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 2009  gennaio 19 Lunedì calendario

L’incubo di «Ughetta», moglie giudiziosa, è una catapecchia nelle campagne istriane di Babici. Dove figura essere finito, intestato a uno scaricatore di cassette al mercato di Trieste, ciò che restava dell’immenso tesoro della Dc: 508 palazzi e case e garage e negozi spariti così: puff! Perciò, sbuffa con gli amici il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, non riesce a capire le polemiche sulle fondazioni in cui sta mettendo al sicuro il patrimonio ereditato dal Pci e dai rampolli pidiessini e diessini

L’incubo di «Ughetta», moglie giudiziosa, è una catapecchia nelle campagne istriane di Babici. Dove figura essere finito, intestato a uno scaricatore di cassette al mercato di Trieste, ciò che restava dell’immenso tesoro della Dc: 508 palazzi e case e garage e negozi spariti così: puff! Perciò, sbuffa con gli amici il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, non riesce a capire le polemiche sulle fondazioni in cui sta mettendo al sicuro il patrimonio ereditato dal Pci e dai rampolli pidiessini e diessini. In fondo, ha spiegato a Luca Telese, quello suo con Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita, è un matrimonio politico che non sfugge alle regole di tutti i matrimoni: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna, ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni ». Ovvio, no? L’ha ripetuto pochi giorni fa: «E’ il frutto di un processo avviato dalla direzione nazionale del partito nel 2005 per separare la politica dalla gestione del patrimonio, evitando così che eventuali scelte negative della prima abbiano ripercussioni sul secondo ». Mica i soldi dei vecchi militanti possono essere messi in un investimento sbagliato! Metti caso che alle Europee il Pd vada al naufragio e gli ex-diessini e gli ex-margheritini si convincano che le nozze sono state un errore e decidano di separarsi… Amici come prima, certo. Ma a ciascuno il suo. Va da sé che, proprio come succede dopo certi sposalizi celebrati con un carico di speranze evaporate in fretta, sono proprio i soldi uno dei motivi di litigio. Fin dall’inizio. Cioè dall’autunno del 2007 quando Sposetti, che nel ruolo di tesoriere del partito si sentiva in una botte di ferro («alla fine della segreteria Veltroni nel 2001 il debito era di 580 milioni di euro, adesso è di 140») decise di mandare una lettera al «Corriere» nel tentativo di spazzar via le polemiche su una frase che gli era scappata: «Da me il Pd non avrà un euro». «Non c’ è, né può esserci alcuna lite su soldi e immobili tra i Ds e il Partito democratico, che i Ds hanno voluto con determinazione e convinzione», scrisse. E precisò: «La riorganizzazione del patrimonio immobiliare che fin qui è stato nella disponibilità dei Ds è finalizzata all’unico obiettivo che tale patrimonio possa entrare nella piena disponibilità del Pd, con le stesse regole di autonomia gestionale e di forma giuridica adottate fin qui dai Ds. dunque del tutto privo di fondamento che tale riorganizzazione sia estranea alla costruzione del Partito democratico o addirittura che voglia sottrarre al nuovo partito la disponibilità di strutture e beni». Il tesoriere del Pd Mauro Agostini abbozzò, ma senza troppa convinzione: «Il problema è che nel caso in questione i membri del comitato di indirizzo, oltre a essere in numero molto ristretto, sono nominati a vita e che in caso di morte si procede per cooptazione ». Insomma, resterebbe comunque tutto «in casa» degli eredi dei Democratici di sinistra. Uomini e donne fidatissimi. Che nel caso fossero chiamati a sostituire questo o quel membro dovrebbero mettersi comunque d’accordo (mica a maggioranza semplice: sette su otto, nove su dieci…) conservando intatta la corazza blindata della fondazione. Fatto sta che mesi e mesi di convivenza non solo non hanno portato a una nuova «luna di miele» ma hanno scavato un solco più profondo tra i «coniugi». Fino a incattivire i rapporti. Soggetti oggi a tempeste improvvise e furibonde. Come l’altra settimana quando Piero Fassino si è catapultato in Transatlantico sull’ex margheritino Pierluigi Mantini, del comitato Tesoreria del Pd, reo d’avere detto in un’intervista a «Libero»: «La Margherita ha conferito il suo intero patrimonio, soldi del finanziamento pubblico e la stessa sede che ora e in uso al Pd, al nuovo partito. Non si è tenuta niente da parte. I Ds, invece, no». «Hai detto un sacco di cazzate», gli ha sibilato in faccia l’ultimo segretario diessino, «Non basta dichiarare per andare sui giornali. Io mi sono rotto…». Ultima sassata: «Sei un cretino. Ci vediamo in tribunale. Se uno è stupido dovrebbe star zitto». Ogni volta che lo tirano in ballo, Sposetti sospira. E spiega che, disperso in mille rivoli il «tesoro» democristiano e popolare, la «dote » vera (sia pure carica di debiti) ce l’avevano solo i Ds. I canoni che le fondazioni chiedono per le sedi del Pd? «Sono affitti politici. Servono a coprire le spese: l’Ici chi lo paga, il condominio chi lo paga, la Tarsu chi la paga? Le fondazioni sono soggetti privati. Dar gratis una sede sarebbe finanziamento illecito». E i soldi degli affitti di bar, ristoranti, cinema? «Le fondazioni finanziano una politica culturale intensissima: quella di Alessandria ha allestito una mostra sulla guerra di Spagna, quella di Bologna sta per pubblicare un libro di inediti di Fortebraccio, quella di Rovigo… » E poi, sbotta ogni tanto, «chi le mantiene le 68 persone rimaste in carico al partito? Devono essere mandate a casa?» Fatti i conti, la catalogazione dei beni coordinata da Linda Giuva (la cui qualifica accessoria di signora D’Alema ha aggiunto un pizzico di diffidenza in più) ha portato a elencare un «ben-di-dio» che non poteva che far luccicare gli occhi a «Luigino», agli altri ex-margheritini e ai democratici di nuovo conio: 2.399 immobili per un valore di almeno mezzo miliardo di euro più una montagna di cimeli e donazioni. Tra i quali spiccano 410 opere d’arte. I pezzi forti «e un tantino ingombranti», come ha spiegato Filippo Ceccarelli, sono due grandissimi e famosissimi Guttuso: la battaglia garibaldina di Ponte dell’Ammiraglio (in prestito alla Galleria di arte moderna e contemporanea di Roma) e i funerali di Togliatti, ospitato sempre dalla Galleria di arte contemporanea a Bologna. Ma hanno un valore immenso anche le litografie, gli oli, i bozzetti, le incisioni, i disegni «Afro, Attardi, Beck, Calabria, Cascella, Consagra, Dorazio, Enotrio, Carlo Levi, Mazzacurati, Mulas, Munari, Oliva, Turcato, Turchiaro, Vespignani, Zigaina, Ziveri. Tutti destinati a restare fuori dal Pd». Quale sia il patrimonio delle 55 fondazioni cerchiamo di vederlo nel dettaglio. Come andrà a finire, si vedrà. Anche se Sposetti giura a tutti di essere rimasto sempre della stessa idea: «I matrimoni che funzionano meglio sono quelli in cui i patti sono chiari. E la separazione dei beni è un bene». Comunque vada, una cosa è certa: che la stessa An non sembra tanto propensa, per il «matrimonio » suo, alla comunione dei beni. A meno che il Cavaliere azzurro, si capisce, non porti in dote Mediaset… Sergio Rizzo Gian Antonio Stella Moltiplicare un investimento per 28,8 volte in ottanta minuti sarebbe stata un’impresa forse impossibile anche per lo spericolato finanziere Gordon Gekko, protagonista di «Wall Street» di Oliver Stone. Ma non per il consigliere regionale veneto diessino Giampietro Marchese, amministratore unico della Immobiliare Rinascita. Alle 9.30 del mattino di sabato 22 dicembre 2007 ha rilevato un esercizio commerciale per 2.000 euro. E alle 10.50, sempre davanti allo stesso notaio, l’ha affittato al prezzo di 1.200 euro al mese, incassando in una unica soluzione i primi quattro anni d’affitto: 57.600 euro più Iva. Un miracolo. Dovuto al fatto che il passaggio di proprietà dell’esercizio commerciale era un atto puramente formale per mettere ordine nel patrimonio del partito. L’ex padrone, infatti, risultava procuratore della stessa società che comprava. E adesso anche quel bar di Mira, vicino a Venezia, è finito sotto il confortevole ombrello di una delle decine di Fondazioni che i Ds hanno costituito in tutta Italia per blindare l’enorme patrimonio immobiliare. Questa è stata battezzata Fondazione Rinascita 2007. E nella sua pancia è finita l’Immobiliare Rinascita, oltre a una quindicina di sedi, cinque negozi, due autorimesse, un circolo ricreativo con bar, cinque appartamenti, un paio di fabbricati e quindici uffici di cui uno solo, a Mestre, con 19 stanze. Roba seria. E il termine «blindare» non è usato a sproposito. La Fondazione veneziana ha un consiglio di indirizzo, presieduto da Marchese, composto da cinque membri nominati a vita dal partito. Se uno muore, i sopravvissuti scelgono il sostituto a maggioranza qualificata. Una regola generale. Funziona così anche la Fondazione Nuova società di Padova, nel cui consiglio d’indirizzo c’è anche l’ex deputato diessino Sergio Manzato, che ha in portafoglio una società, la Left, proprietaria anche di un paio di fabbrichette. Ma non soltanto. Tra i vari immobili che i diessini padovani hanno affidato alla loro fondazione c’è perfino un impianto sportivo. E poco importa se per qualche locale è stato anche necessario ricorrere al tanto vituperato condono edilizio, com’è successo anche a Venezia. Il risultato, alla fine, è stato raggiunto. Perché insieme al patrimonio immobiliare, i diessini hanno messo al sicuro nelle fondazioni una formidabile macchina da soldi. Indispensabile per tappare fino in fondo quel buco di bilancio che li costrinse all’umiliante vendita di Botteghe Oscure. Chi pensa che qui siano in ballo solo le sedi di un glorioso partito e le bandiere e i documenti e i cimeli, è fuori strada. La «ciccia» vera è costituita infatti dalle centinaia di immobili commerciali affittati a prezzi di mercato. Certo, i risultati contabili delle varie società appaiono spesso in perdita, ma è perché in bilancio (per quanto uffici e negozi continueranno a rendere denaro anche quando saranno completamente ammortizzati) figurano appunto gli ammortamenti dei beni e le rate dei mutui, con la gradevole conseguenza di un abbattimento dell’imponibile fiscale. Quel che conta è il cash flow che producono. Prendiamo ad esempio l’Immobiliare Capitolina di Trieste. Nel 2007, con un patrimonio valutato a libro circa 700 milioni, ha incassato 58.479 euro di affitti. Di chi sono questi soldi? Naturalmente dell’azionista, ovvero la Fondazione per il Riformismo nel Friuli Venezia Giulia, guidata da tre consiglieri fra cui l’ex presidente regionale Renzo Travanut. Ma questo è niente rispetto alle cifre che possono finire nelle casse di altre Fondazioni. Come la «Gritti Minetti», che ha accolto tutto il patrimonio del partito bergamasco. O la milanese intitolata a Elio Quercioli, proprietaria di una immobiliare che nel 2007 ha intascato grazie alle pigioni 332 mila euro. Per non parlare dell’Emilia. A Parma la Fondazione Arta Ds ha il record delle poltrone a vita: nel consiglio di indirizzo ce ne sono addirittura 28, fra cui una per il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli e un’altra per la parlamentare Carmen Motta. Il lavoro, certo, non manca. La Mobiliare e immobiliare agricola commerciale produce 60 mila euro l’anno, e nel 2007 la vendita di un bar a Felino e due appartamenti ha garantito una plusvalenza di 211 mila euro. Poi c’è un’altra trentina di immobili, più un cinema, a Neviano degli Arduini. L’Immobiliare modenese, della Fondazione Modena 2007 affidata alle cure dell’ex presidente della Legacoop Onelio Prandini, ha invece incassato 306 mila euro. Ha 70 immobili e anche un’azienda specializzata nell’allestimento delle fiere, la Tenso Modena. Gli affitti dei beni della Reggiana Immobiliare, di proprietà della Fondazione Reggio Tricolore, hanno reso invece 377 mila euro. Quanto alla Romagna, 277 mila euro sono stati i ricavi della Immobiliare Romagnola, appartenente alla Fondazione Ariella Farneti, nata a Forlì a novembre del 2007. E di 196 mila euro è stato il rendimento dei mattoni di proprietà di Imola Nostra, controllata dalla Fondazione Politica per Imola, che insieme alla società immobiliare ha avuto in dote anche l’agenzia pubblicitaria Inmedia srl e l’azienda Allestimenti e pubblicità. Numeri che impallidiscono davanti alla forza economica che può dispiegare la Fondazione Duemila di Bologna, proprietaria dell’immobiliare Porta castello e dell’Immobiliare Imolese: oltre un centinaio di immobili e un introito di un milione 528 mila euro, più 763 mila euro di plusvalenze. Tirate le somme, le Fondazioni emiliane sono in grado di generare un cash flow annuale di dimensioni pari all’intero utile registrato dai Ds nel 2007 (circa 4 milioni di euro), tenendo conto che poco ancora si sa del contributo che potranno dare il patrimonio della Fondazione ferrarese L’Approdo e i 140 beni della Fondazione Bella Ciao di Ravenna, probabile destinazione della Società culturale ricreativa Nuova Rinascita, immobiliare che incassa circa 400 mila euro l’anno di affitti. Se poi è vero che i 16 enti morali già nati o ancora in gestazione nella rossa Toscana avrebbero inglobato più di 400 immobili, per un valore difettosamente stimato in 200 milioni di euro, la forza d’urto delle Fondazioni diventa imponente. Nel suo piccolo, la Fondazione diesse democratici sestesi, di Sesto Fiorentino, può contare su 38 mila euro al mese della Immobiliare popolare. Metà del denaro contante che sarà in grado di assicurare alla fondazione pisana l’Immobiliare Primavera con i suoi 40 immobili. E non è finita qui. Ci sono ancora le regioni del Nord operaio nelle quali il Pci era radicatissimo, come la Liguria e il Piemonte. Senza considerare altre regioni «rosse» come le Marche e l’Umbria. A Terni è stata costituita, tanto per fare un caso, una fondazione intitolata a Pietro Conti, primo presidente della Regione Umbria e parlamentare comunista per un decennio. Lì dentro sono custoditi 112 immobili. E dopo aver tanto faticato per mettere il patrimonio diessino al riparo dei rischi, poteva forse il tesoriere diessino Ugo Sposetti, ex sindaco di Viterbo, artefice del risanamento del bilancio della Quercia, rinunciare a salvare gli immobili del Viterbese? Certamente no. Così il 3 agosto del 2007 anche lì è nata una fondazione-chiavistello. Affidata alle cure di un fedelissimo di Sposetti, il tesoriere locale dei ds Ermanno Barbieri, è stata intitolata a Gualtiero Sarti, l’ex vicepresidente comunista del consiglio regionale del Lazio scomparso in un incidente stradale mentre tornava a casa da una riunione di partito. Paese che vai, patrono che trovi. Ed ecco che la fondazione destinata a blindare il patrimonio immobiliare della Sardegna si chiama «Enrico Berlinguer ». Chissà se il segretario della «diversità comunista» l’avrebbe mai immaginato… s.riz. g.a.s.