come una peste che ogni anno provo­ca un salasso di centinaia di milioni di euro per le casse pubbliche e fa ricchi gli arbitri. La fine di un’epoca era stata decisa con la legge Finanziaria del 2008 per volontà dell’ex ministro An­tonio Di Pietro, non senza contrasti e difficoltà. Ma si era evidentemente sot­tovalutato il potere delle lobby.

Quelle dei costruttori, che grazie agli arbitrati rimpinguano i bilanci e si­stemano i conti. Quelle degli avvocati privati. E quelle degli arbitri «pubbli­ci » e dei presidenti dei collegi arbitra­li, quasi sempre alti burocrati come magistrati amministrativi e avvocati dello Stato che arrotondano cospicua­mente le loro entrate. Con in più la bef­fa: perché in questa specie di giustizia privata che serve a regolare il conten­zioso fra le imprese e la Pubblica am­ministrazione e alla quale si fa regolar­mente ricorso, perché la tradizionale giustizia civile non funziona, lo Stato perde quasi sempre.

Così, di proroga in proroga, gli arbi­trati sono sopravvissuti. E sopravvi­vranno almeno fino al 31 dicembre di quest’anno. Poi si vedrà. Intanto il 2008 è stato un altro anno nero per le «stazioni appaltanti», come fa intende­re senza troppi giri di parole la relazio­ne dell’Autorità sui contratti e le forni­ture pubbliche, presentata ieri dal pre­sidente Luigi Giampaolino.

Lo scorso anno sono stati attivati 184 arbitrati. In quattro casi il collegio ha rigettato tutte le richieste, sia quel­le dell’impresa che quelle dell’ammini­strazione. In due si è dichiarato incom­petente. Ma ben 173 volte le richieste delle imprese private sono state accol­te: quasi sempre parzialmente, talvol­ta completamente. In appena cinque circostanze su ben 184 le pretese dei privati sono state invece del tutto ri­gettate. La sostanza è che nel 94% dei giudizi, davanti a un collegio spesso presieduto da un dipendente statale di alto rango, lo Stato ha perduto. Aven­do la meglio in meno del 3% dei casi. Con il risultato che l’opera, prendendo per buone le stime storiche, costerà anche il 30% più del preventivato e i cantieri si chiuderanno come al solito in ritardo. E nemmeno gratis, perché due volte su tre l’amministrazione pubblica «soccombente» ha pure do­vuto pagare la salata parcella degli ar­bitri.

Quanto salata? Gli arbitrati sono di due categorie: quelli «amministrati» e quelli «liberi». I primi seguono le pro­cedure previste da un organismo indi­pendente, la Camera arbitrale, in parti­colare per la nomina del presidente e per i compensi degli arbitri. Negli arbi­trati liberi, invece, il presidente viene scelto di comune accordo fra le parti e il collegio si «autoliquida» le parcelle. Va da sé che questi ultimi sono di gran lunga i più gettonati: lo scorso anno sono stati 158 contro 26. Non che per lo Stato ci sia stata una grande diffe­renza, visto che la parte pubblica è ri­sultata soccombente nell’88% degli ar­bitrati amministrati (23 volte su 26) contro il 95% degli arbitrati cosiddetti «liberi» (150 volte su 158). Ma almeno ha risparmiato sulle parcelle degli arbi­tri, decisamente più modeste.

Perché negli arbitrati liberi, dove i compensi dovrebbero pure fare riferi­mento a delle tariffe stabilite, il colle­gio può aumentarsi fino al doppio la retribuzione massima, «in relazione al­la particolare complessità delle que­stioni trattate, alle specifiche compe­tenze utilizzate e all’effettivo lavoro svolto». Per farla breve, in un arbitra­to relativo a un contenzioso da 35 mi­lioni di euro, il collegio si è «autoliqui­dato » un compenso di un milione 320 mila euro, cifra pari a sei volte e mez­zo un «massimo tabellare» di 200.822 euro e 84 centesimi. E non è stato cer­tamente l’unico caso. In un altro arbi­trato da 133 milioni il compenso «au­toliquidato » del collegio ha raggiunto 1,4 milioni, quattro volte il massimo tabellare. In un terzo giudizio, nel qua­le si discuteva per 38 milioni, gli arbi­tri si sono staccati un assegno da 1,3 milioni, sei volte la tariffa massima. Ti­rate le somme, gli arbitri si sono messi in tasca lo scorso anno 20 milioni, eu­ro più euro meno.