Carlo Bastasin, ཿIl Sole-24 Ore 26/6/2009;, 26 giugno 2009
BANCHE E GOVERNI, NON LASCIATE SOLA LA BCE
L’operazione con cui la Bce ha finanziato mercoledì il sistema bancario europeo, sebbene in continuità con operazioni precedenti, apre una fasedecisiva per disincagliare l’economia dalla recessione. Da sola tuttavia non è affatto sufficiente. Affinché l’abbondante liquidità disponibile nel sistema monetario si traduca in finanziamenti alle imprese e all’intera economia è necessaria un’iniziativa di politica economica dotata di tempismo e di senso strategico. In parole semplici, nel caso dell’Italia è necessario che il governo e la banca centrale riuniscano attorno a un tavolo i principali istituti di credito del paese, ne esaminino tecnicamente le condizioni patrimoniali o anche la semplice opportunità di costituire dei serbatoi finanziari con cui alimentare il credito in vista della ripresa, e quindi li inducano a rafforzare il proprio stato patrimoniale. Solo l’aumento del capitale proprio consentirà agli istituti bancari di tornare sul mercato, reperire risorse finanziarie a medio termine e riprendere le attività di credito alle imprese senza il timore di non essere in grado di sopportare le inevitabili sofferenze in una fase di recessione economica.
Le banche devono ricapitalizzarsi e rivolgersi al mercato, insieme e adesso, perché a dieci mesi dallo scoppio della crisi ci troviamo ancora intrappolati nello stesso classico problema di coordinamento delle aspettative e dei comportamenti che già era evidente nello scorso autunno. Nessuna banca vuole esporre isolatamente al mercato le proprie necessità patrimoniali, per timore di vedersi attribuire lo stigma di banca in difficoltà. Inoltre, come ha osservato il banchiere centrale Lorenzo Bini Smaghi (commentando ieri un libro di Franco Bruni sulle meccaniche della crisi), un sistema di incentivi perverso trattiene le banche dal rivolgersi agli strumenti messi a loro disposizione dagli Stati per aumentare il capitale (per esempio i Tremonti bond): gli azionisti temono di vedere diluito il valore delle loro azioni, mentre i manager temono i vincoli all’operatività e alle strutture dei loro compensi. Il limitato utilizzo dei Tremonti bond e la carenza di credito hanno alimentato una vivace polemica tra banche e governo. Molti di noi, nei giornali e nella politica, ricorrono a giudizi morali nel valutare il comportamento dei banchieri. I fenomeni di avidità che hanno accompagnato l’esplosione della crisi a Wall Street giustificano l’indignazione. Il fatto che l’operazione Bce abbia coinciso con una corsa a investire su titoli ad alto rendimento (per esempio sul fiorino ungherese), ha alimentato i sospetti di un insopprimibile istinto speculativo.
Eppure dal punto di vista delle autorità di politica economica, il problema provocato dall’incagliamento dei crediti nei confronti delle imprese, in Italia come in Germania, non richiede antropologia lombrosiana, può anzi essere risolto solo se ci si attiene a una freddezza diagnostica di tipo medico: non è una speciale psicologia del banchiere – avido e pavido – a frenarlo, ma un problema di azione collettiva in cui la razionalità di ogni banchiere nell’evitare di esporsi, si traduce in un fallimento collettivo. proprio in queste circostanze che un intervento di regolazione politica è indispensabile.
Tra le altre, le autorità francesi lo hanno già capito, hanno raccolto i banchieri attorno a un tavolo e hanno indotto gli istituti di credito a ricapitalizzarsi, così da poter raccogliere risorse finanziarie a medio termine convincendo il mercato attraverso la garanzia di un capitale "tier1” più solido. Si sono ricreate così le condizioni per riattivare il circolo del credito e i prestiti indispensabili alle imprese colpite dalla crisi o in fase di ristrutturazione.
Va fatto ora perché non va sprecata la circostanza attuale: la recessione dà segnali di rallentamento e la Bce ha potuto sfruttare un livello dei tassi particolarmente basso per aumentare di circa il 10% l’offerta di moneta esistente nell’area euro. Il mercato monetario è in condizioni di ben funzionare da meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Tocca ora attivare il credito, prima che le imprese riducano permanentemente la capacità produttiva danneggiando la crescita potenziale dell’economia.
Se la trappola del mancato coordinamento impedisse di riattivare il mercato finanziario, alle banche centrali non resterebbe che sostituirsi alle banche per finanziare direttamente le imprese, come ha ipotizzato la Bundesbank. Forse la crisi potrebbe finire lo stesso, ma con essa finirebbe probabilmente anche l’economia di mercato1.