Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2009  gennaio 19 Lunedì calendario

Vista attraverso le vicende editoriali, la storia del Novecento italiano racconta di ingegnosi imprenditori che hanno saputo costruire dal nulla grandi industrie (Rizzoli, Mondadori), ma rivela anche tutta una serie di errori, sviste, carognate e taccagnerie che sono nel Dna del nostro Paese

Vista attraverso le vicende editoriali, la storia del Novecento italiano racconta di ingegnosi imprenditori che hanno saputo costruire dal nulla grandi industrie (Rizzoli, Mondadori), ma rivela anche tutta una serie di errori, sviste, carognate e taccagnerie che sono nel Dna del nostro Paese. Da un eccesso all’altro, sempre. Dal colpo di genio (la prima edizione al mondo del Dottor Zivago, targata Feltrinelli) alla sorda paura d’investire poche lire in libri che avrebbero poi fatto la nostra migliore letteratura (Svevo, Campana, Palazzeschi, Moravia, Montale, Piccolo). E se poi la storia d’Italia dell’ultimo secolo andiamo a vederla attraverso gli intellettuali, emerge una folla alle prese con il perdurare di un’infezione attiva dai tempi dei guelfi e ghibellini. Papini, Prezzolini, Malaparte, Longanesi, Montanelli: quanti anti-italiani nella cultura italiana... Queste riflessioni vengono dalla lettura di un volume che racconta la storia letteraria ed editoriale italiana del Novecento attraverso la collezione di un cacciatore di libri, così eccessivo nel furore accumulativo, da autodefinirsi «bibliofolle». Il libro s’intitola La collezione (Einaudi Stile libero, pagine 286, e 16), l’autore è Giampiero Mughini. L’idea è semplice ma assai produttiva: far parlare la propria collezione, inseguendone le singole vicende editoriali e personali degli autori e così, indirettamente, raccontare l’Italia nostra contemporanea o di poco più vecchia. Un libro sui libri che diventa un romanzo dei libri. Racconta aneddoti esilaranti, La collezione, ed è brillante la scrittura di Mughini, qua e là colorata da ostentata disinvoltura. Tuttavia, chiuso il libro, rimane il gusto amaro provocato dalle riflessioni di cui si è detto. Dal punto di vista della sua letteratura (ma soltanto da quello?) il nostro è un Paese che ha sempre mandato allo sbaraglio i suoi figli migliori. Dal libro viene fuori una verità che coloro che praticano la letteratura conoscono, anche se fingono di dimenticarla: essa è il luogo aperto al caso e all’ingiustizia, una divinità generosa con i peggiori e spietata con gli spiriti non attrezzati a vivere. L’esempio del poeta Dino Campana è emblematico. E giustamente Mughini gli dedica uno dei capitoli più belli e toccanti. Oggi una prima edizione dei Canti orfici vale migliaia di euro, mentre quando Campana compassionava i suoi giorni in un manicomio, nessuno avrebbe tirato fuori un centesimo per quella straordinaria raccolta di versi. Anzi, ci si permetteva di perderne il manoscritto (la distrazione fu di Ardengo Soffici sul finire del 1913 o il principiare del 1914). Un genio straziato, Campana, come tanti altri. Ma ha una sua allegria – e sa trasmetterla – il libro di Mughini. Per esempio laddove l’autore descrive le rivendite dove ha scovato le prime edizioni più preziose. Cronologicamente, la collezione parte dal Futurismo (la parte più sostanziosa) per poi mettere insieme alcuni importanti titoli risalenti, via via, alla prima guerra mondiale, alla seconda e ai rispettivi dopoguerra, fino ai nostri giorni. Ne viene fuori, come si è detto, un’originale storia del Novecento, in cui – lo spiega bene l’autore – gli spasmi della bibliofilia coincidono con le vicende della cultura e del costume italiano. Con un ulteriore filo conduttore: quello che Mughini – formatosi in ambienti intellettuali di sinistra – definisce «egemonia culturale dell’italocomunismo sulla sinistra ». Parlando dei suoi libri e raccontandone la storia, l’autore insiste sulla egemonia del Pci nei confronti della cultura italiana, specie al nascere della Repubblica. Anche se – è lui stesso a ricordarlo – in quel momento (1945) usciva Il Politecnico, la rivista diretta da Elio Vittorini. Geni (più o meno incompresi), voltagabbana, approfittatori, poeti disarmati, artisti visionari: è un rutilante caravanserraglio la letteratura italiana e specialmente la sua editoria. Mughini certifica l’esistenza di personaggi che soltanto gli addetti ai lavori conoscono. Alcuni nomi: Ettore Serra (scopritore, in trincea, del poeta Giuseppe Ungaretti); Renato Poggioli (primo traduttore dell’Armata a cavallo di Isaak Babel’); Franco Antonicelli (fondatore della casa editrice torinese De Silva, che nel 1947 pubblicò il capolavoro di Franz Zeise, L’armada: a proposito, c’è l’ha tra i suoi tesori, Mughini?); Aldo Buzzi (autore del geniale finto libro di cucina L’uovo alla kok, edito da Adelphi nel 1979). E poi Scheiwiller (Giovanni e Vanni), Antonio Delfini («dubito che un suo libro abbia mai toccato le mille copie di vendita »), Bruno Munari, Giorgio Manganelli... Uno spasso e uno strazio, leggere Mughini. Ed è singolare che a provocare simili stati d’animo sia un libro che parla di libri, un catalogo ragionato e raccontato. Come in tutti i collezionisti, c’è qualcosa d’infantile in questo instancabile libronauta; qualcosa che potrebbe far pensare al Don Chisciotte. L’ingegnoso hidalgo mi si disegnava nella mente mentre leggevo La collezione. Un Don Chisciotte che lotta contro un mondo che divora se stesso nel mentre piange e si dispera. Se fossi stato io a decidere, avrei messo un’immagine dell’eroe di Cervantes nella copertina di questo libro. Ne sarebbe stata la sintesi perfetta. Non a caccia di cavalieri vili e ignobili ingiustizie va Mughini (abbacinato hidalgo della nostra pubblicistica), ma di libri degni di durare nel tempo. Eppure anche lui finisce con l’imbattersi nei mulini a vento del deserto culturale italiano di oggi.