Panorama, 26/10/2007, 26 ottobre 2007
Perchè i russi amano Putin? di Sergio Romano "Europei e americani hanno spesso opinioni e posizioni diverse, ma i loro sentimenti per Vladimir Putin sono sostanzialmente gli stessi
Perchè i russi amano Putin? di Sergio Romano "Europei e americani hanno spesso opinioni e posizioni diverse, ma i loro sentimenti per Vladimir Putin sono sostanzialmente gli stessi. Ridono delle sue esibizioni a torso nudo sulle rive di un torrente. Diffidano del suo sguardo freddo e del suo volto impenetrabile. Non amano il passo dinoccolato e spavaldo con cui fa il suo ingresso nelle cerimonie pubbliche. Lo giudicano minaccioso e arrogante. Sono convinti che stia progressivamente riducendo i promettenti spazi di democrazia che si erano aperti nel paese all’epoca del suo predecessore. Gli attribuiscono i peggiori delitti, dall’avvelenamento di Aleksandr Litvinenko all’assassinio di Anna Politkovskaja. Il viaggio a Teheran e le recenti dichiarazioni sui nuovi missili nucleari che la Russia si accinge a costruire hanno gettato benzina sul fuoco dei timori e delle indignazioni occidentali. Resta tuttavia un fatto a cui europei e americani sembrano essere indifferenti. La maggioranza dei russi crede in Putin e voterà in buona parte per lui alle prossime elezioni politiche per il rinnovo della Duma. Europei e americani sono padroni di pensare ciò che vogliono, ma farebbero bene a chiedersi perché i connazionali di Vladimir Putin abbiano idee e sentimenti così diversi dai loro. Il giudizio dei russi è anzitutto comparativo. Mikhail Gorbaciov lanciò riforme che ebbero per risultato la disgregazione dell’Urss e il collasso economico del paese. Boris Eltsin ebbe il merito di raccogliere una eredità difficile e di dare alla Russia nuove istituzioni, ma perdette la guerra cecena e lasciò che il potere economico e finanziario cadesse nelle mani di alcuni spregiudicati avventurieri che si erano impadroniti delle maggiori risorse naturali del paese e prodigiosamente arricchiti a spese della nazione. Gli anni Novanta sono stati il peggior decennio russo del Novecento, dopo quello che va dalla Rivoluzione d’ottobre al primo piano quinquennale. Mentre la Russia diventava una potenza di second’ordine e accettava l’occupazione americana delle sue tradizionali aree d’influenza in Europa centro-orientale e nei Balcani, i nuovi ricchi e le vecchie mafie dominavano con i loro affari e i loro delitti la vita quotidiana del paese. Per i russi Putin è il presidente restauratore. Ha restaurato i poteri dello stato, anzitutto, là dove erano stati confiscati dai governatori delle province e privatizzati dagli oligarchi. Ciò che a noi sembra un’intollerabile forma di prevaricazione (il processo al petroliere Mikhail Khodorkovskij, per esempio) rappresenta un salutare ritorno all’ordine e una garanzia per il futuro. Ciò che a noi sembra il sintomo di una deriva autoritaria (la sostituzione dei governatori eletti con prefetti nominati dal Cremlino) è una mossa decisiva contro gli staterelli feudali che stavano nascendo alla periferia del paese. Putin ha restaurato il prestigio internazionale della Russia. Quando reagisce alla politica unilaterale degli Stati Uniti contestando la guerra irachena, l’avanzata della Nato verso Oriente, le minacce all’Iran o la pretesa americana di installare missili antibalistici in territorio polacco, il presidente esprime le ambizioni di un paese che è fiero della sua storia e non ha alcuna intenzione di rinunciare al suo ruolo nella società internazionale. Accanto a questi meriti Putin ha quello di essere, molto più dei suoi predecessori, un presidente modernizzatore. Sa che il paese ha bisogno di colmare la distanza che lo separa dalle economie industriali avanzate e che potrà farlo solo rinnovando le proprie infrastrutture, creando nuove imprese e accettando le sfide dell’economia internazionale. Come tutte le rivoluzioni russe, anche quella economica di Putin sarà fermamente pilotata dallo stato. Ma è davvero possibile immaginare formule diverse per un paese dove lo spazio, le enormi distanze, la disparità delle condizioni umane e ambientali hanno tradizionalmente conferito allo stato poteri e prerogative che si sono dimostrati indispensabili per la sopravvivenza della nazione?"