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 2009  giugno 26 Venerdì calendario

PI CAPITALE ALLE BANCHE PI CREDITO ALLE IMPRESE



Ha ragione Giulio Tremonti che lamenta la scarsità del credito per le aziende o Corrado Passera che avverte di avere decine di miliardi non utilizzati dalla clientela? A ben vedere, il ministro dell’Economia e l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo fanno ciascuno la propria parte: il primo pungola banche e imprese non potendo l’indebitato Stato italiano surrogare il settore privato come accade in altri paesi.

Il secondo ricorda che recessione vuol di­re meno fatturato e meno investimenti, e dunque meno domanda di buon credito. I politici pensano al Pil, i banchieri ai bilanci sui quali si va già abbattendo l’ondata delle sofferenze. Il punto, alla fine, è semplice: quanto rischio in più le banche possono so­stenere per venire incontro al governo? Mol­to dipende dalla lungimiranza dei banchieri nel valutare il merito di credito dei clienti. Ma oltre un certo limite il coraggio diventa temerarietà. Questo limite è la forza patri­moniale delle banche. Le cronache della recessione dicono che i 10 miliardi di Tremonti bonds possono rive­larsi insufficienti sia perché costano l’8,5% fiscalmente indeducibile e, ove non venisse­ro rimborsati entro il giugno 2013, molto di più, sia perché sono riservati alle sole ban­che quotate in Borsa quando un terzo ab­bondante degli impieghi è fatto dalle picco­le banche non quotate. Intesa Sanpaolo, con­siderata tra gli istituti più solidi in Europa, emetterà Tremonti bonds per 4 miliardi qua­le assicurazione contro eventuali deficienze patrimoniali. Ma proprio da questa banca è venuta la proposta di un’ulteriore integra­zione di capitale che possa essere estesa alle banche minori, le più vicine alle famiglie e alle piccole aziende. Stiamo parlando del progetto di vendere le quote della Banca d’Italia di proprietà di 57 banche e casse di risparmio (oltre che di Inps, Inail, Generali, Fonsai, Milano Assicurazioni, Allianz e Rea­le Mutua) alla Banca d’Italia stessa che poi le ricollocherebbe presso una vasta platea di investitori istituzionali interessati a un rendimento contenuto e a basso rischio. In questo modo avremmo tre effetti positivi: a) la banca centrale vigilante non sarebbe più posseduta dai vigilati e darebbe vita a un mercato delle quote, sia pur sorvegliato, che conferirebbe un valore a ciò che oggi va­lore vero non ha; b) si darebbero ulteriori risorse patrimoniali alle banche, principal­mente a Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi, Bnl e Carige; c) queste e le altre banche bene­ficiarie dovrebbero destinare una parte dell’ incasso alla sottoscrizione di strumenti di capitale che le 665 banche non quotiste avrebbero facoltà di emettere pagando inte­ressi di mercato, probabilmente inferiori al tasso dei Tremonti bonds.

Il valore della Banca d’Italia sarebbe infe­riore a quello contabile, ma non al valore massimo stimato dalla banca quotista più «generosa», non foss’altro perché non con­testato a suo tempo dalla Vigilanza. Il bilan­cio di via Nazionale, d’altra parte, può assi­curare senza danni una remunerazione del capitale tale da poterlo valutare 8-10 miliar­di. Saremmo al raddoppio dei Tremonti bon­ds.

Il progetto viene da Enrico Salza, il presi­dente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo. Negli anni Ottanta, da leader del­la Camera di commercio di Torino, Salza aveva già adottato uno schema analogo per convincere le altre Camere, grandi e picci­ne, a dare vita al Cerved, l’archivio unificato e informatizzato dei registi ditte ideato dal professor Volpato di Padova, senza oneri per l’Erario e con generale soddisfazione. Fu quella una modernizzazione silenziosa e, di­remmo oggi, federalista. Un passo da gigan­te per l’informazione societaria che, con la benedizione dell’allora ministro della Giusti­zia, Mino Martinazzoli, portò alla soppres­sione dell’analogo, polveroso registro pres­so le cancellerie civili dei tribunali. Salza ha l’appoggio dell’intero vertice della banca, confortato da economisti come Alberto Qua­drio Curzio, ma non avrebbe avanzato la proposta all’assemblea della Banca d’Italia senza il preventivo avallo del governatore, che non a caso ha introdotto il problema nel­le sue Considerazioni finali. E conoscendo gli antichi rapporti tra il banchiere e Tre­monti, nemmeno questo sarebbe bastato se fin dal primissimo istante Salza non avesse riscosso l’interesse di Via XX Settembre. D’altra parte, se davvero il ministro avesse voluto nazionalizzare la Banca d’Italia, avrebbe potuto procedere in base alla legge sul risparmio, e non l’ha fatto. Una volta esauriti i Tremonti bonds, ecco i Salza bon­ds. La seconda tornata di ricapitalizzazione del sistema bancario sarebbe a portata di mano grazie a una spinta potenzialmente tri­partigiana: banche, banca centrale e mini­stro. A meno che, nell’Italia dei Ghibellini e dei Guelfi, dei Guelfi Bianchi e dei Guelfi Ne­ri, questo non sia troppo.