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 2009  giugno 25 Giovedì calendario

L’ANTICA CULTURA DEL SOSPETTO E QUELL’ODIO PER INGLESI E AMERICANI


Per ben due volte ho avuto il privilegio di sedermi sul pavimento, la barba incolta, durante la preghiera del Venerdì che la teocrazia iraniana impone ogni settimana nel campus dell’Università di Teheran.

Come tutti sanno, questa fun­zione noiosa di tanto in tanto vie­ne ravvivata dal grido del predica­tore scalmanato, che incita i fede­li a unirsi alla cantilena ritmata di Marg bar Amrika! – «morte al­l’America! ». Nessuno resterà sor­preso nell’apprendere che a que­sta invocazione segue general­mente Marg bar Israel! E non è ra­ro che si aggiunga un altro verset­to alla salmodia dell’odio: Marg bar Inghilis!

Alcuni osservatori hanno nota­to che quando il «leader supre­mo », Alì Khamenei, ha sbattuto violentemente la porta su ogni possibilità di riforma durante la preghiera di venerdì scorso, l’ac­cento è caduto sul terzo di questi incantesimi. «Il peggiore di tutti – ha bofonchiato l’ayatollah – è il governo inglese». Dubito, tutta­via, che il vero significato di que­sta strana accusa sia stato piena­mente compreso dall’opinione pubblica.

Una spia del sottosviluppo ira­niano è senz’altro la cultura del so­spetto e della paranoia che scarica tutte le responsabilità dei mali del Paese sull’intervento di vari demo­ni e satana. Peraltro è anche vero che il lungo e complesso coinvol­gimento dell’Impero britannico in Persia ha contribuito a dare un certo peso a questa nozione. Il pubblico occidentale, però, non ha la più pallida idea di quanto sia diffusa e radicata la credenza pri­mitiva che siano gli inglesi – più della Cia, e persino più degli ebrei – i burattinai occulti di tutto quello che accade in Iran.

Il romanzo satirico più noto in lingua persiana, e campione di vendite, è «Mio zio Napoleone», di Iraj Pezeshkzad, che descrive l’esistenza ridicola, e in ultima analisi odiosa, di un membro del­la famiglia, convinto sostenitore della teoria del complotto inglese. Il romanzo fu pubblicato nel 1973 e in seguito trasformato in una se­rie televisiva di grandissimo suc­cesso. Ma sia la versione stampata che quella televisiva vennero pron­tamente messe al bando dagli ayatollah dopo il 1979, anche se so­pravvivono in formato clandesti­no. Di recente, una delle persona­lità religiose più in vista del cosid­detto Consiglio dei guardiani, Ah­mad Jannati, ha annunciato in una trasmissione a diffusione na­zionale che gli attentati alla metro­politana di Londra del 7 luglio 2005 sono stati organizzati dallo stesso governo inglese.

Oggi Khamenei torna a scaglia­re accuse insensate. Quest’uomo evidentemente non sa nemmeno che la teoria del complotto è da tempo diventata una barzelletta tra i suoi concittadini. Ma le sue frasi farneticanti rischiano di pro­durre conseguenze reali nel mon­do contemporaneo, e mi limito a elencarne solo tre: 1. Non c’è nulla che i Paesi occi­dentali possano fare per sottrarsi all’accusa di interferire negli affa­ri interni iraniani. La convinzione radicata che tutto – specie se in inglese – sia già e per definizio­ne un’ingerenza straniera fa parte della stessa identità e ideologia della teocrazia iraniana.

2. un errore immaginare che gli ayatollah, per quanto cinici e corrotti, siano capaci di agire in modo razionale. Al contrario, essi sono spesso animati da credenze e paure ataviche, al punto tale che un ottuso servo della gleba, nel­l’Europa medievale, brilla in con­fronto a loro per genialità e rigor di logica.

3. La tendenza, da parte dei me­dia esteri, a prendere la tempera­tura del Paese dai leader religiosi, anziché consultare scrittori e poe­ti, dimostra la nostra arretratezza culturale. Chiunque abbia letto Pe­zeshkzad e Nafisi, o abbia discus­so con i loro studenti e lettori a Ta­briz, Isfahan e Mashad, sarebbe stato in grado di evitare la sorpre­sa con cui i nostri esperti hanno accolto gli eventi occorsi nelle strade di Teheran negli ultimi giorni.

Quest’ultima osservazione si ri­ferisce anche al governo Obama. Vuole prendere una posizione non interventista? Bene, che la prenda pure. Ma non ha senso chiamare Khamenei con il termi­ne ossequioso di «leader supre­mo », e l’Iran con il titolo tiranni­co di «repubblica islamica». State attenti però, perché questo non impedirà ai teocrati di accusarvi comunque di ingerenza. Sappiate che prima o poi dovrete fare i con­ti con i giovani democratici irania­ni che hanno rischiato la vita nel­la battaglia e spiegar loro che cosa stavate facendo, mentre venivano massacrati e soffocati con i gas la­crimogeni.

Esiste poi la questione ben più vasta della teocrazia iraniana e del­la sua continua e arrogante inge­renza nei nostri affari: l’esportazio­ne di violenza, crudeltà e menzo­gne in Libano, in Palestina, in Iraq e la sfida sprezzante lanciata alle Nazioni Unite, all’Unione Europea e all’Agenzia internazionale per l’energia atomica sul problema non indifferente delle armi nucle­ari. Come tutti, anch’io sono rima­sto colpito dalla decisione del no­stro presidente di citare Martin Luther King – anche se con qual­che ritardo – sull’arco della giu­stizia e il modo in cui, prima o poi, si piegherà. solo che in un momento di crisi e di emergenza Obama ha citato il passo sbagliato di King (quello giusto si trova nel­la Lettera da una prigione di Bir­mingham), e inoltre si è espresso come se fosse il presidente del­l’Islanda o dell’Uruguay, e non de­gli Stati Uniti. La coesistenza con una teocrazia totalitaria e nuclea­rizzata in Iran è impensabile an­che nel breve termine. I mullah, questo, lo capiscono perfettamen­te. Perché noi no?

traduzione di Rita Baldassarre