Francesco Merlo, Faq Italia Bompiani 2009, 25 giugno 2009
FAQ ITALIA
di Francesco Merlo, Bompiani 2009
BELLEZZA «Oggi la bellezza moderna sta a Dubai, a Berlino... lì che Michelangelo e Leonardo farebbero i loro azzardi che oggi sono tecnologia, aereoporti sull’acqua, quartieri sotterranei... La bellezza è nelle luci notturne di Tokyo, negli skyline dove i treni volano».
ECOLOGIA «L’ecologia ha un senso quando è al servizio dell’uomo, quando sottrae l’ambiente alle cartoline e lo sfrutta».
ALPI Francesco Petrarca a proposito delle Alpi: «Lo schermo tra noi e la tedesca rabbia».
TERREMOTI Gaetano Salvemini si salvò dal terremoto di Messina del 1908 rimanendo appeso a un davanzale. Merlo: «Sicuramente fu grazie a quel davanzale che Salvemini divenne un intellettuale radicale. Pure Benedetto Croce perse i genitori in un terremoto e ne trasse, per contrasto, un carattere italiano di grande equilibrio, di prudenza e di stabilità».
TERREMOTI 2 Nel 1693, quando il terremoto distrusse completamente la città di Catania, prima di avviare la ricostruzione, il viceré Uzeda fece erigere le forche alle quali appendere gli sciacalli.
TERREMOTI 3 Francesco Mario Pagano, giurista del Settecento, secondo cui «dopo i tremuoti» i paesi sembrano «convertiti nell’Isola di Cipro e de’ Taiti: Venere ivi par che abbia trasferito la sua reggia e il suo trono: la licenza, il piacere, la dissolutezza scorre per le capanne...».
CITTA’ «Londra diventò capitale moderna perché bruciò nel grande incendio del 1666 e fu ricostruita in base a un piano regolatore molto innovativo. Parigi diventò moderna grazie a Napoleone III e al prefetto Haussmann che la trasformarono radicalmente tra il 1853 e il 1869. Roma, viceversa, resta ancora oggi una capitale semimoderna perché non ha mai avuto un’incendio simile a quello di Londra» (lo storico Piero Melograni).
MANGIARE «Invece di trattare la pasta come il sano e buono commestibile di un popolo cerealicolo e come un felice prodotto industriale, ci siamo condannati da soli, noi italiani pittoreschi, a dibattere per ore, in mezzo ai sorrisetti degli stranieri, sulle sottili ma profonde differenze tra il sapore degli spaghetti e quello dei maccheroni o tra quello dei rigatoni e quello delle mezze penne rigate. Certo, se uno è mediterraneo la sua dieta sarà mediterranea: olio e cereali, frutta e vino. E se uno è albionico: porco e lardo, birra e burro. Ma solo gli italiani pensano che il sapore di uno stesso spaghetto sia più rozzo nelle estremità e poi, come il corpo di molte donne meridionali, si ingentilisca verso il centro, man mano che ci si avvicina al cuore».
LAVORARE «Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando» (Dino Risi).
AFORISMI Gli aforismi più famosi sul carattere degli italiani li hanno inventati quelli di Strapaese (Longanesi, Malaparte, Maccari, Prezzolini). Esempi: «Ho poche idee ma confuse»; «Ho opinioni che non condivido»; «L’italiano è un buono a nulla, ma capace di tutto»; «Il primo che suona la tromba mi porta con sé»; «Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola»; «La nostra bandiera nazionale è il Tengo famiglia»; «Eppure è sempre vero anche il contrario»; «L’italiano ha un tale culto della furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno».
AFORISMI 2 «In Longanesi e Maccari il brillantissimo abuso del nonsense non è più la realtà con i suoi mille sensi, ma è l’incapacità di domarla, addomesticarla, orientarla e sensarla. E non solo il nonsense non si fa sapienza, ma evoca spesso una saggezza sempliciotta e popolare, lo Strapaese appunto».
CONTADINI «Lo Strapese è l’estetica di Berlusconi costruttore edile e urbanista, il Berlusconi di ”Milano 2”. L’ispiratore è Pasolini. Il cantore è Celentano. L’idea di base è il ritorno alla cultura campagnola e contadina, la sua valorizzazione, il rilancio del genius loci. Al fondo c’è una falsificazione dell’Italia e soprattutto del contadino italiano che non è l’epico socialista del film Novecento di Bertolucci, né quello lirico, tutto bontà e amore cristiano dell’Albero degli zoccoli di Olmi, né tantomeno il contadino celebrato da Petrini, ideologo dello Slow Food, che ha almeno il merito di saper mangiare bene: lui, ovviamente, non il suo contadino metafisico. Il contadino nella storia d’Italia è un mostro. quel Pietro Pacciani che fu accusato d’essere, appunto, il ”mostro di Firenze”, quello che assaltava e uccideva le coppiette. Al di là della colpevolezza giudiziaria, rimasta non provata, il processo, illuminando la vita debosciata di Pacciani e dei suoi ”compagni di merende”, le loro violenze domestiche con le donne di famiglia e con le bestie nell’aia, illuminò l’Italia che sta dietro e non davanti alla televisione, quella che bisognerebbe tornare a raccontare con occhi ripuliti, dopo la caduta dei muri e delle ideologie che hanno deformato reportage e letteratura, occultando quel mostro certificato con il bollo della Giustizia, mostro che si piangeva ”innocente come Dio sulla croce”, il mostro delle campagne, padre e fratello nostro».
CONTADINI 2 «Il contadino italiano è quello raccontato nei romanzi del senese Federigo Tozzi, che descriveva la Toscana impetuosa e brutale, ragazze che amavano tanto i pulcini da fracassarli di carezze, pagine e pagine sulla castrazione dei cani, una sorta di mondo verghiano ancora più incupito, più intriso di umori popolari, affollato di uomini-bestie, universo pesante, torbido, sanguigno e vitalissimo».
FORTUNA Intervistato dal New Yorker nel 1953 il belga George Simenon così spiegò la propria emigrazione: «Sono nato nel buio, sotto la pioggia, e me ne sono andato. I crimini che racconto sono i crimini che avrei commesso se non me ne fossi andato. Sono uno di quelli che hanno avuto fortuna. Cos’altro si può dire di quelli che hanno avuto fortuna se non che se ne sono andati?».
MAFIA «In Russia, scrivono i giornali di tutto il mondo, la mafia è ormai uno Stato, anzi il ”solo Stato che funzioni”. In Francia qualche anno fa uscì il best seller intitolato Paris-Mafia. Si parla di mafia albanese e mafia rumena. Ci sono poi la mafia cinese, la mafia turca, quella africana e c’è la Mc-mafia, che è il titolo del best seller di Glenny Misha sul crimine globalizzato. E ovviamente la mafia americana, quella messicana e quella portoricana. In italia ci sono la ”potentissima” camorra e la ”ferocissima” ”ndrangheta, che usano attrezzature militari ”sofisticatissime” e sono ”stati indipendenti”. In questo inferno popolato di mille mafie e di altrettante antimafie, nonché di milioni di mafiologhi, la mafia, da fenomeno reale e specifico, è diventata un’astrazione, di quelle che più vengono evocate e più si fanno potenti perché acquistano continuamente significati nuovi diventando dunque sempre più insignificanti».
PAPA’ «Bobo e Stefania Craxi sono i migliori figli di papà Bettino, ma i peggiori nemici del politico Craxi, perché lo sottraggono alla politica, lo chiudono nel loro buon sentimento filiale, fanno con il padre quel che Alessandra Mussolini ha fatto con il nonno. E chi se la sente di offendere il nonno di Alessandra o il papà di Stefania? E chi ha il cuore di spiegare che papà era sì un grande politico, ma anche un politico corrotto? Per un figlio è un insulto. Ecco dove porta il familismo: a sospendere le discussioni e le argomentazioni attorno alla democrazia. Riesce ai figli di Craxi quel che non riuscì a Di Pietro quando era ancora pubblico ministero a Milano: imprigionare per sempre Craxi».
PISTOLA «Il femminismo italiano e, più in generale, la cultura di sinistra si ostinano a negare che alcuni uomini sessualmente solitari, stranieri e predatori, utilizzano l’organo sessuale come una pistola o come un coltello da piantare nel corpo della donna occidentale, dell’italiana: per rivalsa inconsulta».
LEGA « fatta così, la Lega: l’intelligenza creativa italiana al servizio delle ossessioni».
LEGA 2 «Bossi fu l’uomo nuovo del nativismo settentrionale, lo straniero camusiano che piacque ai cronisti e agli intellettuali perché nella politica degli anni Novanta, soffocata dentro un linguaggio esangue, tutto rituali e finzioni, Bossi sembrava autentico, simpatico e sanguigno, con le sue camicie incredibili, i colletti alati, le cravatte in opposizione ideologica. In Tv liquidava De Mita dicendogli in milanese ”attaccati al tram”, ed era un sollievo perché la battuta volgare era l’uscita collettiva dal soffocamento della cipria, l’illusione dell’ossigeno tra profumi stagnanti e irrespirabili, la catarsi. De Mita infatti incarnava, suo malgrado, l’arzigogolio del meridionale, l’imbonimento della politica, la sordità delle istituzioni, l’intellettuale della Magna Grecia. Ebbene, ”attaccati al tram” era l’invito che tutta l’Italia voleva rivolgere a quel mondo bloccato, ingessato nei suoi abiti di gessato istituzionale».
PIRANDELLEGGIARE «L’ambiguità pirandelliana rischia di essere un ghirigoro, il ghiribizzo tutto italiano di perdersi nello spiegare il perché del perché con quello svolazzo di contorsioni che Benedetto Croce bollò come ”convulso, inconcludente filosofare”. Pirandello ha fatto all’Italia più danno della mafia, e bisognerebbe istituire il realto di pirandelleria: vietato citare Pirandello, vietato pirandelleggiare».
CAVOUR Prima di scendere in politica Cavour era impegnato come: banchiere, proprietario terriero, agricoltore, fabbricante di prodotti chimici, editore di giornali, tra i quali Il Risorgimento, proprietario di mulini, mediatore di grandi affari, azionista delle ferrovie e industriale ferroviario.
PERDENTI «I veri perdenti di successo, con superba umiltà, non si proclamano mai tali; come fece l’economista Federico Caffè, che scomparve senza lasciare traccia, uscì di casa e nessuno l’ha mai ritrovato. Caffè è forse l’italiano che ha meglio affinato questa sorta di santificazione della sconfitta. Si sentiva così perdente, ma così perdente, che invece di dire ”sono un perdente” si è perduto».
RIMEDI «L’idea vincente di Berlusconi è che c’è un rimedio a tutto, al corpo troppo vissuto, alla pancia a pera, alla statura scarsa, alla calvizie, alla gastroenterite, alle borse sotto gli occhi, ed è un sapiente cattivo gusto sempre vincente, perché il narcisismo secolarizzato ha preso il posto dell’estremismo politico e religioso, perché sono appunto queste le nuove ossessioni degli italiani: il benessere fisico, la cura di sé, la palestra, i peletti, la pancetta, la cosmetica che, parafrasando Karl Kraus, è il cosmo della pubblica opinione».
GIOVANI «Dal punto di vista dei valori, i giovani italiani, i ragazzi da quindici anni in su, quelli in età di lettura, si appassionano al problema delle risorse naturali, alle grandi emigrazioni dal terzo mondo, alla penuria di lavoro, alle discriminazioni razziali o sessuali... In questo senso sono molto diversi da noi che leggevamo Gramsci o Le ceneri di Gramsci, Marx e Baudelaire. Oggi leggono Harry Potter e le saghe magiche e tutte quelle cose che attengono alla fantasia, al bisogno di spostare la realtà un po’ più in là della ragione, dell’illuminismo».
FROCIO Sezione romana del Pci, alla Garbatella. Proiettano un film, c’è Pasolini in prima fila poi tutto un pubblico di compagni. Appena si spense la luce, partì un grido: «Frocio in sala!».
ANTITALIANI «Giuliano Ferrara è un grande ”italiano antitaliano” luciferino: un avventuriero che ha per fede solo l’intelligenza e l’amicizia ma che, come tutti i grandi italiani, è sempre solo, anche quando è circondato da tante persone, non importa se per bene o per male. Ferrara è l’antitaliano che esclude e non include, non dentro la realtà ma oltraggio alla realtà. Dunque è solo come sono e furono soli, malgrado le apparenze, i grandi antitaliani: Longanesi, Flaiano, Montanelli, Gassman, Carmelo Bene, Lucio Colletti, l’avvocato Agnelli, Eugenio Scalfari, Guido Ceronetti, Renzo Piano, Paolo Conte, Claudio Abbado e Claudio Magris.
ITALIANI «Sentire l’Italia come un artificio da rimettere in piedi ogni mattina è lo spiazzamento di tutti gli italiani. Ma ci sono solo due modi di essere italiano. O assumendo su di sé tutti i vizi e i difetti d’Italia, o sentendosi sempre altrove, sempre contro, sempre fuori. O arcitaliano come Alberto Sordi o antitaliano come Gassman.
MONTANELLI « lui il nostro genio stravagante, con la biochimica degli umori più sorprendente del mondo».
SORDI «Ci piaceva perché ci compiaciamo, e non ci piaceva perché non ci piaciamo».
GASSMAN Diceva di eccitarsi «per una consecutiva».
MANZONI Il primo funerale di popolo fu quello di Alessandro Manzoni, 28 maggio 1873. Raccontò Paolo Bellezza che vi aveva partecipato bambino: «C’era gente anche sui tetti! Mai a Milano si erano viste tante corone, vessilli, valletti, guardie d’onore. E poi una selva di cilindri, chepì, elmi, pennacchi, feluche, fez, cappelli di principi, di ministri, ambasciatori, consoli e una folla immensa di popolo. Dai balconi e dalle finestre piovevano fiori sul carro funebre».
MANZONI 2 L’imbalsamazione di Manzoni non riuscì (nonostante gli otto medici che la tentarono) perché posticipata di due giorni. Nel testamento Manzoni aveva infatti pregato il suo medico di fiducia, il dottor Pogliaghi, di non toccare il corpo «se non quando già si manifestassero i segni della putrefazione».
MANZONI 3 Il municipio di Milano per l’occasione stampò un instant book di 196 pagine che si apriva con le misure del defunto: «Altezza 1 metro e 67, braccia 72 cm, mani 19 cm, gambe 95 cm, piede 23 cm.