Federico Rendina, ཿIl Sole-24 Ore 26/6/2009;, 26 giugno 2009
SFIDA TRA ENI E NIPPON OIL PER IL GREGGIO DI NASSIRIYA
Testa a testa tra il nostro campione energetico Eni e i giapponesi della Nippon Oil per il ghiottissimo giacimento petrolifero piazzato nel sud dell’Iraq, proprio nell’area di Nassiriya che fu presidiata dai militari italiani. Hanno mollato la presa, almeno così riferiscono fonti irachene, gli spagnoli della Repsol, i terzi pretendenti. «Offerta non conforme alle attese», commentano le stesse fonti. Come a dire che gli italiani e i giapponesi avrebbero prospettato dei buoni accordi, sia sul fronte economico (investimenti, introiti garantiti per la nuova amministrazione locale) che industriale (apporto di tecnologie, capacità organizzative, affidabilità a lungo termine).
Via, dunque, alla corsa finale: il verdetto della prima tornata di gare per assegnare le concessioni petrolifere del dopo Saddam, che comprendono anche le ricche aree del nord, è atteso per i primi giorni della prossima settimana. Può essere un gigantesco affare per tutti, ha sottolineato più volte l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni. Ben allenato, evidentemente, agli scenari difficili. E qui non preoccupano troppo, evidentemente, le ripetute richieste di annullamento delle gare in atto, formulate anche negli ultimi giorni al ministro del petrolio Hussein al-Shahristani dalla compagnia locale South Oil Company. Un gioco delle parti, forse, per calibrare possibili alleanze. Potrebbe preoccupare di più l’annuncio un po’ gelido giunto dal portavoce del governo di Baghdad, Ali al Dabbagh: il consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che, forte dell’imposta sul reddito delle compagnie petrolifere prevista direttamente nella Costituzione, fissa l’incremento di tale apporto dall’attuale 15% ad «almeno» il 35%. La ragione: il brusco calo delle quotazioni internazionali del greggio che mal si conciliano con le esigenze di budget per lo sviluppo nazionale. Al parlamento iracheno la decisione finale.
Sa bene Scaroni che l’Iraq rimane uno dei terreni petroliferi più interessanti del pianeta. Il suo sfruttamento ha un potenziale immenso. Il paese è ancora pieno di petrolio (e gas metano) "facile" da cercare, da estrarre, da far zampillare. Tanto che le sue riserve sono valutate in almeno 115 miliardi di barili (ma secondo gli esperti se ne potrebbero accertare, con buona probabilità, altri 100 miliardi) ponendo il paese al terzo posto tra i "serbatoi" petroliferi mondiali dopo l’Arabia Saudita e l’Iran. Tutto ciò con costi stimati di estrazione tra 1,5 e 2,25 dollari al barile, contro i 5 dollari del petrolio anch’esso "facile" della Malesia, agli almeno 20 dollari necessari a spillare l’ansimante petrolio canadese e ai 30 dollari e più da preventivare per estrarre dall’impervia area marina del Kashagan nel Caspio, che a Scaroni sta dando veri e robustissimi problemi.
Di sicuro il nuovo Iraq dovrà lavorare d’amore e d’accordo con le compagnie più dotate di capacità e tecnologie (e l’Eni è una di quelle) per concretizzare i suoi ambiziosi piani di sviluppo petrolifero. Oggi, a macchine riavviate, laggiù si estraggono non più di 2,5 milioni di barili al giorno. I piani puntano su 5-6 milioni entro un quinquennio o poco più. Le potenzialità non mancano.
Ma per "facile" che sia il petrolio iracheno ha bisogno, per centrare l’obiettivo, di tecnologie e capacità che solo le grandi compagnie espulse con la nazionalizzazione dei primi anni 70 possono dare. Insieme ad investimenti per almeno 50 miliardi di dollari.