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 2009  giugno 26 Venerdì calendario

LA CINA HA GIA’ RIPRESO A CORRERE E IL PROTEZIONISMO NON E’ LA RISPOSTA


Sarà solo una coincidenza che nel momento in cui si vedono i primi segni di ripresa dell’economia ci­nese gli Stati Uniti e l’Unione euro­pea si stiano coalizzando per muo­vere alla Cina, nell’ambito della World Tra­de Organisation, l’accusa di adottare prati­che commerciali scorrette?

Che i due fatti siano collegati o no, le conseguenze sono comunque preoccupan­ti: con la disoccupazione che continua ad aumentare in Europa e in America, aumen­ta anche la probabilità di una reazione pro­tezionista contro il successo e la presunta scorrettezza della Cina.

Rahm Emanuel, il capo staff di Barack Obama, ha dichiarato pubblicamente che sarebbe un grave errore sprecare l’opportu­nità di avviare cambiamenti radicali offerta dalla crisi finanziaria. A mio avviso la conte­stazione, nell’ambito della WTO, dei meto­di commerciali cinesi rappresenterebbe proprio un errore di questo tipo, perché fa­rebbe impantanare le parti nella discussio­ne sugli aspetti tecnici del commercio. In­vece di concentrarsi sugli aspetti tecnici, sa­rebbe meglio rivolgersi a quelli finanziari: la moneta cinese.

Finora i segnali di un avvio di ripresa in Cina, che è la terza maggior economia del mondo, sono della stessa natura degli indi­zi vagamente ottimistici che si stanno profi­lando in Europa e in America: fanno pensa­re che la crisi economica non sia così disa­strosa come si temeva nei momenti dram­matici seguiti al crollo di Lehman Brothers. però molto probabile che in Ci­na, a differenza che in Europa, emergano presto segni di ripresa più evidenti, perché la crisi cinese è stata molto diversa da quel­la europea. Mentre la recessione in Europa è il risultato diretto della crisi finanziaria, il rallentamento cinese deriva soprattutto dalle misure adottate nel 2008 per control­lare l’inflazione. La crisi finanziaria non ha quasi toccato la Cina.

Quando la stasi è determinata principal­mente da scelte di politica economica del governo, come le restrizioni creditizie e l’aumento dei tassi di interesse, può esser­vi una rapida ripresa se queste misure ven­gono riconsiderate. quel che sta facendo la Cina dallo scorso novembre, con un so­stanzioso pacchetto di stimoli fiscali e una politica del credito molto meno restrittiva. Naturalmente la Cina è colpita anche dalla caduta della domanda dei suoi prodotti in Europa e in America, ma in molti casi sul suo territorio si realizza solo l’assemblag­gio finale di merci create e prodotte in altri Paesi asiatici. Più di lei soffrono perciò Co­rea, Giappone, Taiwan e Singapore.

Questa settimana la Banca mondiale ha elevato la previsione di crescita del Pil cine­se nel 2009 al 7,2 per cento, una stima più alta di quella fatta all’inizio dell’anno, quan­do si ipotizzava il 5-6 per cento. Molti eco­nomisti pensano che la crescita cinese sarà anche maggiore, sia quest’anno che nel 2010, vista la portata degli stimoli fiscali e l’attuale facilità di accesso al credito e ai ca­pitali nel mercato interno cinese.

La ripresa cinese favorirà gli esportatori di petrolio e di materie prime, ma non riu­scirà a stimolare molto la crescita mondia­­le, perché sembra poco probabile che la do­manda di importazioni della Cina possa au­mentare rapidamente. Il caso sollevato que­sta settimana al Wto dall’Ue e dagli Usa ri­guarda in particolare le restrizioni cinesi sulle esportazioni di materie prime, volute, dice l’Ue, per tenere bassi i prezzi per i pro­duttori cinesi. Probabilmente è vero, e i produttori cinesi stanno anche diventando più competitivi per il calo dei salari in Ci­na. Ma anche i Paesi europei hanno le loro colpe, dato che tentano di offrire condizio­ni privilegiate ai loro produttori. Attaccare la Cina su questo terreno significa solo ri­schiare di innescare rappresaglie che si ri­volgerebbero contro il protezionismo euro­peo.

La valuta cinese rappresenterebbe inve­ce un bersaglio assai migliore. La Cina è la sola grande economia la cui valuta non cir­cola liberamente sul mercato e non è con­vertibile. Lo sforzo di tenere basse le quota­zioni del «renminbi» cinese spiega perché la Cina abbia accumulato le maggiori riser­ve di valuta estera al mondo, 2000 miliardi di dollari, investiti soprattutto in obbliga­zioni in dollari Usa. Se vogliamo avere un commercio equo ed equilibrato, abbiamo bisogno che la valuta cinese possa fluttua­re liberamente e riapprezzarsi. La Cina si oppone, ma anch’essa ha un problema, da­to dal rischio che il valore di quei 2000 mi­liardi di dollari di obbligazioni statunitensi possa diminuire drasticamente. Si dovreb­be giungere a un accordo: la fluttuazione della valuta in cambio di una soluzione al problema delle riserve cinesi di valuta este­ra. Sarebbe un obiettivo molto migliore per le pressioni che Europa e America vo­gliono esercitare.