Note: [1] Guido Santevecchi, Corriere della Sera 7/10/2007; [2] Enrico Franceschini, la Repubblica 24/10/2007; [3] Enrico Franceschini, la Repubblica 25/11/2007; [4] Guido Santevecchi, Corriere della Sera 17/12/2007; [5] Simona Tobia, Panorama 21/2/2008; , 7 ottobre 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 20 OTTOBRE 2008
Nei suoi primi cento giorni alla guida del governo, il primo ministro inglese Gordon Brown non sbagliò una mossa. L’uomo che quand’era cancelliere dello Scacchiere aveva costruito il successo di Blair facendo uscire il paese dalla crisi degli anni Novanta, arrivò al 10 di Downing Street il 27 giugno 2007: 56 anni, da subito apparve calmo e rassicurante di fronte alle autobombe di fine giugno; solido nelle alluvioni per la pioggia devastante di luglio; solidale con la gente delle campagne quando ad agosto furono segnalati casi di afta epizootica negli allevamenti di bestiame. Risultato: ad aprile 2007 il Labour inseguiva i conservatori di David Cameron (31-39), alla fine di settembre aveva 11 punti di vantaggio. Ultime elezioni nel 2005, tutti erano convinti che a quel punto Brown avrebbe annunciato il ritorno alle urne con due anni d’anticipo, invece il 7 ottobre 2007 fece sapere che non ci sarebbero state elezioni neanche nel 2008. [1]
Le elezioni sembravano l’opportunità di dare all’opposizione il colpo di grazia garantendo a Brown il mandato popolare che non aveva, avendo ereditato il governo dall’esausto Blair. L’idea andò a monte per una sortita di Cameron, che prima fece presentare dal braccio destro George Osborne un piano per alzare la soglia di esenzione dalla tassa di successione (progetto popolarissimo), poi parlò al congresso Conservatore in quella che il Guardian (sinistra) definì «un’esibizione da virtuoso». Risultato: per il Sunday Times i Conservatori passarono in testa, 41 a 39. Brown si ricordò allora del premier laburista Harold Wilson (quello della frase «una settimana è un tempo molto lungo in politica»), che nel 1974 aveva deciso di andare alle elezioni anticipate per uscirne con una maggioranza di soli 3 seggi. E decise di aspettare tempi migliori. [1]
Le successive mosse di Brown non si rivelarono azzeccate. Il suo discorso al congresso laburista fu, secondo il giudizio messo in bocca a Blair, «fiacco e vuoto». Spaventato, negò di aver copiato dai conservatori l’idea di abbassare le tasse di successione (il Guardian gli diede del bugiardo). A fine ottobre, gli osservatori presenti al summit europeo di Lisbona lo descrissero più stanco del solito, si disse che era caduto in una «profonda depressione». Philip Stephens, columnist del Financial Times, scrisse che il suo governo sembrava «stranamente provato, pur essendo in carica da appena quattro mesi». Qualcuno cominciò a pronosticargli la fine del laburista James Callaghan, un altro ex ministro del Tesoro che ereditata la premiership da un premier più carismatico (Wilson) era stato sconfitto alle sue prime elezioni da Margaret Thatcher. [2]
Soggetto a violenti sbalzi d’umore. Privo di carisma. Un uomo che delega poco e vuole decidere tutto da sé. Così i media inglesi descrivevano Brown. [2] A fine novembre un sondaggio del Financial Times lo dava al 28 per cento, con Cameron al 37. L’ulteriore perdita di fiducia fu attribuita alla corsa agli sportelli della Northern Rock, banca in difficoltà di liquidità per i mutui troppo facili; all’imbarazzante scomparsa di 25 milioni di dati riservati personali dagli archivi del ministero delle finanze; al j’accuse rivoltogli da cinque ex-capi di stato maggiore della Difesa, convinti che avesse trascurato le forze armate mettendo in pericolo la vita dei soldati. [3]
«Ora che Brown è a terra tutti sono pronti a tirargli un calcio», disse a dicembre John Kampfner, direttore del New Statesman, una sorta di house organ laburista. «In poche settimane abbiamo assistito a una trasformazione quanto mai notevole del primo ministro, da Stalin a Mr Bean», si scherzava in Parlamento. [4] Dopo che un sondaggio del Daily Telegraph segnalò che gli elettori temevano che il 2008 li avrebbe lasciati più indebitati del solito, [5] a febbraio arrivò la nazionalizzazione della Northern Rock, quinta banca di Gran Bretagna per portafoglio di mutui immobiliari. Per mesi erano stati inutilmente cercati acquirenti in grado di far rientrare nella casse del Tesoro e della Banca d’Inghilterra i soldi (dei contribuenti) usati per il salvataggio. Il Financial Times spiegò che Brown non aveva provveduto da subito alla nazionalizzazione per la paura di essere etichettato come ”Old Labour”. Il paradosso, scrisse il quotidiano della City, era che nella stessa situazione Blair avrebbe nazionalizzato subito, avrebbe continuato a definirsi New Labour e sarebbe passato per salvatore della patria. [6]
A marzo il museo delle cere di Madame Tussauds fece sapere che avrebbe rinunciato all’idea di immortalare Brown, cui era già stato chiesto di posare per il calco della statua: non era abbastanza popolare da giustificare la spesa di circa 200 mila euro. [7] Secondo i sondaggi di aprile, dagli Anni Trenta nessun primo ministro era crollato tanto rapidamente. Per il Sunday Times la popolarità personale di Brown era passata dal +48 di agosto al -37. Il record precedente spettava a Neville Chamberlain, quello dell’appeasement con la Germania nazista che nel 1940 era passato da +21 a -27 (e perciò sostituito da Winston Churchill). [8] Sempre ad aprile, uno spietato editoriale dell’autorevole domenicale di sinistra Observer intimò a Brown di smettere di ballare l’Hokey Cokey, ballo che si fa con un passo avanti, uno indietro e piroette varie. La lista dei tentennamenti sembrava allungarsi ogni giorno: ci volle una settimana per capire se avrebbe partecipato alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi, prima disse che sarebbe andato, poi che non aveva mai pensato di andare, quindi che gli altri parlavano della cerimonia d’apertura mentre lui di quella di chiusura. [9]
Molti cominciarono a paragonarlo a John Major, arrivato a Downing Street dopo la Thatcher e sconfitto nel 1997 da Blair. [9] Le amministrative del primo maggio si risolsero in un’umiliazione, con i Laburisti al punto più baso dagli Anni Sessanta (24%), preceduti da Conservatori (44%) e Liberaldemocratici (25%). Nel Sud-est dell’Inghilterra, la zona più ricca del Paese e la più popolata, la mappa era tutta blu, il colore dei Tory. Dopo due mandati in mano a Ken ”il rosso” Livingstone, Londra passò al conservartore Boris Johnson. «Brown ha vissuto il suo ”momento di John Major” e non è neanche in grado di riconoscerlo, è bloccato come un coniglio inquadrato dai fari di un’auto», sintetizzò l’onorevole Ian Gibson, ricorrendo ancora una volta al precedente storico di Major che aveva perso allo stesso modo le amministrative del 1995. [10]
Fino al ”May Day Massacre”, i bookmaker davano 25 a 1 un cambio di guida nel Labour (e a Downing Street) prima di fine anno, dopo scesero a 5 a 1. [11] Il 23 maggio arrivò una nuova batosta, la peggiore performance della storia laburista nella circoscrizione a maggioranza operaia di Crewe e Nantwich (si votava per eleggere un deputato dopo la morte della parlamentare Gwyneth Dunwoody). Secondo un sondaggio della Bbc, a quel punto Cameron era in vantaggio su Bronw 46 a 23. [12] Le cose andarono addirittura peggio nell’elezione supplettiva di fine giugno per eleggere un deputato a Henley, ricca cittadina tra Londra e Oxford (seggio lasciato libero da Johnson). La vittoria dei Conservatori non fu una sorpresa, ma i laburisti (3%) finirono ultimi, alle spalle dei Tory, dei liberal-democratici, dei Verdi e dei nazionalisti. [13]
Il congresso laburista di settembre pareva l’occasione per la svolta. Spiegò il professor Patrick Dunleavy, docente di teorie del governo alla London School of Economics: «I deputati laburisti prossimi alla decimazione si ribelleranno e Brown cadrà». [14] Brown invece non cadde. I più alti esponenti del partito, dal ministro della Giustizia Jack Straw a quello degli Esteri David Miliband (candidato da più parti a rimpiazzarlo) gli rinnovarono il sostegno. [15] Nel discorso più importante della sua carriera, quello del «make it or break it» (o la va o lo spacca), Brown usò una vecchia regola dello ”spin” (l’arte di presentare al meglio un leader politico): trarre vantaggio dai difetti invece di nasconderli. «Se la gente dice che sono troppo serio, ebbene, francamente oggi ci sono molte ragioni per essere seri». E rafforzò il concetto con una battuta folgorante: «Questo non è un periodo per novizi», in mente Miliband (43 anni) e Cameron (42). [16]
Trasformata la crisi economica nella sua Battaglia d’Inghilterra, Brown si è adesso trasformato in un nuovo Churchill e i laburisti hanno ripreso a sperare: «Questa prova può essere il nostro Momento delle Falklands». Hanno in mente la Thatcher, che nel 1982, schiacciata da sondaggi sfavorevoli, mandò la Royal Navy a riconquistare le isole invase dagli argentini riuscendo in quel mondo a lanciare la rimonta verso la vittoria del 1983. [17] Al grido «battiamo questa crisi e poi sconfiggeremo anche i Tory», Brown ha perciò varato un piano di sostegno al sistema bancario che tra acquisto statale di azioni e liquidità messa a disposizione vale 500 miliardi di sterline. D’improvviso, come ha scritto il Financial Times, «il gradimento del primo ministro è salito tanto quanto è sceso l’indice del FTSE 100». [17]
«Il salvatore del mondo»: così il neo premio Nobel per l’Economia Paul Krugman ha definito Brown, che per uscire dalla crisi ha escogitato una formula audace, eretica e forse miracolosa: partecipazione statale parziale nelle grandi banche in modo che possano accedere ai finanziamenti. Si è tornati a parlare di ”Flash Gordon”, come il supereroe dei fumetti. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, che voleva uscire da questa crisi con i gradi di guida di un’Europa terrorizzata, lo guarda adesso con invidia. All’improvviso Brown è diventato brioso, simpatico, capace di battute (sentendo squillare il cellulare mentre teneva un discorso ha chiesto sorridendo: « fallita un’altra banca?»). [18] Ad Andrew Rawnsley, editorialista dell’Observer, è parso «addirittura vanesio». [19]
Dietro questo make-up ci sono le mani di Peter Mandelson e Alastair Campbell, già architetti del successo di Blair, ora tornati a Downing street. [20] John Lloyd ha scritto che il repentino cambio di scenario si spiega anche col fatto che l’impopolarità dei mesi scorsi non aveva una base seria: «Non è imputato di corruzione, ha lavorato sodo e seriamente, non rappresenta estremismi politici, nel privato ha mostrato rispettabilità». [19] I sondaggi adesso danno i laburisti al 33 per cento (dieci punti sotto i conservatori). Dovesse vincere la guerra economica, agli oppositori resterebbe la speranza che il primo ministro segua fino alla fine il destino di Churchill, salvatore della patria che nel 1945 ricevette in premio dagli elettori il benservito. [17] Brown, che lo sa, ha aggiornato la frase di Wilson: «Un’ora è un tempo lungo in politica». [21]