Stefano Cappellini, il Riformista 25/6/2009, 25 giugno 2009
Così il congresso diventa una conta su Veltroni - Il nuovo contro il vecchio. La base contro la nomenklatura
Così il congresso diventa una conta su Veltroni - Il nuovo contro il vecchio. La base contro la nomenklatura. Guai alle «vecchie appartenenze». E quanto sono brutte le correnti. E come sono squallidi gli accordi di potere. un distillato di puro veltronismo il contenuto del video con cui Dario Franceschini ha annunciato ieri mattina sul suo sito web ciò che era già chiaro a tutti. E cioè che l’attuale leader non è più dell’idea - ammesso e non concesso che lo sia mai stato - di concludere a ottobre la sua «missione» da segretario del Partito democratico, come aveva più volte dichiarato. Obiettivo della candidatura: «Non tornare indietro» e consegnare il Pd «ai nostri figli e nipoti». «Pensavo di passare il testimone alle nuove generazioni. In questi giorni, però, ho visto riemergere protagonismi e litigiosità. Non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me», ha detto Franceschini, giustificando così il dietrofront con la scesa in campo di Pier Luigi Bersani («chi c’era prima di me») e del principale tra i suoi grandi elettori, Massimo D’Alema («chi c’era molto prima di me»). La differenza con Veltroni è che quest’ultimo si era dimesso a febbraio spiegando di aver fallito, mentre Franceschini si rilancia ora sostenendo di aver vinto: «Sono stato chiamato a guidare il Pd quattro mesi fa in un momento difficile, quando il progetto sembrava inesorabilmente destinato a fallire. Oggi potrei dire missione compiuta, abbiamo arginato la destra e ridato futuro al progetto». Scamiciato e informale, Franceschini ha registrato il suo videomessaggio davanti a una scenografia allestita al pian terreno del quartier generale di largo del Nazareno, negli studi di Youdem, il canale satellitare voluto da Veltroni per fare concorrenza alla dalemiana Red tv. Parlando davanti a una spartana libreria, tra i modelli più diffusi di una ben nota catena svedese (particolare che ha subito dato la stura a battute e ironie: «Siamo passati da I care a Ikea»), l’ex popolare ha disseminato l’intervento di omaggi ai suoi sponsor congressuali: l’evocazione di una nuova alleanza di centrosinistra (cara agli ex Ds come Piero Fassino quanto agli ex Ppi come Beppe Fioroni), un po’ di patto generazionale per il welfare (strizzatina d’occhio agli Ichino e ai Treu), una spruzzata di green economy (assist ai rutelliani). E poi giovani, giovani, giovani. «Ascolterò chi ha avuto ruoli di responsabilità nel governo e in politica dal ’96 a oggi ma ho intenzione di investire in una nuova squadra di donne e uomini cresciuti nella militanza: sindaci, amministratori, segretari locali, coordinatori di circolo. Fuori da ogni vecchio schema, fuori da ogni superata appartenenza». La guerra è infine iniziata. E nonostante un persistente lavorìo terzista, che continua a sondare ogni pertugio di mediazione e rinvio della resa dei conti, andrà avanti fino all’autunno. Anche la guerra di veline avvelenate è già in corso. Il tentativo di Franceschini e della sua cordata congressuale è presentare Bersani come il candidato dell’apparato e del Palazzo, agitando lo spettro di una sua vittoria nella conta tra gli iscritti, primo passaggio delle assise secondo statuto, ma preconizzando il bagno di folla purificatore delle primarie aperte a tutti, che saranno l’ultimo atto del congresso («Parlerò direttamente alla base», è non a caso uno dei passaggi salienti del Franceschini-pensiero, anch’esso mutuato dal breviario veltroniano). Ma il messaggio principale, destinato ad alimentare una già sperimentata campagna contro «maggiorenti e oligarchi», è quello sul «chi c’era prima di me». Singolare formulazione, dato che il Pd esiste solo da due anni e, a voler essere puntuali, il solo «che c’era prima» di Franceschini è giustappunto il suo grande sostenitore Veltroni. Gli altri vengono tutti «prima», da una parte e dall’altra: sono i gruppi dirigenti dei partiti fondatori, Ds e Margherita. Ma la retorica del rinnovamento, la medesima che già ispirò il «partito liquido», passa sopra certi dettagli: sarà dunque sull’annoso e occhettiano concetto del «nuovo che avanza» che si snoderà la piattaforma congressuale del leader neo-candidato. Come testimonia la spericolata graduatoria di verginità politica redatta dal capogruppo alla Camera Antonello Soro, secondo cui Franceschini, consigliere comunale della Democrazia cristiana all’inizio degli anni Ottanta, «è un quadro relativamente giovane, che non ha ricoperto incarichi di partito se non in quest’ultima fase». A puntellare l’operazione immagine di rinnovamento contribuirà Debora Serracchiani, mascotte della mozione Veltroni-Franceschini, e tutto il filone di quel gruppetto di blogger e che da anni svolge la professione di «giovani del Pd». Dall’altra parte l’obietttivo di Bersani, che non ha voluto commentare il videomessaggio («Io d’ora in poi parlerò solo "per" e mai "contro"»), è proprio schiacciare il più possibile l’immagine di di Franceschini sul suo predecessore: «Trasformando il congresso in una conta per Veltroni o contro Veltroni - dicono i fedelissimi dell’ex ministro dello Sviluppo economico - ci fa un regalo. Perché Veltroni il congresso lo ha già perso nel paese, col totale fallimento della sua linea e la serie ininterrotta di sconfitte elettorali che ha provocato». Un concetto che un fedelissimo dalemiano esprime più coloritamente così: «Se Franceschini vuole allearsi con lo zombie (Veltroni, ndr), peggio per lui e meglio per noi».