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 2009  giugno 26 Venerdì calendario

PESCATORI DI HARLEY DAVIDSON


Il successo Le usavano i soldati di Batista e anche un corpo di polizia creato dopo la Revolución di Fidel Castro

Il declino Dopo la chiusura commerciale con gli Usa era impossibile mantenerle perché mancavano i pezzi di ricambio

L’AVANA
In fondo al lago di Santa Clara, con le reti e l’arpione. Elieger e Marlon lo sapevano, i vecchi del paese erano troppo sicuri: «Ma anche in mare ne potete trovare». Meglio cominciare dal lago, è meno rischioso, la città e il mausoleo con la tomba di Che Guevara sono proprio alle spalle, rassicuranti. Un giorno. Una settimana. Due settimane. E finalmente, «dopo aver provato con corde e ganci di tutti i tipi», ecco che qualcosa c’è. Elieger e Marlon hanno cinquant’anni e quando la raccontano sembrano ragazzini, è il momento più bello di una vita. «Abbiamo tirato, tirato e tirato. E c’era! Il telaio di una Harley-Davidson del 1949!».
A Cuba li chiamano «Los Cotollos», che vuol dire i rottami. «Perché cerchiamo quel che l’isola ancora nasconde della nostra passione, i pezzi di quella moto americana, e a volte ne abbiamo trovate quasi intere». In fondo al lago. O in mare. «E ce n’erano anche sottoterra». Sono lì dal 1962, da quando è cominciato l’embargo e Fidel Castro se l’è presa con quel simbolo troppo americano. Erano le moto della polizia e dell’esercito della Cuba di Fulgencio Batista, il presidente cacciato dalla Revoluciòn del 1959. Poi del Dipartimento Motociclistico della Polizia Rivoluzionaria. Infine solo da smontare, buttare, dimenticare.
Ma domenica, al Colon, il cimitero monumentale de L’Avana, di Harley-Davidson con la bandierina cubana ce n’erano almeno cento. Succede così ogni terza domenica di giugno, è il «Dia del Motorista Ausente», il giorno del motociclista che non c’è più: si chiamava José Lorenzo Cortes, detto «Pepe Milesima». «Prendeva le vitine e le misurava con il micrometro con assoluta precisione. Da qui il soprannome», ricorda Josè Sebrino, che per sette anni ha lavorato con lui e adesso è il miglior meccanico di Harley-Davidson di tutta Cuba. Mestiere da artisti veri, perché i pezzi di ricambio non arrivano: o li trovi arrugginiti, o li inventi.
Sono i «Cuban Harleystas», malati di moto y Revoluciòn. Ora protagonisti di un film dedicato ai 10 milioni di «Harleysti» che s’incontrano in giro per il mondo. Prodotto dai milanesi Vieri Nissim e Francesco Scribani Rossi per la Gvl Advertising, regia di Guido Giansoldati, è in distribuzione da fine mese in 25 paesi, Europa, Usa, Giappone e Thailandia. In 50 minuti le storie degli «Harleystas», che sono anche una storia di Cuba. «Ne avevo vista due in un cortile, vecchia, abbandonate - dice Giansoldati -. Ma che ci fanno qui?». L’idea del film è cominciata lì, quattro anni fa.
Ecco pescatori di Harley Davidson e José Sebrino, che lascia partire moglie e figlia di 13 anni per gli States e resta con il gatto a L’Avana. «Ne avrò rimesse a nuovo almeno cinquanta, se me ne vado chi mai riuscirà ad adattare i cerchioni alle gomme originali che qui non si trovano?». Oreste Satolongo che quando sta per morire chiede alla famiglia «per favore, mettete la mia Harley-Davidson nella tomba con me». E Luis Enrique, il presidente del Club Moto Classica Cubano che dice «per fortuna non gli hanno dato retta». E adesso gira per piantagioni di canna da zucchero e ananas su quella Harley-Davidson tutta gialla.
«Forse nemmeno i cubani conoscono tutta questa passione -spiegano produttori e regista -per questo simbolo più americano del mondo nel posto meno americano del mondo. Gli «Harleystas» raccontano la relazione complessa tra cubani e Usa, coltivata con rispetto e con la loro interpretazione». Che è poi quella di Làzaro Albéro, quattro anni di lavoro per rimettere a nuovo la sua moto del 1945, i pezzi copiati da un vecchio catalogo trovato da un amico: «Io non sono un ”Hells Angels” o un ”Bad Boys”. Amo la mia Harley-Davidson, ma ho partecipato e partecipo a tutte le attività rivoluzionarie. Sono un rivoluzionario cubano».
Antonio Luiz Miniet Hernandez ha ancora le vecchie foto del 1957, quand’era entrato nel Dipartimento Motociclistico della Polizia Rivoluzionaria per guidare una Harley. «Avevano chiuso i Casinò, il popolo li aveva assaltati, e non avevo un lavoro». Era nella pattuglia acrobatica e ricorda il Carnevale del ”65 e quell’incidente, lui che precipita dalla scala montata sulla moto: «Era presente il Capo della Revolución, e in quel momento ordinò di sospendere per sempre la nostra attività». E proprio da quel momento per le Harley-Davidson di Cuba era cominciata la fine, tutte in rimessa, e poi da buttar via, anche in mare.