Christopher Hitchens, Corriere della sera 25/06/2009, 25 giugno 2009
L’ANTICA CULTURA DEL SOSPETTO E QUELL’ODIO PER INGLESI E AMERICANI
Per ben due volte ho avuto il privilegio di sedermi sul pavimento, la barba incolta, durante la preghiera del Venerdì che la teocrazia iraniana impone ogni settimana nel campus dell’Università di Teheran.
Come tutti sanno, questa funzione noiosa di tanto in tanto viene ravvivata dal grido del predicatore scalmanato, che incita i fedeli a unirsi alla cantilena ritmata di Marg bar Amrika! – «morte all’America! ». Nessuno resterà sorpreso nell’apprendere che a questa invocazione segue generalmente Marg bar Israel! E non è raro che si aggiunga un altro versetto alla salmodia dell’odio: Marg bar Inghilis!
Alcuni osservatori hanno notato che quando il «leader supremo », Alì Khamenei, ha sbattuto violentemente la porta su ogni possibilità di riforma durante la preghiera di venerdì scorso, l’accento è caduto sul terzo di questi incantesimi. «Il peggiore di tutti – ha bofonchiato l’ayatollah – è il governo inglese». Dubito, tuttavia, che il vero significato di questa strana accusa sia stato pienamente compreso dall’opinione pubblica.
Una spia del sottosviluppo iraniano è senz’altro la cultura del sospetto e della paranoia che scarica tutte le responsabilità dei mali del Paese sull’intervento di vari demoni e satana. Peraltro è anche vero che il lungo e complesso coinvolgimento dell’Impero britannico in Persia ha contribuito a dare un certo peso a questa nozione. Il pubblico occidentale, però, non ha la più pallida idea di quanto sia diffusa e radicata la credenza primitiva che siano gli inglesi – più della Cia, e persino più degli ebrei – i burattinai occulti di tutto quello che accade in Iran.
Il romanzo satirico più noto in lingua persiana, e campione di vendite, è «Mio zio Napoleone», di Iraj Pezeshkzad, che descrive l’esistenza ridicola, e in ultima analisi odiosa, di un membro della famiglia, convinto sostenitore della teoria del complotto inglese. Il romanzo fu pubblicato nel 1973 e in seguito trasformato in una serie televisiva di grandissimo successo. Ma sia la versione stampata che quella televisiva vennero prontamente messe al bando dagli ayatollah dopo il 1979, anche se sopravvivono in formato clandestino. Di recente, una delle personalità religiose più in vista del cosiddetto Consiglio dei guardiani, Ahmad Jannati, ha annunciato in una trasmissione a diffusione nazionale che gli attentati alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 sono stati organizzati dallo stesso governo inglese.
Oggi Khamenei torna a scagliare accuse insensate. Quest’uomo evidentemente non sa nemmeno che la teoria del complotto è da tempo diventata una barzelletta tra i suoi concittadini. Ma le sue frasi farneticanti rischiano di produrre conseguenze reali nel mondo contemporaneo, e mi limito a elencarne solo tre: 1. Non c’è nulla che i Paesi occidentali possano fare per sottrarsi all’accusa di interferire negli affari interni iraniani. La convinzione radicata che tutto – specie se in inglese – sia già e per definizione un’ingerenza straniera fa parte della stessa identità e ideologia della teocrazia iraniana.
2. un errore immaginare che gli ayatollah, per quanto cinici e corrotti, siano capaci di agire in modo razionale. Al contrario, essi sono spesso animati da credenze e paure ataviche, al punto tale che un ottuso servo della gleba, nell’Europa medievale, brilla in confronto a loro per genialità e rigor di logica.
3. La tendenza, da parte dei media esteri, a prendere la temperatura del Paese dai leader religiosi, anziché consultare scrittori e poeti, dimostra la nostra arretratezza culturale. Chiunque abbia letto Pezeshkzad e Nafisi, o abbia discusso con i loro studenti e lettori a Tabriz, Isfahan e Mashad, sarebbe stato in grado di evitare la sorpresa con cui i nostri esperti hanno accolto gli eventi occorsi nelle strade di Teheran negli ultimi giorni.
Quest’ultima osservazione si riferisce anche al governo Obama. Vuole prendere una posizione non interventista? Bene, che la prenda pure. Ma non ha senso chiamare Khamenei con il termine ossequioso di «leader supremo », e l’Iran con il titolo tirannico di «repubblica islamica». State attenti però, perché questo non impedirà ai teocrati di accusarvi comunque di ingerenza. Sappiate che prima o poi dovrete fare i conti con i giovani democratici iraniani che hanno rischiato la vita nella battaglia e spiegar loro che cosa stavate facendo, mentre venivano massacrati e soffocati con i gas lacrimogeni.
Esiste poi la questione ben più vasta della teocrazia iraniana e della sua continua e arrogante ingerenza nei nostri affari: l’esportazione di violenza, crudeltà e menzogne in Libano, in Palestina, in Iraq e la sfida sprezzante lanciata alle Nazioni Unite, all’Unione Europea e all’Agenzia internazionale per l’energia atomica sul problema non indifferente delle armi nucleari. Come tutti, anch’io sono rimasto colpito dalla decisione del nostro presidente di citare Martin Luther King – anche se con qualche ritardo – sull’arco della giustizia e il modo in cui, prima o poi, si piegherà. solo che in un momento di crisi e di emergenza Obama ha citato il passo sbagliato di King (quello giusto si trova nella Lettera da una prigione di Birmingham), e inoltre si è espresso come se fosse il presidente dell’Islanda o dell’Uruguay, e non degli Stati Uniti. La coesistenza con una teocrazia totalitaria e nuclearizzata in Iran è impensabile anche nel breve termine. I mullah, questo, lo capiscono perfettamente. Perché noi no?
traduzione di Rita Baldassarre