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 2009  giugno 25 Giovedì calendario

LE CONSEGUENZE: POPOLAZIONE VECCHIA, POCHE DONNE CONFRONTO TRA CHI VUOLE CAMBIARE LA NORMA E CHI NO


L’idea di contenere l’incremento demografico si era affacciata quando il censimento del 1953 rivelò che la popolazione della Cina toccava i 600 milioni. L’economista Ma Yinchu, studi a Yale e accesso a Mao Zedong, tentò di sensibilizzare il leader sulla necessità di frenare le nascite. La sua previsione (un miliardo e mezzo di cinesi in mezzo secolo) non era poi così fuori misura, visto che la popola­zione raggiunse il miliardo nell’81. Tra fine anni Settanta e primi Ottan­ta, Deng Xiaoping impose la politica del figlio unico, che tuttavia prevede eccezioni, dalle minoranze etniche al­le coppie di figli unici, da chi svolge mestieri pericolosi alle famiglie rura­li cui il primo parto abbia dato una femmina. Secondo il rettore Ji, le re­strizioni hanno fatto sì che in trent’anni siano nate 300 milioni di persone in meno rispetto a quanto sarebbe accaduto senza vincoli.

Accusano i critici: il regime demo­grafico in vigore presenta due aspet­ti negativi. Per cominciare, lo squili­brio di genere, provocato dal perdu­rare di una predilezione per il ma­schio che porta alla pratica (vietata ma inestirpabile) degli aborti seletti­vi. Se normalmente il rapporto fra maschi e femmine dovrebbe essere di 107 a 100, in Cina la proporzione è saltata. Nel 1982 era di 108,5, nel 2000 era salita a 117, quest’anno – de­nuncia ancora Ji sul Southern Weekend – siamo a 120,56: «Avere un figlio e una figlia non è segno di arretratezza ma un desiderio ragione­vole ». E qui si approda all’altro effet­to secondario: l’invecchiamento. Nel­l’ 82 i cinesi sopra i 65 anni erano il 4,9%, nel 2005 il 7,6% e sarà il 28,4% nel 2026. In un Paese senza un vero Stato sociale, in cui la previdenza è lasciata a risorse individuali e cura fi­liale, l’impatto di una progressione simile è evidente (il China Youth Dai­ly riportava un’indagine secondo cui il 67,5% dei giovani teme l’onere ec­cessivo dell’assistenza ai genitori).

Va aggiunta la tragedia delle cam­pagne, con amministratori locali che impongono aborti forzati – ci sono testimonianze di chi l’ha subito al­l’ottavo mese – per tenere sotto con­trollo le quote delle nascite calcolate dalle autorità. Ed esiste il fenomeno delle bambine non registrate all’ana­grafe, «problema di entità non ipotiz­zabile », per Zheng Zizhen.

All’interno delle prescrizioni, alcu­ne amministrazioni trovano spazio per proporre una loro lettura del pro­blema, come è accaduto per la muni­cipalità di Pechino che nel 2008 ha incoraggiato le coppie composte da figli unici a sfruttare la possibilità di fare due figli. Ciò non toglie vigore ai falchi. Vedi l’economista Cheng Enfu, presidente dell’Istituto di ricer­ca sul marxismo all’Accademia di Scienze sociali: «Bisogna insistere ed essere più severi». Proibizionisti co­me lui sono preoccupati dalle ecce­zioni, perché – come ha calcolato l’ex viceministro Wang Guoqiang’ solo il 36% dei cinesi è poi effettiva­mente vincolato al figlio unico. Gli escamotage non mancano. I ricchi delle città pagano le multe e figliano senza troppi patemi, sborsando dai 247 mila renminbi di Pechino (circa 25 mila euro) ai 160 mila di Shan­ghai. Chi può, magari con l’aiuto di organizzazioni illegali, va a partorire a Hong Kong, città esentata dai con­trolli in quanto dotata di forte auto­nomia, col risultato che nell’ex colo­nia britannica dal 2001 sono nati da donne della Cina continentale 78 mi­la bambini. C’è infine il cattivo esem­pio delle celebrità. Se non pagano, è perché approfittano della residenza all’estero o di matrimoni successivi oppure cambiano cittadinanza. Ali­mentano le velleità dei nuovi ceti medi che s’ispirano al regista Chen Kaige, ai cantanti Sun Nan, Tu Hong­gang e Wang Fei, alla loro collega Wei Wei (diventata svedese), alla presentatrice tv Yang Lan (marito na­turalizzato americano). I figli sono un lusso e, perciò, sono status sym­bol. Così capita che la città di Dalian abbia concesso al calciatore Hao Hai­dong una deroga per il secondo bim­bo come riconoscimento per meriti sportivi. Un premio che nessun de­mografo potrà mai sperare di ottene­re.