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 2008  aprile 04 Venerdì calendario

Le proposte avventate di Bush. La Stampa 4 aprile 2008. Uscire dalla storia spesso è più difficoltoso che farla

Le proposte avventate di Bush. La Stampa 4 aprile 2008. Uscire dalla storia spesso è più difficoltoso che farla. George W. Bush, giunto dopo otto anni al crepuscolo del suo secondo drammatico mandato, sta cercando di prendere congedo dalla scena con qualche colpo di prestigio che purtroppo, a parte il «surge» del generale Petraeus in Iraq, non gli riesce di mandare a segno. Eclissato dalla campagna elettorale, in pieno corso e fragore negli Stati Uniti, egli tenta di riconquistare visibilità in politica estera, effettuando e programmando viaggi a forte contenuto internazionale e suscitando però critiche più che applausi nell’opinione americana ed europea. Negli ultimi mesi è stato in Africa (non si è capito bene perché), due volte in Israele (in momenti più inclini alla guerra che alla pace), si prepara a recarsi per le Olimpiadi a Pechino (malgrado l’infiammabile groviglio tibetano). Ma veniamo ai colpi appena mancati nell’Europa dell’Est. Prima di giungere a Bucarest, per il vertice della Nato, Bush ha voluto incontrare a Kiev il presidente occidentalista Viktor Yushchenko promettendogli quello che poi non ha potuto mantenere: la concessione immediata all’Ucraina, che già partecipa coi suoi soldati in zone calde controllate dalla Nato, del cosiddetto «Map», una sorta di salvacondotto per l’ingresso nell’Alleanza atlantica. Contemporaneamente ha fatto la stessa vana promessa al presidente della Georgia Mikhail Saakashvili. Insomma, la fretta di arrivare alla scadenza del mandato con due cospicui risultati in mano, due importantissime ex repubbliche sovietiche aggregate al Patto atlantico, ha tirato un brutto scherzo a Bush che non ha fatto i conti preliminari con due grossi ostacoli dell’Alleanza nella quale, fra l’altro, vige la regola dell’unanimità. Il francese Sarkozy e la tedesca Merkel. Fortemente uniti fra loro, non sospetti di antiamericanismo preconcetto, essi hanno rigettato con estrema chiarezza la proposta del Presidente americano dicendogli che è prematura e che comunque, in un momento in cui la Nato si allarga con la Croazia e l’Albania fino alla Macedonia e quasi fino al Kosovo, non è il caso d’infliggere ulteriori umiliazioni alla Russia già irritatissima con l’Occidente. Come sappiamo, la posizione prudente di Parigi e di Berlino è stata appoggiata non solo dal governo Prodi ma perfino da Berlusconi: il quale, con ogni evidenza, ha preferito lanciare una strizzata d’occhio all’amico Putin, che resterà altri anni al Cremlino, piuttosto che dare una mano all’amico Bush che si prepara a lasciare per sempre la Casa Bianca. I motivi sollevati da Sarkozy e dalla Merkel sono più che giustificati dal punto di vista politico e anche storico. Una Georgia semiasiatica, che non offre sicure credenziali di stabilità democratica, perdipiù a rischio continuo di secessione per via dell’irredentismo delle repubbliche autonome d’Abkhazia e d’Ossezia meridionale protette e istigate da Mosca, costituirebbe un elemento di disagio e disturbo per la coesione atlantica. Quanto all’Ucraina, la Nato, associandola, penetrerebbe in un territorio molto più attinente alla storia russa che europea, una storia che aveva assegnato all’antico principato di Kiev il ruolo di matrice della Russia moscovita. Tutto, in Ucraina era ed è duplice e ambiguo, a cominciare dal sangue ucraino di Gogol, dal cui cappotto uscì la grande letteratura russa, ma anche la saga nazionalista del cosacco del Dnepr Taras Bulba. La lingua ucraina acquistò uno status ufficiale nell’Ottocento, ma, fino a non molto tempo fa, nelle università e nelle scuole superiori l’insegnamento veniva prevalentemente impartito in russo. Il Patriarcato ortodosso di Kiev si è proclamato autonomo, ma una parte notevole di fedeli è rimasta sempre devota all’autorità del patriarca di Mosca. La Crimea guarda a Mosca, così come guardavano a Mosca i dimostranti filorussi che, durante il recente incontro fra i presidenti Bush e Yushchenko, protestavano nelle piazze di Kiev contro la Nato e contro l’America. Quale bisogno aveva Bush di gettare con le sue avventate proposte benzina sul fuoco, facendo insorgere al fianco di Putin, contro la metà occidentalista dell’Ucraina, perfino il vecchio esule del Vermont Aleksandr Solzenicyn? La fretta, l’impazienza, forse l’ignoranza della storia, lo hanno indotto a inciampare in una gaffe a effetto incrociato: provocando da un lato l’irritazione di Putin, giunto non si sa se in veste d’ospite d’onore o di convitato di pietra al vertice atlantico di Bucarest, e producendo dall’altro lato una rottura spiacevole tra gli americani e i loro maggiori alleati europei. Rottura, peraltro, gratuita e dannosa nel contesto del più importante convegno Nato dopo la fine della guerra fredda. A Bush, tirate le somme, sarebbe bastato contentarsi delle molte cose significative che il convegno, caldeggiato da Washington, offriva e offre nonostante tutto all’Occidente. L’allargamento dell’Alleanza dall’Atlantico al Mar Nero, l’entrata della Croazia e dell’Albania, la Macedonia in sala d’attesa, il ritorno della Francia dopo la «sedia vuota» del 1966 nel comando militare integrato, la disponibilità di Sarkozy a rafforzare il contingente francese in Afghanistan e, da ultimo, il silenzio dei russi sul Kosovo e la possibile apertura realistica di Putin ad una formula di compromesso sullo scudo antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia: tutto questo poteva bastare benissimo come premio storico alle travagliate presidenze Bush. Perché guastare la festa tirando in ballo questioni delicatissime che la Russia deve contestare e mezza Europa non può ancora approvare? Enzo Bettiza