Violetto Polignone, Libero 25/06/2009, 25 giugno 2009
RECORD DI BREVETTI E DI BUROCRAZIA SUL GENIO
Grida di gioia ce ne son diversi. E hanno spesso una tonalità, come una nota musicale. Per una promozione, una vittoria, una vincita. Ma quello di Archimede fu un vero scoppio di felicità. Aveva appena scoperto il principio dell’idrostatica e sembrava impazzito. Balzato dalla vasca da bagno, uscì mezzo nudo di casa e andò urlando per le strade della sua Siracusa «Eureka!» (’Ho trovato”). Nessuno avrebbe immaginato che quella frase sarebbe diventata proverbiale.
Da allora è diventato infatti un motto di prammatica da parte di tanti ricercatori. In seguito a studi profondi, severe applicazioni o grazie a semplici folgorazioni, l’idea esplode per essi come un petardo. E la si può usare subito col ”pronto soccorso” del Genio & della Fantasia. Una ”coppia di fatto”, prolifica, capace di mettere al mondo straordinari parti dell’ingegno. E così nuovi ritrovati, ingranaggi, utensili e meccanismi rendono la vita più facile e comoda, facendo risparmiar tempo, fatica e denaro. Tutto merito di artefici talvolta anche sconosciuti.
Eppure, il famoso cronista Gandolin (1852-1906) sentenziava con solennità: «Questi cervelloni sono una piaga sociale. Difficile potersi difendere dal loro continuo assalto di proposte». Puro dileggio, il suo. Anche perché, salvo eccezioni, non si tratta di personaggi bislacchi, seppure estrosi, armati di piante disegni e schizzi vari, con la pretesa di cambiare il globo terracqueo. Non di rado sono figure interessanti da prendere in considerazione. Sia pure con riserva. Tanto che se non ci fossero gli inventori… bisognerebbe inventarli.
Per fortuna da noi essi bastano e avanzano. Ciò perché gli italiani, nel campo della creatività sono stati sempre ai primissimi posti, per qualità e quantità. Da secoli, hanno fornito all’umanità strumenti assai preziosi che hanno alleggerito e meccanizzato il lavoro, alleggerito le faccende domestiche, reso più confortevole l’esistenza e migliore la salute. Un patrimonio che non ha paragoni nei cinque continenti. E non solo in questo campo, come vedremo.
Purtroppo, alla generosità della scoperta da noi corrisponde l’insensibilità della politica e l’ottusità della burocrazia. Lacci e lacciuoli a non finire. Gimcana di ostacoli. Complessa la strada che - per affermarsi - i più validi cervelli debbono percorrere. E poco si fa per incoraggiare chi ha qualcosa in testa di brillante. Se si esclude l’iniziativa di certe trasmissioni tv che - bisogna ammetterlo - aiutano questi autori a ”sfondare” in qualche modo, tutto è pressoché ”impervio”.
la tassa sull’intelligenza
Ma è agevole almeno depositare un’invenzione? Non tanto. Si parte con la prima spesa di accesso: circa 250 euro. Come a dire una ”tassa sull’intelligenza”. Quando sarebbe bene concedere una sorta di borsa di studio a tutti quelli che lo meritino. Non sono ricercatori anch’essi?
Ma quali invenzioni possono entrare nella sfera del diritto alla tutela? Sono quelle che posseggono i requisiti di novità e realizzabilità nel ramo industriale e commerciale, in vista di un possibile sfruttamento economico. Tutto logicamente deve essere assolutamente innovativo, senza rifarsi a manufatti preesistenti. Bisogna però distinguere i vari modelli. Ossia brevetto aeronautico, comunitario, europeo, internazionale, industriale e agricolo (varietà vegetali). Ognuno di essi risponde a precise caratteristiche e ha modi tempi scadenze a sé stanti, che si possono indicare solo per sommi capi.
Varie le procedure, in base a normative anche di emanazione U.E. Resta però l’art. 17 della vecchia legge 1127 del 1939 che prevede, appunto, la salvaguardia legale dell’originalità. Primo passo, una domanda di ammissione da indirizzare all’Ufficio Brevetti e Marchi presso il Ministero Industria Commercio. Dove vanno sottoscritti generalità, titolo dell’invenzione, un corredo illustrativo di disegni, tracciati e dettagli con didascalie da cui si possa trarre una univoca valutazione. Per tale accertamento tecnico agisce apposita commissione, che poi decide il rilascio del certificato di brevettabilità.
la tutela
Naturalmente tutta la documentazione viene registrata in un Fascicolo con un numero progressivo e, soprattutto, (cosa molto importante) con la data e l’ora dell’avvenuto deposito. Ciò perché, se putacaso altra persona dovesse presentare analogo progetto solo pochi minuti più tardi, perderebbe il diritto alla priorità. In caso di contestazione o rivendicazione, potendo dimostrare che una determinata creazione risale ad epoche antecedenti, sarebbe l’Autorità Giudiziaria a dirimere la questione. E dichiarare la legittimità o la nullità di un’eventuale vertenza.
Conseguito quindi il brevetto, entro 4 anni è necessario realizzarlo o trovare chi sia disposto a farlo. A seconda dei casi, la tutela va da 10 a 15 anni. Ma, in questo periodo, non si conserva gratuitamente. Vi è un contributo annuale, dinamico, quasi un mantenimento del copyright, giacché si considera, man mano, il valore progressivo dell’elaborato stesso, pur se inutilizzato. Quasi alla stregua d’una proprietà virtuosa (ma virtuale), sfruttabile in avvenire. Una specie di cassetta di sicurezza del cervello. Come un gioiello depositato in banca, dove si si paga l’affitto. O come una specie di ”custodia cautelare del brevetto”.
Qualità e quantità, naturalmente, sempre considerevoli, dominate dal made in Italy. Si pensi che nel 2008 (da gennaio a dicembre) i brevetti sono stati ben 9.449, la Lombardia in testa con 2.858, seguita dall’Emilia con 1.554. Nel periodo gennaio-maggio 2009 sono stati depositati 3.645 unità. Ma che fine fanno queste invenzioni? Coloro che potrebbero investire, non investono. E probabilmente si pongono mille interrogativi. Timori che nel nostro Paese si hanno sempre quando c’è qualcosa di ”inedito” o di moderno o di avveniristico. Pare ci sia un progressismo che uccide il progresso. Ma, senza voler fare un gioco di parole, in questo settore ci si chiede qual grado di competenza abbiano… le cosiddette autorità competenti.
Ecco perché i c’è poi la ”fuga dei cervelli”. O, che dir si voglia, l’’esodo degli intelletti”. Ed è peraltro curioso che, mentre non s’arresta il flusso clandestino degli immigrati, si lascia scorrere l’’emorragia della materia grigia”. Perché non viene arrestata? Forse perché da sempre c’è la filosofia del nemo propheta in patria. E da sempre non s’apprezzano le meningi d’eccezione che hanno contribuito alla civiltà e al benessere universale. Vogliamo dare un’occhiata, senza vergogna, nel passato remoto e recente per un giro dantesco tra le più illustri meningi della Penisola? Non è peccato.
da leonardoa fermi
Partendo da Leonardo da Vinci, ci imbattiamo in chi è stato il primissimo e impareggiabile ideatore o precursore in tutto. A cominciare dall’elicottero, l’aerostato, la mitragliatrice, il carroarmato, il paracadute e mille altri oggetti incredibili. Troviamo poi il telescopio e il termometro di Galilei, la pila di Volta, la dinamo di Pacinotti, la macchina per scrivere di Ravizza, il barometro di Torricelli, il cannocchiale di Dalla Porta, l’aliscafo e l’elicottero di Forlanini, la bicicletta di Peretti, il motore a scoppio di Barsanti e Matteucci, il binocolo di Porro, la telescrivente di Cerebotani, il sismografo di Palmieri, il pianoforte di Cristofori, il violino di Stradivari, fino al telefono di Meucci, la radio di Marconi, la ”rivoluzionaria” nuclearità di Fermi e le materie plastiche di Natta.
Finito? E no. L’elenco continua, con un’ondata di geni o geniali inventori che han dato un decisivo slancio ai più avanzati traguardi scientifici. Se ce ne siamo scordati, perché non rinfrescare un po’ la memoria? Perché non smetterla di buttarci fango addosso? Come fanno tanti idioti censori antitaliani, che sgranocchiano sempre, a piacimento, un’’Italietta piccola piccola”, senza gloria. Una nazione che, soffrendo di amnesia, dimentica perfino d’esser figlia del grande Impero Romano, (con i colossi della Latinità), conquistatore e civilizzatore per duemila anni di una Europa selvaggia e di mezzo pianeta antidiluviano!
E non ci facciamo scorno se, man mano, tiriamo dell’altro dal sacco. Un tesoro universale. Che fa della nostra patria la più grande superpotenza culturale e ideologica. Certo, non possiamo citare l’esercito dei più comparabili artisti mai vissuti, da Michelangelo in poi. Migliaia di maestri che, tutt’insieme, coprono il 73 per cento delle opere d’arte del pianeta.
architettura e medicina
E poi ci sono i grandi architetti, da Bramante a Bernini, da Sangallo al Palladio, cui si sono ispirate città estere e palazzi istituzionali come la Casa Bianca. E ancora come si fa a riporre in archivio biologi e scopritori nel settore della medicina e chirurgia quali Falloppio Spallanzani Murri Scarpa Cardano (padre della psichiatria) Ramazzini, Borgognoni (ideatore della anestesia), e poi Dulbecco Bovet Cavalli-Sforza Montalcini... Tutte menti eccelse che talvolta si sono affermate oltre confine, in quanto non appoggiate se non perseguitate in casa nostra.
Ma sono tanti, anche oggi, gli antesignani nei comparti più avanzati. Come quello dell’elettronica, dell’informatica e della telematica (mentre si attribuisce quasi tutto al Giappone). Chi conosce, ad esempio, un Fagin, l’ideatore del primissimo micro-chip, che ha dato vita a tutti i ”tasselli” di silicio per i circuiti integrati degli elaboratori. (Cosa grossa che tanti amatori di computer e internet non sanno). Per non parlare di quei professionisti che si pongono tra i maggiori inventori o costruttori di radar, di satelliti, di moduli spaziali e robot parlanti molto sofisticati.
Masochismo a parte, c’è poi un altro aspetto storico che viene ignorato dagli storici. Bisogna sapere che anticamente, tutto questo ben di Dio - ossia le tante primogeniture, le ispirazioni o intuizioni originali - veniva sistematicamente saccheggiato dagli stranieri. Chi sa qualcosa - tanto per cogliere qua e là - della ”lanterna magica” realizzata dal curato Matteo Campani di Spoleto, da cui sarebbe scaturito il proiettore cinematografico? E i palloni aerostatici creati nel 1648 da Francesco Lama di Brescia, copiati pari pari da Montgolfier e da quest’ultimo lanciati anni dopo col suo nome? C’è poi la macchina a vapore costruita da Giovanni Branca, poi attribuita a Stephenson. E ancora le bombe firmate da Sigismondo Malatesta, pure copiate all’estero, e così la bombarda del chimico Sbrega, che rimane un Carneade. tutta una schiera di sperimentatori che, con piccole o grosse trovate, pure hanno dato impulso allo sviluppo tecno-scientifico. Rimanendo però nell’ombra.
Sorge perciò un quesito: quale differenza tra noi e gli altri? E, tanto per fare qualche paragone, tra noi e gli yankee? Noi vendiamo (o svendiamo) intelletti, loro li acquistano. E li adottano. Facendoli proprî. Già, negli Uniti Stati d’America, ogni cervello importato viene americanizzato. Ridicolo però che, se gli Italiani talvolta creano tanti oggetti utili senza trovare chi li fabbrica, gli statunitensi riescono a fabbricare anche gli oggetti più inutili che loro non creano. Specializzati nel campo dei giochi e giochetti, vantano peraltro un grande Pil, Prodotto Interno Ludico.
il festival della sciocchezza
Ma - tra i più brillanti - qual è l’ultimo ritrovato in quel che vien definito il ”Festival della sciocchezza”? Non esitiamo ad ammetterlo, è un attrezzo veramente eccezionale. Mentre noi abbiamo il gratta e vinci, loro hanno escogitato una sorta di gratta e-stringi. Si tratta di un frullatore elettrico a forma di mano (bionica) che, premendo un interruttore, strofina la pelle morbidamente. Ideale, ovviamente, allorché si ha un irraggiungibile prurito alla schiena. Un vero gioiello della tecnica.
Artefici insuperabili in tutto, però, il bello è che questi americani (a parte Edison o Westinghouse) non pensano solo alle necessità fisioterapiche del genere umano. Convinti animalisti, rivolgono i loro studi anche alle bestie. Recentemente, è venuto fuori un altro aggeggio straordinario. Incredibile ma vero, sapete che ti vanno a costruire nel Terzo Millennio? Gli Occhiali per i Polli. Era ora! si dirà. Vero. Se ne sentiva l’urgente bisogno. Ma attenzione! Questi lenti non migliorano la vista dei galli ma… gliela peggiorano. In compenso, si può ottenere una maggiore produzione della pollicoltura. E come? dicono i soliti scettici. Secondo la scienza, questi diaframmi di cristallo schermano le radiazioni luminose, riducendo al minimo il campo visivo dell’animale, per cui esso diventa un po’ orbo. E tentenna. Uno strazio per lui. Ma qual guadagno per l’economia! In sostanza, con tale metodica, si neutralizza quasi completamente l’aggressività sessuale di questo seduttore a due zampe. E così, non riuscendo più a distinguere le galline, il maschiaccio in fregola riesce, appunto, a frenare i suoi istinti carnali, e diventa timido e pensoso. E si ingrassa di più. Smettendo finalmente di andarsene in giro a fare il galletto.
Insomma, è la prima volta che, a dispetto dell’inventore italiano Salvino Alvati, gli occhiali son destinati non già a guarire dalla miopia o presbitia, bensì a danneggiare la percezione oculare. Idea malvagia? Non si direbbe. Però... se questa specie di pince nez sono così promettenti ed efficaci per i galli, perché non adottarli in Italia anche per i pappagalli?