varie, 4 aprile 2008
TORREGIANI
TORREGIANI Alberto Novara 19 febbraio 1964 • «[...] figlio del gioielliere ucciso da un commando dei Pac il 16 febbraio del 1979, da quel giorno è costretto su una sedia a rotelle perché fu colpito da una pallottola vagante. [...] ha pubblicato un libro sulla sua esperienza, Ero in guerra ma non lo sapevo [...] “[....] Fu un delitto politico, rivendicato da un’organizzazione terroristica. Ho combattuto 25 anni le mie battaglie perché il mio nome fosse inserito nella lista delle vittime del terrorismo. Con la legge 206 ho avuto anche un piccolo risarcimento in denaro, niente in confronto alla mia vita rovinata insieme a quella della mia famiglia, ma pur sempre un riconoscimento. [...]”» (Enrico Bonerandi, “la Repubblica” 4/4/2008) • Il 22 gennaio 1979, tre settimane prima di essere ucciso, il padre aveva sventato una rapina. «Torregiani non era uno sceriffo e neppure un ricco commerciante. “Una vetrina, una piccola insegna, nel quartiere rosso della Bovisa”. Non era neppure il padre naturale di Alberto. “Un tumore al polmone lo portò in ospedale dove incontrò una malata incurabile, una donna di nome Teresa, madre di tre bambini destinati all’orfanotrofio, poiché anche il loro padre era malato. Il più piccolo di quei bambini ero io. Alla morte dei miei genitori, Torregiani mi adottò insieme con le mie sorelle Anna e Marisa”. Alberto descrive il padre adottivo come un uomo generoso, al punto da ricevere dal sindaco Tognoli l’Ambrogino d’Oro. La notte in cui divenne “giustiziere” e “pistolero” era andato a presentare i suoi orologi in una tv privata, e poi a cena nella pizzeria “Transatlantico” con altri amici, tra cui uno armato, come lui. Entrano i rapinatori, seguono la colluttazione e la sparatoria. Alberto nega che il padre abbia ucciso. Cadono un bandito e un altro commensale, Torregiani si difende, viene ferito, si salva, ma è condannato a morte. A causa - scrive suo figlio - anche di quei titoli, di quegli articoli. “Non servì a nulla la lettera di rettifica che mio padre mandò alla Notte e a la Repubblica, che lo aveva descritto come un cacciatore di teste a caccia di rapinatori”. Gli viene assegnata una scorta, che però un pomeriggio deve lasciarlo per accorrere sul luogo di una rapina. Torregiani va comunque in negozio. Il commando dei Pac è in agguato: sparano, l’orefice risponde, cade, viene finito con un colpo alla testa. Battisti non fa parte del commando: secondo le sentenze definitive, quello stesso giorno partecipa all’assassinio del macellaio Sabbadin, a Mestre; ma sono i Pac a colpire anche a Milano, e Battisti viene condannato per entrambi i delitti» (Aldo Cazzullo, “Corriere della Sera”, 14/10/2006).