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 2009  gennaio 19 Lunedì calendario

I SEI GIURATI CHE DECIDERANNO IL DESTINO DI AMANDA


Aula degli Affreschi, piano meno due del palazzaccio di piazza Matteotti. Qui era stato inflitto nel 1994 il doppio ergastolo al mostro di Foligno, alias Luigi Chiatti assassino di due bambini. Qui domani si apre il processo contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. Non sarà solo il dibattimento in Corte d’assise, ma anche l’evento mediatico dell’anno. Sopra le teste degli imputati sono già incollati gli occhi della stampa italiana, inglese, tedesca, statunitense. Tutti attenti all’immagine della studentessa venuta da Seattle e a quella dell’ex fidanzato barese più che alla formazione della prova.

La Corte entrerà alle nove ed entrambe saranno presenti. Contro di loro la pubblica accusa è sicura di avere raccolto prove così schiaccianti da mettere paura a chiunque, ma non a loro. Non ad Amanda detta ”Foxy Knoxy”: la sexy, la bugiarda, la furbetta, l’angelicata assassina presunta. Serena e determinata sedrà sul banco degli imputati con in pugno un avvertimento per la giuria: «Se è vero che la prova in Italia si forma in dibattimento allora dovrete assolvermi, infatti non esiste traccia che dimostri un mio coinvolgimento nei fatti dei quali questo Paese m’accusa. Io non ho nulla da temere. Mez? Era mia amica e non l’ho uccisa». I signori della Corte sono avvisati: ”Foxy Knoxy” è pronta a sfidare i pm Giuliano Mignini e Manuela Comodi che la ritengono colpevole; e lo dice ad alta voce dalla prigione di Capanne dov’è rinchiusa dal 6 novembre 2007.

Raffaele Sollecito, dalla cella di Terni, le fa eco e pure lui si proclama innocente. Confida nel collegio dei difensori: Luca Maori e Marco Brusco, con Giulia Bongiorno in testa e prontissima a dare battaglia sostenendo che ”Raf” non c’era sulla scena del crimine quella notte di morte del 2 novembre: «Il nostro assistito», spiega Bongiorno, «non è affatto entrato nella casa di via della Pergola dove impronte e presunte tracce risultano inquinate e alterate da chi ha indagato». Ieri le agenzie di stampa hanno anticipato il look che sfoggeranno gli imputati: acqua e sapone lei; capelli accorciati lui.

Rudy Guede, l’ivoriano considerato il complice, invece non ci sarà: è già stato condannato a trent’anni, il massimo della pena prevista dal prescelto rito abbreviato. E se questo verdetto costituisce una premessa per gli altri due che verranno, verso l’estate si saprà: il presidente della corte d’Assise di Perugia, Giancarlo Massei, si propone infatti di condurre otto udienze al mese per arrivare a sentenza in quel periodo. Il suo nome e il suo volto da domani impareremo a conoscerli insieme con quelli di Beatrice Cristiani, giudice a latere.

Massei guida la sezione penale del Tribunale dal 2006, ha 55 anni, viene da Bevagna ed è magistrato dal 1979. Ha transitato al Tribunale di Genova (1980) e dopo tre anni è approdato a quello di Perugia. Oggi presiede anche la corte d’Assise davanti alla quale si sta celebrando il processo a Roberto Spaccino, accusato dell’omicidio della moglie incinta all’ottavo mese perché credeva che il figlio non fosse suo. Beatrice Cristiani viene da Roma e ha 52 anni, comincia la carriera come uditore a Perugia nel 1984. L’anno dopo passa alla Pretura di Busto Arsizio, nel 1989 al Tribunale di sorveglianza di Perugia, sette anni dopo viene inglobata nel Tribunale. Questi i due togati.

Chi saranno invece invece i sei giudici (più quattro supplenti) pescati dal computer fra il popolo? Tre uomini e tre donne. Domani giureranno e indosseranno la fascia tricolore. Il più giovane ha 35 anni e fa l’avvocato civilista; il più anziano ne ha 57. Fra loro c’è Anna Maria Artegiani segretaria in una scuola elementare, anni 51. Angelico Evangelisti di 38, Maria Ludovica Morelli 37, Angela Irene Ceccarini 43, l’avvocato Andrea Valentini (35 appunto) e Paolo Rapetti di 57.

Il presidente li ha convocati e col sorriso sulle ha dettato loro le regole. «Prima: guai a parlare con la stampa del processo. Seconda: svolgere il ruolo di giudice popolare è un dovere civico che richiede serenità e entusiasmo; una cosa che non capita a tutti nella vita». Nello svolgimento della loro funzione, i sei della giuria popolare, sono equiparati a togati, dunque partecipano al pronunciamento della sentenza con parità di voto. Riceveranno un compenso che va da 25 a 70 euro per ogni udienza, a seconda della loro professione. La prima udienza sarà a porte aperte, in seguito il presidente Giancarlo Massei deciderà se blindare il processo dirottando i giornalisti in una sala dotata di maxi schermo. Sono oltre settanta le testate accreditate, più di 150 i cronisti italiani e stranieri. I genitori della povera Meredith non saranno presenti per queste prime udienze. Quelli degli imputati sono già arrivati in città. La madre di Amanda Knox chiede di salire sul banco dei testimoni, «per raccontare che sua figlia era una brava ragazza in America». A Perugia, secondo la pubblica accusa, è l’esecutrice del delitto.