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 2009  giugno 25 Giovedì calendario

MARCO DAMILANO PER L’ESPRESSO 25 GIUGNO 2009

Pd modello lingotto Stop alle correnti. Sfida sulla innovazione. Alleanze con Udc e sinistra moderata. Il sindaco di Torino guarda al dopo-ballottaggi e rilancia il metodo Veltroni. Colloquio con Sergio Chiamparino

Dario Franceschini o Pier Luigi Bersani? Anzi, Walter Veltroni o Massimo D’Alema? Nel Pd c’è un gran sferragliare di truppe in vista del congresso. Manovre, vecchie alleanze che si sfasciano e nuove che si consolidano, riposizionamenti dell’ultima ora. Uno spettacolo poco edificante, visto dalla scrivania del sindaco di Torino. Sergio Chiamparino vorrebbe rispettare la tregua, è impegnato a vincere i ballottaggi del 21 giugno: "Bologna, Firenze, Padova, Bari, le province di Milano e di Torino... Serve un segnale che ci faccia capire se c’è un segno di ripresa per il Pd, o almeno un attestamento sulla linea di resistenza". Ma alla fine si schiera: "Il discorso di Veltroni al Lingotto di due anni fa, il Pd deve ripartire da lì: la sfida sull’innovazione".
Lei parteciperà all’iniziativa convocata per il 2 luglio da Veltroni. Tanto basta per finire arruolato tra i sostenitori di Franceschini. Al congresso voterà per lui?
"Franceschini ha contribuito a contenere le perdite, in un contesto in cui la sinistra europea ha perso dappertutto. Mi pare legittimo che voglia restare in campo. Ma prima di dire qualcosa sulle candidature alla segreteria voglio vedere chi sono e cosa dicono. Aspetto che siano messe nero su bianco".
Che tipo di congresso dovrebbe essere?
"Un congresso in cui si confrontino le diverse opzioni sul Pd. Un confronto aperto, con una competizione vera, fondata su scenari alternativi. Con due rischi da evitare: uno scontro tutto mediatico, a uso e consumo della stampa, senza linee di distinzione politiche, fondato su elementi effimeri e superficiali. O che al contrario prevalga, ancora una volta, l’embrassons nous, il tutti dentro con le differenze messe a tacere. Serve una riflessione approfondita. Se così non fosse quasi quasi preferirei mancasse il quorum...".
Alle elezioni europee avete perso sette punti e quattro milioni di voti rispetto al 2008. Da dove riparte la riscossa?
"Con il senno di poi il 33 per cento che abbiamo raccolto un anno fa non era un risultato così negativo. In tutta Europa la socialdemocrazia è in crisi, si sta eclissando, come ha scritto lo storico Giuseppe Berta. Da questo punto di vista le elezioni europee hanno confermato che i presupposti del progetto del Pd sono validi: la sfida di mettere insieme culture politiche diverse che hanno fatto la storia del paese per raccogliere la sfida dell’innovazione. Quello che aveva detto Veltroni nel discorso del Lingotto di due anni fa".
L’esperimento non è andato benissimo...
"Quello che è successo dopo lo sappiamo bene, purtroppo: è prevalsa la logica dello scontro interno rispetto all’esigenza di parlare all’esterno. Il pluralismo di posizioni, che poteva essere una risorsa, si è trasformata in correntismo esasperato, un freno. Ma da quell’ispirazione dobbiamo ripartire. E il nuovo Pd dovrà assomigliare all’Ulivo: un partito che racchiuda al suo interno una pluralità di sensibilità e di soggetti".
L’ulivista doc Franco Monaco ha scritto su ’Europa’ che lei è stato "uno dei più zelanti sostenitori di una malintesa vocazione maggioritaria che è stata la tomba dell’Ulivo". E la invita a passare la mano.
"Non capisco con cosa polemizzi Monaco. L’Ulivo esprimeva sotto forma di raggruppamento quella vocazione maggioritaria che il Pd deve sapere esprimere sotto forma di partito. Questo non vuol dire andare da soli. So bene che il Pd non esaurisce l’intera sinistra italiana, né tantomeno le forze che si oppongono a Berlusconi. L’Italia non è bipartitica, è bipolare".
Nella provincia di Torino dove si vota per il ballottaggio l’Udc ha deciso di correre con il centrosinistra. il modello da seguire su scala nazionale?
"L’alleanza di Torino riflette un giudizio positivo sull’amministrazione di Saitta. La scelta dell’Udc è il risultato di un lungo lavoro di dialogo. In consiglio comunale l’Udc si è astenuta sul bilancio, senza che nessuno gli abbia chiesto nulla in cambio. A livello nazionale è un’altra storia. Casini ha ammesso che il centro non esiste come forza attrattiva autonoma, come terzo polo, può contare solo se sceglie di allearsi con gli altri schieramenti. Negli ultimi giorni il leader dell’Udc ha per la prima volta aperto a una legge elettorale basata sul doppio turno, che esalterebbe il suo ruolo di moderazione. Mi pare un segno che va nella direzione giusta".
I centristi sono i corteggiati speciali: lei lo predica già da qualche tempo, facendo arrabbiare l’Idv e le forze a sinistra del Pd che sostengono la sua giunta. La coperta delle alleanze è troppo corta?
"Io dico che il Pd deve guardare sia al centro sia verso quella parte di sinistra che accetta di farsi carico delle responsabilità di governo. Sono questi gli ingredienti essenziali per provare la rivincita. Far emergere un grande partito a vocazione maggioritaria come il Pd. E poi aggregare le forze di opposizione senza torcere il collo solo verso una parte, solo verso il centro o solo verso sinistra, ma con il criterio di unire chi è disposto a condividere con noi una responsabilità di governo".
Da Casini a Vendola, insomma. Dimentica l’inquilino più scomodo del centrosinistra, Antonio Di Pietro. Il Pd può farne a meno?
"Non è un delitto di lesa maestà dire che alle europee l’Idv ha raccolto un voto di protesta, anzi a volte è un compito nobile dare uno sbocco a istanze radicali e anti-politiche. E nel consenso per Di Pietro non c’è solo il grillismo: ci vedo anche una componente decisionista, la richiesta di una politica del fare che l’ex ministro interpreta. Ora però si deve superare l’ossimoro per cui Di Pietro sale se scende il Pd. Si può parlare di alleanza tra noi solo se si supera questa contraddizione".
Nelle ultime elezioni l’area populista che lei indica come un problema, Lega e Di Pietro, messi insieme hanno sfiorato quota 20 per cento: sono i nemici da battere?
"La Lega è un fenomeno complesso. C’è la Lega che esalta le paure sul problema sicurezza: qui a Torino i leghisti hanno provato a impedire la costruzione della nuova moschea affidata al Marocco, nonostante il messaggio del ministro Franco Frattini che mi invita ad andare avanti perché il governo di Rabat è un nostro alleato. Ma accanto al vecchio stile c’è un nuova classe dirigente locale della Lega che esalta la funzione di governo, ed è la parte che non va sottovalutata".
E Berlusconi dove si colloca? Un anno fa fece discutere la sua proposta di un governo Pd-Pdl per affrontare le emergenze istituzionali e economiche: è un’idea ancora valida?
"Ne parlai dopo il 2006 e poi alla vigilia delle elezioni del 2008, quando il centrosinistra aveva ancora in mano il bandolo. Ora non ci sono i benché minimi presupposti".
Però D’Alema dice che se cade Berlusconi l’opposizione deve essere pronta...
"L’opposizione deve lavorare sempre come se avesse in mano le sorti del Paese. Berlusconi attraversa una fase di difficoltà, aveva chiesto un voto plebiscitario che non gli è arrivato. Ma il berlusconismo non è in crisi, è un modello molto forte nella società. Noi dobbiamo lavorare per essere alternativi a Berlusconi, non per essere anti-berlusconiani. L’anti-berlusconismo significa Berlusconi for ever, tenerselo a vita. Come l’anti-capitalismo, che presuppone sempre l’esistenza del capitale. Cambiare i rapporti di forza, costruire un’alternativa a Berlusconi, beh, quello è il lavoro molto più lungo e difficile che siamo chiamati a fare".