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 2009  giugno 26 Venerdì calendario

KODACHROME? MODERNARIATO

(un articolo e due box) -

Era il mondo dei colori saturi e contrastati, lo stesso che circondava Churchill, Roosevelt e Stalin a Yalta nel 1945. Ma il digitale ha preso il posto della pellicola fotografica mentre i laboratori fatturavano soltanto l’uno per cento e 4500 dipendenti perdevano il posto
Di cosa parliamo quando discutiamo di pellicola? Per la maggior parte di noi si tratta dell’involucro per avvolgere i cibi. Per qualcuno è ancora sinonimo di film, d’altra parte la parola inglese «film» significa proprio pellicola. Più nessuno pensa a quella per le fotografie (men che meno al vecchio superotto). Tutto è ormai digitalizzato e quindi di immediata visibilità, anche Polaroid ha dovuto farci i conti. Si spiega così l’annuncio «storico» della Kodak che lunedì ha deciso di smettere di produrre la pellicola fotografica Kodachrome che rappresenta ormai solo l’1% del suo fatturato, roba per puri amatori. A fronte del 70% del fatturato proveniente dal digitale. Per dare un’idea ormai solo un laboratorio al mondo lavora Kodachrome: si tratta di Dwayne’s Photo a Parson, Kansas, che ha dichiarato di continuare a farlo anche nel 2010, quando si presume saranno esaurite le pellicole attualmente in circolazione. Tre anni fa della faccenda s’era occupata anche la Comunità europea perché la Kodak aveva intenzione di chiudere il laboratorio di sviluppo di Losanna, in Svizzera, ma che copriva tutta l’Europa. Ci furono interventi dall’Olanda che vedevano in quella chiusura un impoverimento culturale. Ma non c’è stato nulla da fare.
Già perché quella pellicola, nata nel 1935, ha letteralmente segnato un’epoca. Forse qualcuno ricorda ancora l’immagine di Churchill, Roosevelt e Stalin a Yalta nel 1945: ebbene era stata fatta con Kodachrome. Da lì moltissime delle immagini che hanno documentato la storia della seconda metà del ’900, così come l’arte della fotografia, hanno utilizzato quella particolare pellicola, capace di offrire una gamma di colori e di contrasti che, secondo gli addetti ai lavori, nessuna altra era un grado di restituire in quei termini. un pezzo di storia che viene archiviato. La digitalizzazione ha vinto. Del resto anche quei pochi che negli ultimi anni usavano ancora il rullino con la mitica pellicola erano poi costretti a farci i conti. Nei giornali nessuno più aveva intenzione di prendere la diapositiva, passarla allo scanner e utilizzare la foto, che comunque a quel punto era digitale. I tempi e i costi poi hanno spostato tutto. Ogni reporter oggi manda in tempo reale i suoi scatti ai destinatari sparsi per il mondo, magari con qualche ritocchino in photoshop fatto da lui stesso o dalla redazione.
Quel gesto del rullino preso dal contenitore di plastica, della pellicola forata di lato fatta leggermente sfilare per essere fissata ai dentini, l’attenzione per non fare prendere luce, il far ruotare la pellicola scatto dopo scatto, la consegna per lo sviluppo e la stampa, l’attesa per il risultato... Tutto questo non esiste più, oggi si inserisce una piccola o grande memoria che ci appare come un quadratino di plastica, subito vediamo il risultato in macchina e possiamo altrettanto rapidamente gestirla con il computer.
 comunque finita un’epoca. Non è il caso di vivere di rimpianti, il paradosso però esiste se il capo divisione della Kodak, Mary Jane Hellyar, ha definito Kodachrome un’icona. Termine che suona appropriato e sarcastico data l’occasione. E si è detta dispiaciuta della scelta che l’azienda ha dovuto fare. Scelta definita obbligata. Quel che ha sottaciuto riguarda i 4500 dipendenti che l’azienda ha dichiarato a gennaio di dover tagliare, quasi il 20% del totale e questo, prima ancora che alla tecnologia che ha ammazzato la pellicola, è dovuto alla crisi economica se è vero che le azioni Kodak oggi valgono 2 dollari e 62 centesimi (dopo l’annuncio ha infatti perso un ulteriore 10%) mentre un anno fa veleggiavano a 12 dollari e 34 centesimi. Il New York Times nel pubblicare una sorta di necrologio di Kodachrome ha rispolverato Neil Simon che nel 1973 aveva scritto una canzone dedicata alla pellicola. Oggi rimangono solo una canzone e un’infinità di ricordi, come quello della ragazza afgana dai chiarissimi occhi verdi realizzata da Steve McCurry nell’85, finita prima sulla copertina del National Geographic e poi nel museo della casa madre, il George Eastman House in Rochester. Ecco, appunto, oggetti da museo. Un luogo da rivalutare, sia in generale che per vedere fotografie, magari di quelle fatte con pellicola e che hanno fatto storia. Forse la differenza è tutta lì, oggi si fa solo cronaca, come se non ci fosse più bisogno di storia. E allora siamo tutti un po’ più poveri, soprattutto in termini di idee.

Antonella Catacchio


Nel 1973 Paul Simon pubblicò un album intitolato «There Goes Rhymin’ Simon» contenente una piacevole canzone, «Kodachrome». Il brano ebbe una discreta fortuna commerciale nonostante l’ostracismo decretatogli dalla Bbc che aveva regole severissime sull’uso di marchi e prodotti nella programmazione radiofonica che potevano sembrare pubblicità indirette (nel brano il cantautore di «Mrs.Robinson» citava pure la Nikon). Nel testo la pellicola fotografica diventava sinonimo di dolci ricordi, di ragazze conosciute a scuola, di vivida immaginazione.
«Ci danno quei colori così vivi. Ci danno il verde dell’estate, e vi fanno pensare che tutto il mondo sia un giorno di sole (...) Dunque mamma, non portarmi via la Kodachrome». Alcuni critici sostengono che Kodachrome era una metafora degli acidi, in un periodo di grande consumo di droghe, proprio perché il prodotto a marchio registrato della Kodak era il primo di una nuova era, quello che dava una nuova visione della realtà dai colori brillanti e carichi, come gli effetti di una pasticca di Lsd. E così si spiegherebbe anche l’esortazione finale alla mamma. (f.d.l.)

Marco Delogu è un fotografo e dirige da diversi anni il Festival dedicato alla fotografia che si tiene a Roma (e che quest’anno ha voluto intitolare alla «gioia», emozione misconosciuta nel mondo contemporaneo). Per lui, però, che pure lavora molto con la pellicola, la fine del Kodachrome non è da considerarsi una tragedia. « vero, finisce un’era, ma non mi faccio condizionare dai mezzi. Conta sempre l’idea. In fondo, quella saturazione dei colori che ricordiamo dagli anni Sessanta, tipica dell’effetto così contrastato del Kodachrome, oggi si può ottenere senza difficoltà con il digitale. Il mondo tecnologico è cambiato da tempo ormai: la polaroid per esempio non esiste più e anche i negativi in bianco e nero o la carta per stampare in bianco e nero sono una rarità destinata all’estinzione. Sono stato l’assistente del fotografo americano Art Kane e ricordo che l’effetto dato da quel tipo di pellicola alle sue immagini sul Cadillac Ranch era qualcosa di fantastico. Ma lui non c’è più e la sua testa non è riproducibile. Il problema è la visione soggettiva, il cervello umano che c’è dietro una scelta estetica. La tecnica che viene usata resta importante, ma forse Tiziano sarebbe stato ugualmente un eccelso maestro anche soltanto con le matite e con pigmenti di colore diversi. Non mi piacciono gli atteggiamenti nostalgici, non approvo la tentazione del ’piangersi addosso’ e questo nonostante io ancora scatti in pellicola. Un fotografo come Guy Tillim, presente al festival di Roma al Palazzo delle Esposizioni, ha sempre scattato in bianco e nero. Adesso è passato al digitale e questa trasformazione gli ha permesso di crearsi un cromatismo tutto suo, una sua ’cifra’ di luce». (a. di ge.)