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 2009  giugno 25 Giovedì calendario

LUCA PIANA, MICHELE SASSO, PAOLO TESSADRI PER L’ESPRESSO 25 GIUGNO 2009

L’esercito dei disoccupati Dalla veneta Safilo alla Fiat, dalla lombarda Saes alla Telecom. I riassetti aziendali fanno temere ai sindacati l’arrivo di un autunno davvero nero. E c’è già chi mette nel conto un milione e mezzo di senza lavoro in più

Fino a poche settimane fa i mille dipendenti friulani della Safilo avevano buone ragioni per sentirsi soddisfatti. Lavoravano per una di quelle aziende che vengono spesso citate per descrivere il miracolo dei distretti industriali italiani. Nata negli anni Trenta in Cadore, la culla della rinomata manifattura italiana degli occhiali, la Safilo è diventata nel tempo uno dei più importanti marchi mondiali del settore, con filiali e stabilimenti che si spingono fino in Cina.
Nelle fabbriche di Precenicco e Martignacco, entrambe in provincia di Udine, a marzo è però arrivata la doccia gelata. La prima chiuderà del tutto, lasciando a casa 303 persone; la seconda manterrà un presidio che al momento è stato quantificato in 162 lavoratori: tre su quattro perderanno il posto.
La crisi della Safilo mostra uno dei misteri delle statistiche italiane sul mercato del lavoro, apparentemente meno scosso rispetto al resto d’Europa, dove sono già andati in fumo 2 milioni di posti di lavoro. "Non abbiamo visto chiusure né licenziamenti di massa", recita la propaganda governativa per respingere la richiesta di sussidi per tutti i disoccupati. In effetti i 761 lavoratori friulani della Safilo destinati a perdere il posto, tra cassa integrazione straordinaria e in deroga, per un paio d’anni non finiranno nei numeri ufficiali dei senza lavoro.
L’ombrello della cassa - 750 euro al mese, ai quali l’azienda ne dovrebbe aggiungerne un altro centinaio - sul piano dei conteggi li farà considerare fra i lavoratori attivi, anche se molti di loro non varcheranno mai più i cancelli dello stabilimento. "Quando la crisi finirà, la ripresa rischia di arrivare senza operai in fabbrica", è l’allarme di Roberto Di Lenardo, il sindacalista della Cgil che ha firmato gli accordi ora in attesa del via libera del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi.
Fuori dalle statistiche, il mercato italiano del lavoro sta vivendo almeno tre drammi in uno. Il primo è quello dei lavoratori con contratto a termine che con la crisi hanno già perso il posto. Se ne contano in tutte le aziende, ma è difficile battere i numeri della Fiat: negli stabilimenti nazionali del gruppo già 4 mila persone hanno vissuto lo choc della mancata conferma.
Il secondo dramma riguarda invece chi da mesi deve sbarcare il lunario con la cassa integrazione o i sussidi di mobilità e già sa che l’azienda non ce la farà a ripartire. Il terzo è quello di chi teme che, con il finire dell’estate, la cassa lasci il posto a nuovi piani di ristrutturazione e a chiusure definitive più massicce di quelle che si sono viste finora.
Le statistiche, infatti, dicono che quando l’economia si ritira la disoccupazione esplode sempre in ritardo. L’esempio più recente risale alla gelata dei primi anni Novanta, che fino al 1995 fu seguita da un progressivo declino dell’occupazione. Fatti i paragoni con quella crisi, che causò una discesa del Prodotto interno lordo più contenuta rispetto all’attuale, alcuni economisti ritengono che nei prossimi anni l’Italia potrebbe perdere un milione e mezzo di posti di lavoro su un totale di 23,3 a fine 2008 (autonomi compresi).
Uno scenario drammatico che ha motivato l’appello del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a riformare il sistema delle tutele anti-disoccupazione, gli ammortizzatori sociali. E che spinge Confindustria e sindacati a chiedere estensioni quasi illimitate della cassa integrazione.
Per avere un’idea di come l’autunno rischi di scaricare sull’Italia un’ondata di nuovi disoccupati si può partire dal Veneto. A Bassano del Grappa i 70 lavoratori della Balestra, un’azienda orafa nata nel 1882, hanno già ingrossato le fila dei disoccupati ufficiali: per loro la mobilità è scattata da dicembre, con la messa in liquidazione dell’azienda. In altre situazioni di crisi conclamata, sempre a Bassano, i dipendenti figurano invece ancora tutti al loro posto, sebbene non mettano piede in fabbrica da mesi. Accade alla Siltal, dove si producevano frigoriferi e dove la crisi produttiva si protrae da tempo.
"L’azienda ha boccheggiato per due anni e noi abbiamo tirato avanti con 600 euro al mese", racconta un operaio di 51 anni che, per pudore, chiede di non rivelare il nome. "Per fortuna il direttore della banca mi ha prorogato il mutuo di un altro anno, fino al 2013, altrimenti avrei rischiato di perdere anche l’appartamento", aggiunge. Ora però la cassa si sta esaurendo: "A luglio i 240 dipendenti saranno probabilmente disoccupati", dice Gloria Berton della Cgil di Vicenza, che in Veneto prevede "il contraccolpo più duro dopo le ferie, con la fine degli ammortizzatori".
In effetti, in Veneto i focolai della crisi sono molti e diversificati: c’è quello ricorrente del polo chimico di Porto Marghera, ma non mancano nomi nuovi. Come ad esempio la Socotherm di Vicenza, che realizza i rivestimenti delle tubazioni per il trasporto di petrolio: fino a pochi anni fa guidava le classifiche sulle medie imprese italiane con i più elevati tassi di crescita, ora si parla della necessità di nuovi soci e di una ristrutturazione in arrivo.
Se si allarga il raggio d’osservazione, il quadro non cambia. E l’idea di un autunno difficile viene confermata in pieno. A San Vito al Tagliamento da luglio andranno in mobilità i 148 addetti del gruppo anglo-finlandese Luvata, che ha deciso di chiudere uno dei suoi tre stabilimenti friulani. A Rimini è invece nel pieno lo scontro sindacale sul progetto di ristrutturazione della Scm, un vero colosso nella fabbricazione di macchine da legno, con 3.800 addetti in tutta Italia. L’azienda ha presentato un piano di riorganizzazione con cassa integrazione a zero ore per 400 dipendenti e a rotazione per altri 500 che dai sindacati è stato letto come l’avviso di tagli strutturali: "L’azienda chiede una gestione unilaterale della crisi che non possiamo accettare", dice Massimiliano Gabrielli della Fiom di Rimini.
La disoccupazione, in effetti, non risparmia le grandi aziende, come mostrano i nuovi tagli annunciati alla Telecom, finita nel mirino dei sindacati dopo l’avvio di una procedura di licenziamento per 470 persone che ha provocato proteste. Ed è una mannaia che pende sul capo dei lavoratori per anni, una volta entrati nel vortice della cassa integrazione straordinaria. Alla Saes Getters di Lainate, un’azienda elettronica del milanese, nel 2007 è partita una trafila di cassa integrazione e mobilità durata due anni.
Non è bastato: il 14 maggio è arrivato l’annuncio di altri 100 tagli su un totale di 1.300 dipendenti. Mentre alla Innse Presse di Lambrate, nella prima cintura di Milano, la procedura di crisi e l’arrivo nel 2006 di un nuovo proprietario non è servito a nulla. L’estate scorsa gli ultimi 49 operai sono stati licenziati. Da allora, a dispetto di una carica notturna dei carabinieri, occupano la portineria per evitare ogni tentativo di smantellamento dei macchinari, dopo aver cercato di favorire l’arrivo di un nuovo acquirente.
 chiaro che, a fianco delle imprese che soffrono, ce ne sono altre che usciranno dalla crisi rafforzate. Allo stesso tempo, però, questo giro d’orizzonte aiuta a inquadrare meglio il dibattito politico che si è scatenato dopo l’intervento di Draghi, che ha sottolineato come in Italia1,6 milioni di lavoratori siano privi di qualsiasi sostegno. Finora, infatti, il governo si è mosso nell’ottica di rendere quasi automatiche le deroghe che una volta venivano concesse alla cassa integrazione, di fatto allargandola anche a lavoratori che prima non ne avevano diritto e per tempi più lunghi del previsto.
Allo scopo sono stati dirottati alle Regioni 8 miliardi di fondi europei previsti per altri interventi ed è stato istituito un sussidio una tantum per i collaboratori a progetto che hanno perso il lavoro. Un sussidio che però non servirà a molti, dato che le condizioni previste tagliano fuori 7 collaboratori su 8.
Gli interventi che si sono affastellati, tuttavia, stanno generando una serie di problemi. Il primo è che il diritto a usufruire delle misure di sostegno non è soggettivo dei lavoratori che perdono il lavoro, ma dipende dagli accordi che di volta in volta vengono raggiunti da imprese e sindacati e che, infine, devono essere vidimati dal governo. "Se si guardano gli accordi quadro che le diverse Regioni stanno mettendo a punto, emergono differenze di trattamento non giustificabili da un punto di vista sociale ed economico", dice Stefano Sacchi, un politologo che insegna all’Università di Milano e che ha appena pubblicato il libro ’Flex-Insecurity’.
Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà’, scritto con gli economisti Fabio Berton e Matteo Richiardi. In Lombardia, ad esempio, la mobilità in deroga (un sussidio per chi perde il lavoro senza avere diritto ad altre indennità) coprirà per sei mesi l’80 per cento dell’ultima retribuzione, mentre in Veneto si fermerà al 25 per cento. Per contro, in Veneto verranno richiesti requisiti meno stringenti per poterne usufruire.
Il secondo problema è l’elevato numero di persone che continuano a non aver diritto ad alcuna forma di protezione. "Negli interventi messi in campo finora, il governo si è comportato come se ritenesse che la crisi sarà breve e che chi si ritrova senza un lavoro potrà trovarne un altro nel momento in cui la ripresa arriverà", spiega Sacchi. Se verranno però confermate le previsioni di una nuova ondata di disoccupazione, e di tempi lunghi per registrare una ripresa del mercato del lavoro, il rischio è che il numero delle persone senza alcuna tutela diventi man mano più ampio. "Il libro bianco elaborato da Sacconi rinvia di fatto la riforma degli ammortizzatori sociali a un momento più propizio.
Noi, invece, riteniamo che proprio una crisi della portata di quella attuale renderebbe necessaria l’introduzione di una serie articolata di misure di sostegno", continua Sacchi. Fra le quali non dovrebbe mancare un sussidio di disoccupazione per tutti, o quasi: "Si dice spesso che mancano i fondi. Ma l’Italia spende 14 miliardi di euro l’anno di sussidi di invalidità civile che in molti casi vengono concessi, per essere onesti, con manica molto larga. Se si applicassero criteri più equi, i soldi per i disoccupati salterebbero fuori".