Andrea Carobene, ཿNova24 26/6/2009;, 26 giugno 2009
COLTIVARE TERRE ARIDE
Un terzo della superficie delle terre emerse attendono di essere coltivate. Sono i 50 milioni di chilometri quadrati di superfici desertiche, metà dei quali costituiti da deserti "caldi". Queste terre aride potrebbero rifiorire e diventare in futuro un serbatoio di cibo e magari di biocombustibili per l’umanità.
I problemi sono la scarsità di acqua, la presenza di acque con un grado di salinità eccessivo e gli elevati sbalzi termici. Queste difficoltà possono però essere superate attraverso la ricerca e l’impegno dei governi. Proprio dieci anni fa nasceva, grazie soprattutto alla Islamic Development Bank e al Governo degli Emirati Arabi Uniti, il Centro Internazionale per l’Agricoltura Biosalina (Icba), a Dubai. Scopo del centro, come spiega il direttore generale Shawki Barghouti, è «aiutare i paesi con scarse risorse di acqua a migliorare la produttività», valorizzando in particolare «l’acqua di scarsa qualità o salina».
La strategia seguita dall’Icba, che sta avviando due dozzine di progetti in paesi aridi, è dimostrare il valore dell’acqua salina come risorsa per la produzione di piante utili all’uomo, divulgando le conoscenze scientifiche per l’agricoltura basata su questo tipo di risorsa.
La scienza sta fornendo una pluralità di strategie per la coltivazione in ambienti aridi. Le direzioni sono quelle della selezione di vegetali meno sensibili alla salinità o la produzione di piante trasgeniche. L’Italia è in prima fila nella selezione naturale di piante resistenti; pochi mesi fa l’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo ( Isafom) del Cmr di Catania ha fornito i risultati di una ricerca sperimentale che dimostrava come una particolare varietà di pomodoro, quello da serbo, potesse essere coltivato senza irrigazione. Un risultato che, ha spiegato la ricercatrice Cristina Patanè, è stato ottenuto anche attraverso l’esame di 30 genotipi di pomodoro da serbo.
Sul fronte genetico, le ricerche coinvolgono laboratori con inedite collaborazioni scientifiche come quella realizzata da Parto Roshandel e Timothy Flowers che lavorano rispettivamente all’Università iraniana Shahrekord e all’Università del Sussex. Roshandel e Flowers hanno presentato uno studio su due geni del riso importanti per la resistenza allo stress ionico. All’Università Banaras Hindu di Varanasi, in India, Pallavi Tripathi sta investigando la possibilità di sfruttare i meccanismi usati dai batteri del genere Azospirillum per aiutare le piante a combattere gli effetti della salinità. Ancora Ahmad Arzani, del Dipartimento di agronomia dell’Università iraniana di Isfahan, sta sviluppando un approccio per selezionare le piante a livello cellulare applicando due diverse tecniche in vitro che contemplano la selezione dei mutanti migliori.
Un’altra strategia è quella di utilizzare piante che riescano a desalinizzare il terreno, un progetto perseguito ad esempio da Toshpulat B. Radjabov dell’Accademia delle scienze dell’Uzbekistan in collaborazione con ricercatori russi e giapponesi.
Non vanno dimenticate le strategie tradizionali, che propongono un uso razionale delle risorse acqui-fere, la difesa della flora esistente, il controllo sull’utilizzo dei pascoli e così via. Nòva24, pochi mesi fa, ha raccontato della sabbia nanotecnologica prodotta da Dime Hydrophobic Materials, una sabbia dove ciascun granello è rivestito da un additivo brevettato che la rende idrofobica e impermeabile. Con questa sabbia sievita che l’acqua utilizzata per irrigare vada dispersa nel sottosuolo, favorendo la creazione di piccole falde al di sotto delle coltivazioni e impedendo la risalita delleacquesaline.