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 2009  giugno 25 Giovedì calendario

Complicato fare in giro per Bari il nome di Patrizia D’Addario, a volte perfino pericoloso. Nessuno vuole parlarne, nessuno vuole ammettere di avere avuto a che fare con lei, nessuno vuole il proprio nome associato al suo

Complicato fare in giro per Bari il nome di Patrizia D’Addario, a volte perfino pericoloso. Nessuno vuole parlarne, nessuno vuole ammettere di avere avuto a che fare con lei, nessuno vuole il proprio nome associato al suo. Il nostro viaggio alla ricerca dei suoi ex è difficoltoso. Non perché non se ne trovino (anzi, ne abbiamo individuati parecchi), ma perché i diretti interessati non vogliono ammettere quella frequentazione (in nove casi su dieci avvenuta durante un legame matrimoniale) e le minacce (non di querela) fioccano. Tra questi anche il padre della figlia adolescente della D’Addario. L’uomo chiude il discorso spiegando: «Patrizia non la vedo da 14 anni, comunque per il bene di mia figlia non voglio contribuire alla sua demonizzazione». Eppure, proprio lui, ne avrebbe di cose da raccontare. Rispettiamo il suo desiderio, ma andiamo a ”scavare” al tribunale per i minorenni di Bari, dove di fascicoli riguardo la non-coppia ce ne sono a perdita d’occhio. Qualcuno accetta di sbottonarsi e rivela: «La D’Addario non è nuova a forme di ricatto come quella recente al premier. Ad esempio nei confronti del padre di sua figlia, Patrizia ha scatenato una causa di pseudo molestie pur di farsi aumentare l’assegno di mantenimento». Un passo indietro: questo fatto scoppia nel 2001 (quando la escort chiede la revisione dell’assegno) e prosegue fino al 2006 (anno in cui la lunga istruttoria chiarirà l’assoluta estraneità del 50enne da questa vicenda), invece la prima causa tra i due è datata 1994. Premessa necessaria: il padre della ragazzina (che chiameremo Carlo per motivi di privacy) è benestante. Molto benestante. Nella provincia barese è da sempre considerato un buon partito. Secondo quanto ricostruito negli atti processuali per la causa di riconoscimento della bambina, perché l’uomo non voleva saperne nulla di quella gravidanza indesiderata, Carlo ripercorre la storia spiegando di aver frequentato la D’Addario per un breve periodo, probabilmente un mese. In quel lasso di tempo, l’imprenditore dice di aver ricevuto rassicurazioni dalla donna, la quale aveva giurato di prendere regolarmente la pillola anticoncezionale. Tutto parte da questo particolare, per cui durante la «procedura di ammissibilità», che per le regole dell’epoca precedeva «la dichiarazione giudiziaria di paternità», l’uomo si appella ad un cavillo provando l’incostituzionalità della vicenda. Carlo, in poche parole, sostiene di essere stato «ingannato», spiegando di «non essere padre volontario di quella creatura» e di essere stato informato quando era «ormai troppo tardi». Sintetizzando gli atti: dopo un mese di relazione saltuaria, Patrizia si sarebbe trasferita a Roma, facendo ritorno in Puglia cinque mesi dopo. Quando la gravidanza era già in una fase avanzata. Una «scorrettezza» che comunque il giudice Occhiogrosso non considera «un’eccezione valida», tanto che decide di «respingerla». A quel punto, pur consapevole di essere «caduto in una trappola», l’imprenditore decide di riconoscere la bambina senza chiedere il test del Dna e non procedendo in ulteriore cause. Dopo altri episodi «spiacevoli», come racconta chi ha pieno accesso ai faldoni processuali (tanto che risulta una denuncia di lui verso di lei per persecuzione, oggi ribattezzata stalking), nel 2001 la D’Addario chiede la revisione dell’assegno di mantenimento. Una «esagerazione» a cui Carlo (che nel frattempo ha una nuova moglie e un’altra figlia) non si piega senza combattere. E così, durante il dibattimento della causa civile, Patrizia sfodera la carta delle molestie. Secondo quando riferito dalla donna in aula, la bambina avrebbe raccontato di aver visto il padre e la nuova compagna nudi. E, oltretutto, di avere alcune foto. Una circostanza che ovviamente scatena molti accertamenti (soprattutto da parte di uno psicologo infantile di Taranto) e che si chiuderà cinque anni dopo con un nulla di fatto (le foto non sono mai state prodotte). Il punto alla spiacevole vicenda, in ogni modo, è messo proprio dalla ragazzina, che in aula nega la veridicità del fatto.