Giulia Zonca, la Stampa 19/01/2009, 19 gennaio 2009
GIULIO ZONCA PER LA STAMPA DI LUNEDì 19 GENNAIO
ABRAMOVICH OFFRE IL CHELSEA AGLI ARABI
Prima di firmare l’assegno per Kakà gli sceicchi dovrebbero considerare quanto è durata la febbre calcistica di Abramovich. E quanto ha reso. Vuole vendere il Chelsea, notizia uscita ieri sul «Sunday Times», smentita dalla società che minaccia querela, confermata da tanti spifferi che raccontano tutti la stessa storia. Abramovich è stufo, prima ancora che in cerca di soldi per risanare il bilancio. stanco, anche perché non basta spendere per alzare il livello di continuo.
Ha cambiato lo status del Chelsea, oligarca quando la parola era garanzia di denaro liquido illimitato, come oggi sceicco: era lo sceicco del 2003 e non ha fatto calcoli. Ha comprato, concesso al club uno spropositato debito nei suoi confronti e preteso di avere tutti i giocatori che voleva. Ha vinto due campionati e trasformato una squadra di moda in una squadra vincente solo che non si può salire sempre. Voleva la Champions e quella sarebbe anche potuta arrivare l’anno scorso, questione di un rigore sbagliato, troppo poco per considerare un progetto fallito. Ma non è il mancato trionfo europeo che lo ha fatto disamorare, solo la noia. Ha cambiato tecnico convinto che l’orgoglioso Mourinho fosse diventato un ostacolo, troppo rigido per un proprietario che, finita la fase di apprendistato, non ha più alcun interesse per la tattica, desidera solo vedere una decina di fenomeni che si scambiano il pallone. Ma non è riuscito a metterli insieme o ha sbagliato lista o mancato il criterio, forse non ha neanche più motivi per perdere tempo cercando di arrivarci. Il Chelsea gli ha dato quello che poteva, un nome, una faccia riconosciuta, l’identità che lo sceicco Mansour vuole comprare per Abu Dhabi. Quella è in vendita e se questo è l’obiettivo degli emiri allora l’ingresso nel mondo del pallone vale il prezzo del biglietto, se invece cercano la squadra miracolo l’assemblaggio sarà più complicato.
Abramovich ha portato il Chelsea tra le squadre che contano e si è detto «innamorato di questo sport», si è seduto in tribuna ad applaudire, ha stretto la mano ai tifosi, anche quelli che giravano tatuati e a petto nudo, e si è lasciato entusiasmare da molte campagne acquisti che somigliavano al giorno di Natale. Tutto questo non lo diverte più. Non è andato a vedere Manchester United-Chelsea anche se era la sfida più importante e si è risparmiato una sconfitta in trasferta. Sabato ha lasciato Stamford Bridge 15 minuti prima della fine, quando i Blues erano sotto di un gol e non ha assistito alla rimonta. Domenica i suoi uomini stavano ad Abu Dhabi per trattare la cessione. Pare che la richiesta sia alta, secondo gli analisti una cifra fuori mercato perché neppure gli emiri, se ben consigliati, dovrebbero spendere 800 milioni di sterline per una società che ne vale 500. Il calcolo rispecchia parametri limitati: le classifiche degli ultimi anni, il parco giocatori, i passivi in bilancio, lo stadio e le strutture che gli hanno costruito intorno. Non conta il pubblico guadagnato in giro per il mondo, la considerazione accumulata in questi anni di vittorie e prime pagine. Abramovich potrà tirare un po’ sul prezzo e soprattutto punterà sul fascino del suo giocattolo: non funziona più per lui ma non è rotto. lì, integro, a portata di un qualsiasi miliardario che si ecciti all’idea ad ascoltare un coro pensato per lui.
Nel 2003, quando Abramovich ha comprato il Chelsea, era sedotto dall’idea di possedere una squadra di calcio, cinque anni dopo il Chelsea è un pezzo del suo patrimonio e come tale viene stimato. Non importa se verrà ceduto adesso o no, sta sul mercato. Il portavoce, John Mann, da Mosca, fa sapere che «il signor Roman non ha intenzione di vendere. In Arabia Saudita trattano per future tournée», non proprio il tipo di affari di cui si occupano i suoi più stretti collaboratori. Loro si muovo solo per ricollocare sogni di gloria scaduti, ieri la Kamchatka, oggi il Chelsea.