25 giugno 2009
UN MILIARDO DI ANIME IN FUGA DALL’INFERNO
Il centro di Nandom è una biforcazione della strada. qui, in una delle cittadine più settentrionali del Ghana, che arrivano e partono le corriere. La si potrebbe chiamare una stazione, se fosse qualcosa di più di un triangolo di polvere rossastra circondato da bancarelle alimen-tari, empori e una banca rurale. Una volta a settimana qui si tiene un mercato. Il resto del tempo sono le corriere, furgoncini privati soprannominati tro tros, ricoperti di preghiere per il viaggio ("Signore, abbi pietà"), a garantire il viavai: l’affollamento di merci e persone che sfida ogni logica, l’attesa dell’arrivo di un numero sufficiente di passeggeri, sotto temperature che a mezzogiorno toccano i 40 gradi.
Le corriere sono importanti per Nandom, centro amministrativo di un’area che conta oltre 50mila abitanti, per lo più contadini, in uno degli angoli più poveri del Ghana: sono importanti perché la popolazione se ne sta andando.L’emigrazione da tempo costituisce uno degli ingredienti abituali della vita quotidiana nelle distese aride dell’Africa occidentale, ma negli ultimi anni, con lo sviluppo che sta interessando altre zone e l’incostanza delle piogge, sono sempre di più quelli che partono. Secondo le stime, circa il 20% delle persone nate nel Ghana settentrionale ora vive nel Sud, più ricco e urbanizzato. A Nandom è partita la metà della popolazione.
Sono andato a Nandom per cercare di capire un fenomeno che oggi viene descritto usando parole come ambiente, emigranti, sfollati, profughi. In breve, il concetto che i cambiamenti climatici costringeranno milioni di individui ad abbandonare le aree in cui vivono. Dal 1990, quando il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici ( Ipcc) prevedeva che «gli effetti più gravi dei cambiamenti climatici potrebbero riguardare i flussi migratori umani »,la prospettiva dell’innalzamento del livello dei mari, dell’espansione dei deserti e di una serie di disastri naturalia catena è accompagnata dall’immagine di masse di persone in movimento. I
l ragionamento è convincente: con un innalzamento del livello del mare di 1 metro, il 10 per cento della popolazione mondiale finirà sott’acqua,forse entro la fine del secolo; un altro 30 per cento, più di 2 miliardi di persone, vive in zone aride, come Nandom. Tutta questa gente da qualche parte dovrà andare. Le stime sul numero di profughi ambientali nel 2050, quando la popolazione mondiale, secondo le previsioni, toccherà l’apice con 9 miliardi di abitanti e il pianeta sarà alle prese con un aumento della temperatura di 2 gradi o più, variano fra i 50 milioni e il miliardo di individui. Ma la cifra citata più di frequente- inclusa nel Rapporto Stern 2006 - si attesta fra 200 e 250 milioni,circa dieci volte il numero odierno di rifugiati e profughi interni in tutto il mondo. Le cifre sono enormi, gli scenari astratti. E fino al 2005,la maggior parte di noi cose di questo genere le aveva viste solo nei kolossal catastrofisti, come The Day After Tomorrow, dove profughi climatici americani attraversano in massa il Rio Grande cercando rifugio in Messico. Ma poi è arrivato l’uragano Katrina ed è diventato chiaro a tutti che la natura è capace di scatenare migrazioni forzate. Una tempesta di categoria 3 che ha colpito una città di cui era ben nota la vulnerabilità, nel paese più ricco del mondo, è riuscita a provocare il più grande spostamento di individui nella storia degli Usa. Nel giro di 14 giorni un milione e mezzo di persone ha abbandonato la costa del Golfo del Messico.
A Nandom non è successo nulla di altrettanto spettacolare, anche se pure qui, comea New Orleans, metà della gente è andata via. «Gli alberi sono ancora in piedi, non sono stati abbattuti» mi ha detto un contadino. «Non te ne accorgi. Lo vivi e non te ne accorgi. Te ne rendi conto solo quando ti metti seduto a riflettere ».Ecco perché posti come Nandom raramente salgono agli onori delle cronache. Gli articoli sull’emigrazione ambientale di solito si concentrano sui quei tre o quattro posti "apripista", cioè quegli habitat umani che saranno i primi a scomparire: dal paesino di Shismaref in Alaska, che sta scivolando in mare, a Stati interi, come le ultrapianeggianti Maldive, che hanno creato un fondo per comprare terre all’estero per i loro 400mila cittadini.
Ma questi casi eclatanti riguardano solo una minoranza dei potenziali futuri emigranti climatici. L’ong Amici della terra, che concorda sulla stima di 250 milioni di profughi ambientali di qui al 2050, calcola il numero complessivo di persone costrette a emigrare da piccoli Stati insulari come le Maldive in 1 milione. Gli altri 249 milioni verranno da posti poco glamour come Nandom. Secondo il professor Norman Myers, studioso britannico che più di ogni altro ha lanciato l’allarme sull’emigrazione climatica,le attuali normative sull’assistenza ai profughi e le agenzie umanitarie saranno travolte da questi numeri. «Sarei stupito - dice Myers - se alla fine il numero dei profughi ambientali e climatici fosse inferiore al mezzo miliardo di persone ». In quest’ottica, le proporzioni dei flussi migratori futuri saranno sufficienti a provocare un mix inquietante di emergenze umanitarie e dissesti della sicurezza. E Myers sostiene che i paesi più ricchi ed ecologicamente stabili del pianeta verranno sottoposti a pressioni sempre maggiori per trovare una sistemazione a chi cerca rifugio.
Se da un lato il fenomeno sarà sicuramente di vasta portata, dall’altro lato potrebbe svilupparsi nei modi più diversi, e questo rende difficile affrontarlo come un singolo problema. I cambiamenti climatici, secondo gli esperti, colpiranno le diverse parti del mondo in forme diverse e con ritmi diversi. Lo spettro di eventualità è amplissimo, dall’incidenza sempre più frequente di disastri improvvisi, come Katrina, a casi come quello del Sahel in Africa e del bacino del Murray-Darling in Australia, dove le siccità e gli incendi rischiano di provocare migrazioni forzate su ampia scala nei prossimi 30-40 anni. E poi ci sono i posti come Nandom, quelle zone marginali dove milioni di persone tirano avanti in climi sempre più inospitali. E all’altro estremo ci sono le trasformazioni che si svilupperanno nell’arco di un periodo lungo, come l’innalzamento del livello dei mari, che al ritmo attuale di 3 millimetri all’anno (o anche a un livello molto superiore a questo) impiegherà generazioni per produrre i suoi effetti.
Secondo alcuni, il concetto stesso di "migrazione ambientale" è fuorviante. Richard Black,professore di geografia umana all’Università del Sussex, che ha studiato il problema per l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dice che trova questo concetto discutibile sotto diversi aspetti. Innanzitutto dice che è stato utilizzato per agitare lo spettro di grandi migrazioni di massa da una nazione all’altra, nonostante la stragrande maggioranza delle persone costrette a emigrare a causa di disastri ambientali rimanga all’interno dei confini nazionali, spesso il più vicino possibile alle proprie case.Non è la stessa cosa di orde di persone che attraversano le frontiere. Ma più in generale Black contesta l’idea che l’emigrazione ambientale sia un fenomeno nuovo, o diverso da altri generi di emigrazione. Le decisioni di ogni emigrante, sostiene Black,anche quelle prese in condizioni di grande stress, sono determinate da un miscuglio di fattori economici, sociali e culturali, e l’ambiente è solo uno di questi.
Le interpretazioni contrastanti di Myers e di Black sono importanti perché contribuiranno a definire il modo in cui questo fenomeno verrà affrontato e studiato negli anni a venire: come una minaccia per la sicurezza, come una crisi umanitaria o come un altro fattore del rompicapo dello sviluppo. Fino a questo momento, però, il risultato è uno stallo. Nell’ultimo rapporto importante dell’Ipcc, nel 2007,i due approcci si annullavano a vicenda. Non essendo in grado di stabilire chi avesse ragione, l’Ipcc prevedeva che i cambiamenti climatici non avrebbero causato nessun trasferimento di individui.
Noncuranti del parere dell’Ipcc,le corriere continuano a partire da Nandom. Venendo in autobus da Wa, il capoluogo della regione dell’Alto Ghana Occidentale,avevo visto una savana arida, di erbe secche e collinette di terra in attesa della semina. Ma la polvere era inframmezzata dal verde. La ragione,ho scoperto poi, erano le forti piogge che c’erano statea gennaio.Il problema di Nandom è l’imprevedibilità. La tradizionale stagione delle piogge, che durava cinque mesi, da marzo ad agosto, si è ridotta ad appena due o tre mesi.I contadini di Nandom parlano delle loro piogge capricciose ora con toni estenuati, ora con toni ostinati.Un giorno,dopo mezzogiorno,incontro Leo Yiryel, 84 anni, capo di un piccolo villaggio poco lontano da Nandom. «La pioggia ci sta creando grandissimi problemi», dice. «Prima le difficoltà venivano solo dalla stagione secca, ma ora anche la stagione delle piogge può distruggerti il raccolto ». Yiryel mi parla seduto su una panchina sotto a un albero di mango,circondato dai nipotini che lo ascoltano rapiti. Sembrano essere decine e chiedo a Yiryel dove sono i genitori. Lui mi dice che ha avuto dodici figli: undici sono emigrati a sud.
Stanislaus Nasaal ha guidato il Nandom Agricultural Project, che aiuta i contadini ad adattarsi al clima ostile fin dal 1973. I contadini, racconta, si stanno adattando a stagioni di crescita più brevi selezionando nuove colture - miglio e granturco, che maturano più in fretta - e nuovi metodi di semina. Le autorità di Accra, la capitale del Paese, cercano di capire quanti siano quelli che abbandonano le savane del Ghana settentrionale. Le ultime cifre ufficiali risalgono al censimento del 2000, che rivelò una cifra complessiva di 700mila persone emigrate dal Nord verso il Sud. L’impatto sulla capitale è visibile. Gli immigrati dalle campagne del Nord svolgono i lavori più umili e vivono nelle baraccopoli più malsane di Accra. Sono soprannominati kayayei, che significa facchino. I pochi che arrivano direttamente da Nandom di solito si stabiliscono a Nima, un quartiere misto di cristiani e musulmani che ha al centro un grande mercato, con le bancarelle ricolme di pesce, spezie, cipolle, scarpe. Ho visitato Nima e camminando per le stradine in mezzo alle baracche, col selciato nero (versano carbone per terra per assorbire l’acqua delle occasionali inondazioni) ho incontrato delle donne di Nandom che fabbricavano la birra con il miglio, come se fossero a casa. Una volta ad Accra, la gente di Nandom, a prescindere dal motivo che l’ha in-dotta a partire, entra a far parte di un altro sistema, già consolidato, di un altro mondo del bene e del male.
Vista dall’ottica dei luoghi di destinazione degli emigranti,l’emigrazione ambientale forse è soltanto un’altra fiammella sotto un pentolone di problemi già in ebollizione. Ad Accra, che ha una popolazione che aumenta del 4% ogni anno, gli immigrati dal nord devono fare i conti con un approvvigionamento idrico inadeguato, la carenza di abitazioni e una relativa mancanza di istruzione. Ad Accra come a Nandom, il problema di cosa fare riguardo all’emigrazione ambientale e ai cambiamenti climatici nel loro complesso è strettamente legato alla sfida generale dello sviluppo. La vede così Agyemang-Bonsu. «Non si può stare a fare distinzioni fra adattamento e sviluppo»dice.«Pensi all’Olanda e al Bangladesh. Perché gli olandesi sopravvivono anche se la loro nazione è al di sotto del livello del mare?Se l’Olanda fosse un paese del terzo mondo come il Bangladesh posso assicurarle che se ne sarebbero andati molto tempo fa. Ma rimangono, perché hanno gli strumenti». Questo è la vera controargomentazione a chi vede l’emigrazione ambientale come un fenomeno nuovo e preoccupante. Ci sono alcune aree del mondo che si trovano a fare i conti con un futuro diverso da tutto quello che hanno conosciuto, ma per le comunità più a rischio il piano più efficace per adattarsi ai cambiamenti climatici è quasi identico all’obiettivo che avevano già prima: un’economia diversificata e matura, dove la sopravvivenza non dipende dai capricci delle piogge. Ton Dietz insegna geografia all’Università di Amsterdam e ha passato gli ultimi dieci anni a studiare l’adattamentoai cambiamenti climatici. Dietz ha spiegato che società fragili alle prese con un peggioramento del clima hanno bisogno innanzitutto di due cose: un buon sistema scolastico- perché di solitoi primi che emigrano sono i più intelligenti - e istituzioni locali fidate, sia finanziarie che po-litiche, capaci di rispondere rapidamente al mutare delle condizioni, ad esempio sospendendo le tasse durante una siccità o garantendo prestiti ai contadini per comprare nuovi semi se la pioggia non arriva.
Alla base delle decisioni di emigrare da zone sottoposte a stress ambientale spesso c’è una somma di piccole crisi.«Tantissima gente dice: non avevamo nessun’altra scelta» dice Koko Warner, ricercatore presso l’Università delle Nazioni Unite di Bonn. «Allora noi chiediamo: se aveste avuto una microassicurazione, un piccolo aiuto da parte dello Stato, o un parente che poteva aiutarvi? ». E loro rispondono: «Beh, in quel caso sarebbe stato completamente differente». nell’ambito di questi modesti atti di assistenza che la migrazione ricompare in una forma diversa: non più un atto di abbandono, ma uno degli elementi che consentono alla gente di rimanere. Grazie all’esodo da Nandom ora il 90% delle famiglie della provincia riceve le rimesse dei parenti che si sono trasferiti a sud, e questi soldi rappresentano mediamente il 10 per cento del reddito di una famiglia. Alcuni partono per consentire ad altri di rimanere.
Nel mondo reale, nessuno si aspetta che gli europei e altri paesi ricchi invitino a venire da loro emigranti provenienti da zone ecologicamente traumatizzate come Nandom per dare una mano a queste comunità a sopravvivere. Ma l’idea stessa è la dimostrazione di come funziona l’emigrazione. E questa, in definitiva, è la ragione per cui l’emigrazione stessa è un falso obiettivo. I problemi più profondi sono alla base. Ad Accra ho cercato uno dei figli emigrati di Leo Yiryel, il vecchio capo villaggio che avevo conosciuto a Nandom. Si chiama Eric e studia per fare il ragioniere. Lui voleva rimanere a Nandom e fare il contadino, fino al 2007, quando le alluvioni gli fecero cambiare idea. Ora che è ad Accra, Eric non riesce a nascondere la sua eccitazione. «Fai quello che la vita ti offre» dice. «Se la vita ti dà le arance, fai succo d’arancia.Ma la vita mi ha dato la contabilità e io seguirò questa strada». Sta pensando di trasferirsi all’estero, e alla fine della nostra conversazione mi chiede se è vero che a Londra non ci sono zanzare. Gli rispondo che è vero. «Accidenti», dice; poi ci pensa su un momento e fa: «Però c’è la crisi del credito, quindi adesso non potrei andarea Londra a fare l’operaio».