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 2009  giugno 26 Venerdì calendario

BURQA D’OCCIDENTE


Moulaika dice di metterlo per libertà e non per obbligo. «Così posso andare a scuola, uscire di casa, fare quello che voglio senza che i maschi della mia famiglia me lo impediscano». Khadija racconta che a scuola, due mesi fa, si è avvicinato un prof e le ha fatto notare che aveva sì il velo, ma anche la pancia di fuori e che fumava: «Gli ho chiesto di non raccontarlo a mio fratello, altrimenti mi chiude in camera e poi butta via la chiave». Jalila invece lo portava e ha smesso: «Mi dava fastidio, non mi piace e non credo di essere una cattiva musulmana se vado in giro scoperta».
Nella città più islamica d’Italia, le ragazze velate non si sentono recluse e neppure fenomeno da baraccone.«Da molto tempo Torino ha capito, e s’è abituata». Ma quando sulla nuova metropolitana sale una donna coperta da capo a piedi, con appena una fessura per gli occhi, tra i viaggiatori è un sussulto.

Burqa, chador, hijab
L´Europa si interroga sulle donne vestite all´islamica: libera scelta o imposizione maschilista? E mentre la campagna di Sarkozy agita i francesi siamo andati a vedere cosa accade a Torino, la metropoli più musulmana d´Italia
Moulaika: "Lo metto perché così gli uomini della mia famiglia mi lasciano uscire"
"Gli italiani sono più aperti dei francesi. I casi di intolleranza sono davvero pochi"

Ogni tanto accade di vedere donne che portano il niqab, quella specie di tunica che lascia almeno libero lo sguardo e che i francesi vogliono cancellare insieme al suo più estremo gemello afgano, il famigerato burqa. Un caso? Un nuovo segno identitario? La rivendicazione di scelte religiose più radicali? Oppure, per dirla tutta, è una traccia integralista da non sottovalutare? E come sono accolte quelle donne, specialmente dopo le polemiche in Francia, dove Sarkozy ha definito il velo "non gradito"?
«In Italia, e anche a Torino, il burqa è un oggetto rarissimo. Non che non esista, però si vede più spesso il niqab». Abdellah Kounati è il presidente della Moschea della Pace, dietro il mercato di Porta Palazzo. Qui, un tempo i venditori parlavano la koinè dei dialetti italiani, compreso l´ormai quasi estinto piemontese. Poi sono arrivate le cadenze del sud Italia, ai tempi di Mimì Metallurgico e oltre. Da un bel po´, la lingua ufficiale è il marocchino.
Tra bancarelle di tè verde e macellerie islamiche, la Moschea della Pace è incastrata in mezzo a vecchi palazzi senza un solo nome italiano sul campanello.
«Ma qui l´integrazione è un dato acquisito» dice Kounati.
«Quando portano il velo, e per velo intendiamo quasi sempre l´hijab che lascia scoperto il viso, le nostre donne sono circondate da curiosità ma non da diffidenza. Allora spiegano cos´è, soprattutto ai bambini, e tutto finisce lì.
Io penso che la laicità italiana, assai più tollerante di quella francese, non rappresenti una minaccia per le donne islamiche. Indietro non si torna».
Eppure, un mese fa una signora torinese ha protestato per la presenza di una donna velata alla biglietteria della Reggia di Venaria. Le colleghe di Yamna Amellai si sono subito messe il foulard sul capo, per solidarietà. «Una volta un uomo mi ha detto di tornare al mio paese» racconta Yamna, «però per fortuna l´ignoranza non è così diffusa. La Reggia è un patrimonio internazionale, mi sembra ovvio che ci lavorino anche gli stranieri».
Il difficile è capire se le donne barricate dentro un abito della tradizione religiosa lo facciano per libera scelta, oppure perché costrette.
«La scuola islamica più integralista, quella salafita, ritiene che il niqab sia l´unico velo islamico, però non è una posizione così diffusa» spiega Kounati. La signora Fatma, che vende (velata) frutta e verdura a Porta Palazzo non si sente un´attrazione del carnevale: «Il velo è una mia scelta, e comunque una donna coperta o un uomo barbuto non sono mica per forza terroristi o fondamentalisti. In giro vedo tanta ignoranza, ma anche tanta voglia di capire».
Non è stato facile arrivarci. Nella Torino dell´Islam che avanza e dei santi sociali, dove don Bosco sta vicino a Mustafà, nel 2002 migliaia di musulmani scesero in piazza, si inginocchiarono verso La Mecca e pretesero libertà di velo. L´oggetto del contendere erano le fotografie sui documenti delle donne islamiche. «Oggi la situazione è molto più tranquilla» dice Rosanna Lavezzaro, dirigente dell´ufficio immigrazione della Questura. «Negli ultimi anni, mi vengono in mente solo tre casi estremi di burqa: due donne somale e un´italiana». La quale si chiamava Barbara Farina, diventata Aisha dopo la conversione all´Islam e il matrimonio con Abdulkair Fall Mamour, l´imam di Carmagnola espulso dall´Italia per una serie di frasi sconsiderate su Bin Laden e i kamikaze. Costei si rifiutò di togliere il burqa e di farsi riconoscere. Invece le due somale erano state costrette dai mariti a infagottarsi. «Ma oggi possiamo dire che Torino ha raggiunto un ottimo livello di integrazione tra le diverse comunità etniche e religiose». Fatto salvo, ovviamente, l´obbligo di scoprire l´attaccatura dei capelli e le orecchie nelle foto dei documenti, come da circolare (un po´ datata) del ministero dell´Interno.
Comunque, la realtà è più variegata e complessa. Moschea di piazza Bengasi, periferia sud, un edificio moderno tra negozi di vestiti e chioschi del kebab.
Qui, sempre più donne italiane decidono di passare all´Islam. «Perché dà risposte religiose più profonde, con maggiore coerenza e fede» racconta Chiara, ma ora bisogna chiamarla Amal. «Mio marito è marocchino, però non sono diventata musulmana solo per questo: è che ci credo. Il velo? Una scelta».
Per qualcuno, il problema non è un problema. Per esempio per gli studenti e gli insegnanti dell´istituto "Giulio", nel cuore del quartiere nero di San Salvario, dietro la stazione. Arabi, arabe, marocchini, somali e somale. «Le musulmane più giovani entrano in classe velate, e quando vanno in palestra o in piscina si mettono calzoncini e costume, senza drammi» racconta una professoressa. «Detto tra noi, mi sembrano più dignitose loro di certe ragazze italiane che vengono a scuola mezze nude, tipo cubiste».
Tra i 40 mila musulmani di Torino, oltre la metà sono donne. Conseguenza dei ricongiungimenti familiari e delle nascite, perché ormai siamo alla quarta generazione. «Per molte ragazze, il velo è quasi un costume tradizionale» dice il presidente della Moschea della Pace (e tra un anno sorgerà quella nuova di zecca in via Urbino, dopo tante discussioni: a giorni l´inizio dei lavori).
«Certo, esistono anche donne obbligate a coprirsi dai padri, dai fratelli e dai mariti, però non sono la maggioranza». Molte di loro hanno foto occidentali nei passaporti, con trucco e rossetto, ma poi si velano quando arrivano in Occidente: è il loro modo di sentirsi musulmane, di difendere un´identità più culturale che religiosa. «La globalizzazione non piace mica a tutti» spiega appunto Sumaya, diciannove anni, il chador legato dietro la nuca come una bandana, un po´ alla pirata. «Qualcuno ci guarda in modo strano, però la maggior parte della gente ha capito che non siamo una minaccia e neanche una stranezza, è solo che questi abiti fanno parte di noi e della nostra storia.
E poi, scusate, vogliamo parlare delle suore? Mica nessuno si scandalizza se si coprono il capo». Sono sempre i più giovani ad andare al cuore delle cose, senza veli.