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 2008  agosto 06 Mercoledì calendario


I numeri che fanno grande Pechino. Il Sole 24 Ore 6 agosto 2008 Le Olimpiadi sono anche un circo dei numeri: tempi, prestazioni, record, partecipanti

I numeri che fanno grande Pechino. Il Sole 24 Ore 6 agosto 2008 Le Olimpiadi sono anche un circo dei numeri: tempi, prestazioni, record, partecipanti. Da sabato saremo tempestati da una quantità impressionante di cifre. E, per allenarci all’indigestione, abbiamo messo assieme qui di seguito, con deliberata idiosincrasia, alcuni numeri diversi da quelli tradizionali che riempiranno le cronache olimpiche. 3 Sono 3 (tre) le aree designate per protestare. Tutto quello che non è permesso è proibito, sembra essere il motto della Cina olimpica (per quella olimpionica bisognerà aspettare le medaglie). E nella ferrea organizzazione dei Giochi di Pechino non poteva mancare la soluzione originale escogitata per un particolare tipo di evento: proteste e manifestazioni. Tibet, diritti umani, inquinamento, soprusi... la materia prima non manca (ed è equo dire che motivi di protesta, a volerli trovare, si scovano in tutti i Paesi) ma non si può lasciare che le proteste vengano a inquinare la grande kermesse dei Giochi olimpici. Sarebbe però antipatico vietare del tutto qualsiasi manifestazione, e allora ecco il compromesso, annunciato dal capo della sicurezza dei Giochi, Liu Shaowu. Tre parchi pubblici sono stati designati come "area di protesta". Ma, a differenza dello Hyde Park londinese, dove chiunque può mettere su un podio e cominciare a strologare sulla fine del mondo o a invocare improbabili rivoluzioni, per manifestare in quei parchi bisognerà in ogni caso chiedere prima il permesso alla polizia. Che spesso non lo concede. 36 Sono i miliardi di dollari spesi dalla Cina per le infrastrutture sportive delle Olimpiadi. Non si era mai data prima nella storia dei Giochi una tale cornucopia di progetti e di installazioni. Ad ogni Olimpiade qualcuno cerca di mettere assieme il dare e l’avere per capire se i Giochi hanno portato a utili o perdite. Di solito sono esercizi che lasciano il tempo che trovano, perché per il Paese ospitante la contabilità dovrebbe includere gli "intangibili" del prestigio e della rinomanza; ed è sempre difficile capire se le opere pubbliche (non solo impianti sportivi ma anche viabilità, aeroporti e altro) sono veramente addizionali rispetto a quel che si sarebbe fatto in assenza di Giochi, o hanno semplicemente anticipato quel che si sarebbe fatto in ogni caso. In ogni modo, per quel che riguarda la Cina è chiaro che le considerazioni di prestigio sono in cima alla lista degli "intangibili". Il dare e l’avere ragionieristico non basta a dare contezza dei "conti olimpici", e la Cina ha usato questa scadenza per cambiare il suo volto internazionale e per pacificare, in nome di un progetto prestigioso e condiviso, le tensioni interne. 56 Il numero dei gruppi etnici cinesi. Quando il presidente cinese Hu Jintao accese il braciere olimpico, sui suoi fianchi erano scolpite 56 nuvole, che rappresentavano le 56 etnie cinesi. Il messaggio, neanche tanto subliminale, era che le Olimpiadi realizzavano l’armonia di centinaia di etnie del pianeta, così come la Cina aveva pacificamente integrato i suoi numerosi gruppi etnici e religiosi, che spaziano dagli Han dominanti ai musulmani (Hui) ai coreani ai Chuang dello Kwangsi ai mongoli ai tibetani. La maggior parte di questi gruppi sono stati in effetti assimilati senza problemi, le culture locali, così come le diverse lingue, sono promosse e rispettate e là dove sono numericamente dominanti, quelle prefetture godono di maggiore autonomia. Grosse eccezioni sono però sia i musulmani che i tibetani, come hanno insegnato le cronache dell’accidentato viaggio della fiaccola olimpica. Il fiammeggiante progresso economico della Cina ha già fatto emergere una domanda di libertà civili, e questa rotta di collisione è la maggiore incognita sulla stabilità della società cinese. Ma non è da sottovalutare anche la questione etnica, man mano che questi gruppi acquisteranno maggiore coscienza di sé. La "fusione economica" della globalizzazione non è affatto incompatibile, anzi favorisce la "fissione politica" della ricerca d’identità e d’autonomia. 202 il record raggiunto pochi giorni fa dall’indice di inquinamento a Hong Kong, dove si svolgeranno i giochi equestri. E la situazione a Pechino non è molto migliore, malgrado gli sforzi immensi di "cosmesi ecologica" messi in atto dal Governo (principalmente, chiusura delle fabbriche inquinanti intorno alla capitale). In effetti, le Olimpiadi hanno disegnato in forte rilievo ("ombre cinesi"...) sia i pregi che i difetti della Cina. E il livello d’inquinamento causato dal passo forsennato dell’industrializzazione e dall’inseguimento dei modelli di vita occidentali (che cosa succederà quando la densità automobilistica in un Paese di 1,3 miliardi di persone raggiungerà i livelli italiani o americani?) è pericoloso per le tensioni sociali che può generare prima ancora che per i polmoni. 394 Data dell’abolizione delle Olimpiadi da parte dell’Imperatore Teodosio. Cristiano vigoroso, Teodosio I, imperatore d’Oriente e di Occidente, considerava i Giochi Olimpici una specie di rito pagano. Nella sua battaglia contro gli antichi culti romani, iniziata nel 391 con la proibizione di sacrifici e financo dell’ingresso ai templi, qualsiasi cerimonia che odorasse di paganesimo venne abolita, e con esse i giochi che si celebravano ogni quattro anni ad Olimpia. 776 (a.C.). Secondo tradizione, è in quell’anno che furono celebrate le prime Olimpiadi. Tecnicamente l’Olimpiade era il periodo di quattro anni che intercorreva fra un Gioco e l’altro. E le date venivano determinate con sofisticate modalità. Al largo dell’isola greca di Antikythera nel 1901 [secondo la maggior parte delle fonti fu ritrovato nel 1900, e spiegato a partire dal 1902. Se n’è occupata anche Nature, serviva per calcolare le Olimpiadi - ndr] fu ritrovato il Meccanismo di Antikythera, un congegno complicato di rotelle, lancette e quadranti in bronzo e ottone. Questo meccanismo è stato datato al II secolo avanti Cristo, e il livello di complessità che rivela sarebbe stato raggiunto nuovamente solo dopo mille e più anni, con gli orologi delle grandi cattedrali medioevali. Lo studio di questo meccanismo e delle minuscole iscrizioni all’interno decifrabili con i raggi X, ha rivelato che veniva usato per determinare i tempi dei Giochi, che iniziavano con la luna piena più vicina al solstizio d’estate. 1932 in quell’anno che la Cina partecipò per la prima volta alle Olimpiadi. E fu una partecipazione frutto di calcoli politici più che di ardore sportivo. In quello stesso anno il Giappone aveva invaso la regione Nord-Est della Cina - la Manciuria - e vi aveva stabilito un suo Stato-fantoccio, il Manchukuo. Per legittimarsi volle mandare un atleta - un corridore dei 100 metri - alle Olimpiadi di Los Angeles. Ma la Cina fu più rapida e, pur non avendo mai partecipato alle Olimpiadi, decise per la prima volta di inviare i suoi atleti - una delegazione di uno, appunto quello sprinter - a rappresentarla. 2008 Non si tratta dell’anno delle Olimpiadi di Pechino, ma del livello temuto di un indice di Borsa, quello di Shanghai. Un indice che ha fatto giravolte da ottovolante. L’anno scorso aveva toccato massimi vicino a quota 6.500, e gli ottimisti dicevano che, sotto l’influenza degli dèi dell’Olimpo, l’indice avrebbe scalato vette himalayane. Invece, quest’anno era sceso sotto i 3mila e le malelingue pessimiste dicevano che in occasione della solenne apertura dei Giochi Olimpici del 2008 a Pechino, l’indice si sarebbe trovato, appunto, a quota 2008. Il pericolo per ora è scongiurato, anche se non si può mai sapere. Ma nonostante tutto, le Olimpiadi sono state positive per la Borsa cinese, sol che si sollevi lo sguardo al medio periodo. I dati storici ci dicono che in occasione delle ultime nove Olimpiadi, nei quattro anni prima dei Giochi, i mercati azionari dei Paesi ospitanti hanno in media registrato un aumento del 56 per cento. Anche ai bassi livelli attuali, la Borsa di Shanghai ha guadagnato più del 100% rispetto a quattro anni fa, e la Cina quindi non fa eccezione. Fabrizio Galimberti