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 2009  giugno 26 Venerdì calendario

I MAGNIFICI TRENTA DELL’ITALIA NASCOSTA

Sono oltre una trentina, sconosciuti alle cronache finanziare, impegnati nella gestione di grandi gruppi nazionali sparsi per la provincia italiana da Nord a Sud. Sono i "paperoni" nascosti, che vantano capitali milionari ma che non cercano la ribalta della notorietà di operazioni finanziarie. il caso di Vittorio Malacalza, imprenditore genovese dell’acciaio sconosciuto ai più fino al recente ingresso nell’azionariato di Camfin. Oppure di Bruno Arosio, commercialista milanese che ha rilevato Vista Palace tra Montecarlo e Cap Martin,scatenando la caccia all’investitore sconosciuto. Ma anche Alberto Aleotti, Marco Brunelli, Romano Cenni o Vito Pertosa.
Cercare di disegnarne una mappa, anche approssimativa, è difficile, ma Il Sole 24 Ore ha passato al setaccio la Penisola, soprattutto la provincia, andandoa cercare imprenditori che stanno lontani dalla Borsa ma che hanno gruppi di dimensioni ragguardevoli. L’identikit è quello dei fondatori di grandi aziende di provincia, che restano al timone in vista di passare la mano alla generazione successiva. La base di partenza della ricerca è la classifica dell’ufficio studi di Mediobanca (R&S) sui bilanci 2007, a cui sono state aggiunte alcune famiglie che hanno venduto nel corso degli ultimi anni le loro aziende incassando centinaia di milioni.
Percorrendo la Penisola dal Nord al Sud alla ricerca degli imprenditori sconosciuti, a farla da padrone sono centri commerciali- supermercati, alimentare e abbigliamento. Contano fatturati superiori ai due miliardi i gruppi delle famiglie Bastianello e Brunelli. Nomi che non dicono nulla al grande pubblico, nonostante tutti conoscano i supermercati Pam o i centri commerciali Iper-Unes (gruppo Finiper) di loro proprietà. Nello stesso settore fattura 1,5 miliardi la catena Bennet della famiglia milanese Ratti e circa un miliardo Il Gigante di un’altra famiglia lombarda, i Panizza di Bresso. Poco più a sud, a Imola, la famiglia Cenni controlla la grande distribuzione con il marchio Mercatone Uno (762 milioni).
L’alimentare è il secondo settore per fatturato delle aziende private di provincia. A Verona ci sono i «re» dell’ortofrutta: la famiglia Bocchi gestisce un gruppo con un giro d’affari, secondo stime non ufficiali, di circa 2 miliardi. Il Veneto in generale, ma questo poco sorprende, è una fucina di ricchi imprenditori nel food. Emerge per fatturato (circa 2 miliardi) la famiglia Veronesi, proprietaria dei marchi Aia, Montorsi e Negroni. In Liguria, invece, la famiglia Orsero di Albenga, distribuendo in esclusiva i prodotti della multinazionale Del Monte, ha creato un gruppo da 1,2 miliardi attorno alla Fruttital. C’è chi poi dall’alimentare è uscito accumulando una fortuna: la famiglia milanese Mentasti-Granelli, che per 110 anni è stata la proprietaria della SanPellegrino, vendendo l’acqua minerale più famosa al mondo al gigante Nestlè ha accumulato un patrimonio che nel 2006 era stimato in 270 milioni.
In Lombardia, in sintonia con la distribuzione nazionale del Pil, si concentra il più alto numero di "paperoni" nascosti: è il caso della famiglia Catelli, il cui capostipite Pietro (morto nel 2006) ha fondato nel 1920 in provincia di Como la Chicco-Artsana (1,4 miliardi di ricavi), oggi in mano ai tre figli. Altro settore, altra famiglia: gli Squinzi che controllano il gruppo Mapei (vernici e collanti), circa 1,3 miliardi di fatturato e un brand noto al pubblico per vie delle sponsorizzazioni sportive.
Nel Nord Ovest domina il settore plastico: la Mossi&Ghisolfi della famiglia Ghisolfi di Tortona, tra i principali produttori al mondo di Pet (bottiglie per bevande), è un gigante da 1,8 miliardi. A Genova non si può non far cenno alla famiglia Costa: con la cessione nel 1997 di Costa Crociere alla multinazionale Carnival, ha incassato circa 135 miliardi di vecchie lire.
Scendendo verso la Toscana il primo nome in cui ci si imbatte è quello della famiglia Aleotti, fiorentina di adozione, che può contare su un giro d’affari di 2,5 miliardi grazie al più grande gruppo farmaceutico italiano e indipendente, la Menarini. In Umbria svettano i Colaiacovo, imprenditori del cemento: la Financo ha 866 milioni di giro d’affari, ma i quattro rami della famiglia hanno diversificato gli interessi facendo anche capolino in qualche salotto dell’alta finanza. Sono umbri anche i patron del Listone Giordano, marca di parquet di pregio che fa capo alla famiglia Margaritelli che genera un giro d’affari di 246 milioni. Imitando la fortunata ascesa di Diego Della Valle, invece, nel distretto marchigiano delle calzature e dell’abbigliamento si muovono molti imprenditori ancora ignoti ai media. Tra i più in vista, con aziende i cui fatturati superano i 100 milioni di euro, la famiglia Pizzuti che in pochi anni, attraverso la Zeis, ha dato vita a un portafoglio marchi nel fashion (Merrell, Docksteps e Bikkembergs). La capitale, in linea con la sua storia secolare, ha da sempre nelle costruzioni un settore fervente: tra gli altri si segnalano le famiglie Santarelli e Salini.
Le indagini sulla ricchezza lontanadai riflettori smentisce lo stereotipo di un Mezzogiorno più povero e privo di imprenditorialità: al Sud non ci sono certo i grandi numeri del Nord Italia, ma molti nomi vengono alla luce. A Napoli la famiglia di Luciano Cimmino, tra i fondatori della Original Marines (da cui è poi uscito), ha poi lanciato altre due fortunate catene, Yamamay e Carpisa. Nella moda si muovono anche i partenopei Paone, la famiglia creatrice del marchio Kiton. Vendendo il 68% della MerMec al private equity,infine,l’imprenditore pugliese Vito Pertosa si stima abbia incassato circa 150 milioni.