Danilo Taino, Corriere della sera 26/06/2009, 26 giugno 2009
LE OPERE D’ARTE ULTIME PRIGIONIERE DI GUERRA
I PATTI NEL 1998 44 GOVERNI HANNO FIRMATO I WASHIGNTON PRINCIPLES, MA POCHI HANNO AVVIATO E VERIFICHE E LE PROCEDURE DI RESTITUIONE
Le opere d’arte ultime prigioniere di guerra
Sequestrate dai nazisti, non sono state restituite ai proprietari Sono almeno 100 mila. A Praga 50 Paesi cercano un accordo
BERLINO – Gli ultimi prigionieri della Seconda guerra mondiale sono rinchiusi in stanze blindate, in cantine, in soffitte. Nascosti e sotto controllo. Come minimo, centomila opere d’arte di valore – stimano gli esperti – che i nazisti sequestrarono sulla scia della loro espansione militare o espropriarono agli ebrei tedeschi e non sono mai state rintracciate. Seppellite spesso in magazzini di Paesi che non vogliono dare informazioni. Un pezzo di Olocausto che ancora oggi solleva emozioni forti e dispute accese. Una questione internazionale delicata che coinvolge governi, istituzioni culturali, musei, organizzazioni ebraiche e parenti delle vittime del nazismo.
Oggi, a Praga, si apre una conferenza sull’argomento alla quale partecipano i rappresentanti di una cinquantina di Paesi e qualche dozzina tra organizzazioni non governative e associazioni ebraiche (ci sarà anche il Premio Nobel per la Pace Elie Wiesel). L’obiettivo dei cinque giorni di discussione – e forse di decisioni – è quello di accelerare la ricerca delle opere nascoste e di creare meccanismi più certi nei processi di restituzione, oggi lasciati alle buone volontà nazionali. Dare cioè una spallata finale all’omertà che ancora resiste quasi 65 anni dopo la fine della guerra e nonostante che, nel 1998, 44 Paesi abbiano firmato i «Washington Principles», linee guida non vincolanti che hanno avuto un effetto scarso.
«I Principi sono un paradigma eccellente – dice Anne Webber, una dei presidenti della Commissione per l’arte saccheggiata in Europa’ Il problema è che, per lo più, non sono stati applicati. La maggior parte dei Paesi non ha verificato la provenienza delle sue opere d’arte, non ha reso pubbliche le registrazioni o non ha organizzato procedure a favore della restituzione. Chi reclama un’opera è lasciato alla mercé di singoli musei o degli Stati, senza certezze su come le sue richeste saranno trattate».
Alcuni Paesi hanno fatto molto, in questi dieci anni – dice Webber – Per esempio Austria e Olanda. Altri, come Italia, Francia, Spagna, Russia, Ungheria, poco o nulla. La Germania, che dovrebbe essere in prima fila, sta iniziando a muoversi solo ora. Una delle proposte che sarà presentata in questi giorni a Praga è proprio quella di istituire una classifica sui progressi fatti da ogni singolo Paese: come incentivo morale a fare di più.
In ogni città in cui entravano, le truppe naziste saccheggiavano opere d’arte, oggetti sacri, proprietà in genere. Certi reparti dell’esercito avevano il compito di trovare e sequestrare oggetti di valore artistico e spedirli in patria, alcuni per essere venduti, altri da mandare nei musei e molti nelle collezioni private dei gerarchi, primi fra tutti Hermann Göring e Adolf Hitler che sceglieva direttamente dal bottino di guerra le opere per il museo che progettava a Linz. Molti capolavori dell’antichità, ma in seguito anche opere più moderne, furono poi sequestrate alle famiglie ebree tedesche, con diversi metodi: semplicemente rubandole o costringendo in qualche modo i proprietari a venderle a prezzi stracciati. Fatto sta che si calcola che le opere d’arte incamerate dal nazismo siano state almeno seicentomila. Ben più di un milione se si contano oggetti che non possono essere considerati vera e propria arte ma che, per esempio per gli eredi delle vittime dell’Olocausto, non sono meno importanti.
A fine guerra, alcune opere furono restituite. Altre hanno continuato a circolare nel mercato dell’arte. Di altre ancora, circa centomila, non si è più saputo niente: al momento, ci sono 70 mila richieste di indagine. Negli ultimi anni, parecchie famiglie sono riuscite a recuperare quello che cercavano. In gran parte si tratta di opere di valore non astronomico, che non fanno titoli sui giornali, hanno solo valore affettivo per chi le recupera. Ma ci sono anche restituzioni di pezzi notevoli. Un Ninfee di Monet, per esempio, era finito in mani naziste nel 1940: una decina d’anni fa, il governo francese, che l’aveva recuperato, lo restituì alla famiglia Rosenberg. Sempre quell’anno, la Galleria Nazionale di Berlino consegnò agli eredi di una vittima di Auschwitz L’Olivette di Van Gogh.
Nel 2006, i governi austriaco e olandese hanno deciso di restituire opere del valore di circa 300 milioni a discendenti di ebrei morti nell’Olocausto. Nei giorni scorsi, il municipio di Linz, in Austria, ha votato per il ritorno di un Klimt agli eredi di una vittima nazista. E famosissimo fu il caso del Ritratto di Adele Bloch-Bauer, sempre di Klimt, che fu restituito alla famiglia Bloch- Bauer e nel 2006 fu poi venduto a un’asta di Christie’s per 135 milioni di dollari. Nonostante questi casi, però, la questione rimane complicata e causa di litigi: da una parte i proprietari originali che avanzano i loro diritti, dall’altra musei, privati e Stati che spesso fanno muro. In Ungheria, per dire, la famiglia Herzog, dall’America, lotta dal 1989 per rientrare in possesso di una serie di Manet, Renoir, El Greco, Cranach il Vecchio, alcuni dei quali stanno in due musei di Budapest: fino a questo momento, inutilmente. In Svezia, il Moderna Museet dilaziona da sette anni la restituzione di un Nolde sottratto dai nazisti alla famiglia Deutsch. Tutto è lasciato alle buone volontà di singoli Paesi e singoli musei.
Secondo gli esperti, le legislazioni migliori sono quelle di Austria e Olanda che hanno stabilito criteri di valutazione sulla base dei Washington Principles e formato commissioni che seguono i casi. In Gran Bretagna, la Camera dei Lord dovrebbe votare in via definitiva, proprio oggi, la legge che permette ai musei pubblici di restituire opere delle loro collezioni, cosa finora vietata. La Germania ha istituito l’anno scorso un’agenzia per stabilire la provenienza e i diritti di proprietà delle opere d’arte pubbliche. Progressi, ma troppo pochi e troppo lenti, sostengono i partecipanti alla conferenza internazionale di Praga. «Spesso – dice Gunnar Schnabel, avvocato e co-autore di un libro sull’argomento – i musei trattengono ogni informazione che hanno» su pezzi che potrebbero avere un passato oscuro legato ai nazisti. Come ultimo atto della sua presidenza dell’Unione europea, il governo ceco vuole dunque che la conferenza di Praga arrivi a spingere – sempre su basi volontarie ma forse rafforzate da incentivi morali – i governi che non l’hanno ancora fatto a darsi legislazioni chiare sulle restituzioni e a essere trasparenti sulle opere d’arte in loro possesso. Non tutti sono entusiasti. Norman Rosenthal, il famoso ex curatore della Royal Academy of Arts di Londra – ha sollevato un gran dibattito quando ha detto che è tempo che la questione dell’arte trafugata dal nazismo sia chiusa, come lo sono quelle delle confische napoleoniche e bolsceviche. Qui, però, ci sono di mezzo l’Olocausto e migliaia di famiglie che ancora sperano di liberare gli ultimi prigionieri della guerra.