Sara Cascelli, Liberazione 3 aprile 2008., 3 aprile 2008
Giobbe Covatta. Liberazione 3 aprile 2008. Non è facile parlare della sua carriera, meglio dire le sue carriere
Giobbe Covatta. Liberazione 3 aprile 2008. Non è facile parlare della sua carriera, meglio dire le sue carriere. Perché Giobbe Covatta non è solo un attore comico, un autore teatrale, uno scrittore da "caso editoriale", ma anche un esploratore («bisognerebbe chiedersi non perché un comico diventi viaggiatore, ma perché un esploratore diventi comico»), un amante del mare e uno skipper esperto («ho imparato prima ad andare in barca che in bicicletta!»). Poi il grande legame («antico e viscerale») con l’Africa, che è uno stupore ininterrotto, e l’impegno profuso sul fronte umanitario («problemi che ho constatato, viaggiando»). Prima testimonial dell’Amref (Fondazione Africana per la Medicina e la Ricerca), oggi di Save the children, ha collaborato con Green Peace e legato il suo volto a (buone) cause ambientaliste, che spesso ha portato alla ribalta. Ma come trova il tempo per fare tutto? In verità sono un pigro. Mi lamento del tempo che non ho, ma me lo faccio avanzare. Ultimamente con qualche difficoltà perché oltre a tutto questo c’è pure una moglie, i figli, una mamma anziana e tutto quello che il quotidiano regala, a volte con entusiasmo, altre con fatica. Qual è la sua occupazione preferita? Di solito è quella che non sto svolgendo! Ogni volta che faccio qualcosa, penso con disperazione a quello che non sto facendo e sospetto sia sempre la cosa più importante da fare! Sono un po’ irrequieto e mi annoio facilmente. Il teatro, ad esempio, ha una grande difetto: che dopo la prima, tutte le sere dici le stesse cose! Ma io questo non l’ho già detto ieri? E il pregio del teatro? Tutte le sere incontri gente che è uscita di casa, ha cercato parcheggio, pagato il biglietto per venire a vedere me. Questo mi lascia sempre sbalordito, è una dimostrazione d’affetto, di stima. Mi riempie di orgoglio e di un’infinità di sensazioni bellissime. Lei stesso in un suo profilo biografico ha scritto: «Fa la sua prima apparizione al Derby di Milano nell’83, ma il pubblico non è troppo d’accordo». Oggi invece è un attore molto amato. Cosa è cambiato? Avranno drogato il pubblico nel frattempo! Scherzi a parte, non saprei. Un po’ sono migliorato anche io, si parla di 25 anni fa. Qual è il ricordo di quegli anni? Una creatività che non ritrovi più nella vita. Quando si narra di grandi artisti o personaggi del Medioevo, o dei secoli precedenti, trovi che a 26 anni avevano già fatto tutto ciò che si poteva. E quello che mi mette a disagio di questo corso storico è che trovi collocazione a 35 anni, quando tutto è già fatto. Viene affidato il Paese a chi si è giocato gli anni della migliore creatività ai call center! Nel mio caso, evidentemente sono riuscito a coniugare quello che è rimasto della creatività con una capacità critica, analitica e con interessi che prima non avevo. Un grande aiuto per la sua affermazione è arrivato dalla televisione, dove oggi la si vede poco. Come mai questa lontananza dal piccolo schermo? Per la verità, non amo molto la televisione, non la inseguo. Non sono un comico televisivo e non è un fatto snobista. La tv è uno dei mezzi espressivi che mi piacciono meno, è freddo, c’è sempre qualcuno che ti dice di essere più o meno svelto, hai 11 minuti, ne taglio 2, rifacciamone 5. Fare televisione mi mette un po’ in ansia, non mi diverto quasi mai. Anche se gli riconosco grandi poteri e so che di tanto in tanto bisogna farla, così la gente si ricorda di te, che non sei morto! E vai dove ci sono gli amici. Che sarebbero? I Gialappi, Gino e Michele, Fabio Fazio, Maurizio Costanzo. Il rapporto con loro viene da lontano, sono persone con le quali mi fa piacere stare, aldilà dei 7 minuti che si registrano, per passarci il resto della giornata. Più facile dunque vederla a teatro dove è in scena fino al 16 aprile all’Ambra Jovinelli, con "Seven", attualizzazione dei sette vizi capitali nella società occidentale. Crede che il teatro sia un buono strumento per sensibilizzare il pubblico a certi temi? Partiamo dal presupposto che sono un attore comico e lo scopo ultimo non è sensibilizzare ma fare uno spettacolo. Ognuno scrive secondo la propria esperienza e il proprio piacere, degli argomenti che gli stanno più a cuore. E questi sono i temi che voglio raccontare. Non so quando il pubblico esca dal teatro, in che condizioni sia! La maggior parte si diverte, prende atto di quelle 5, 10, 27 cose che nello spettacolo vengono rimarcate. Probabilmente le dimentica appena supera la soglia dell’uscita.Qualcuno le ricorderà. D’altronde il pubblico non va a sentire un comizio. E quando si è avverato il miracolo di farli venire in sala, che altro gli vuoi chiedere! Nella sua "carriera" c’è anche un’esperienza legata ai Verdi. Com’è andata? Nasce tanto tempo fa, al tempo dell’impegno per le balene. Ho contribuito alla ricerca di problemi ai quali, si spera, qualcuno trovi la risoluzione. Con i Verdi, e non solo, abbiamo affrontato certe tematiche, ma mai sono entrato nella specificità politica. Il comico sottolinea problemi e li porta alla ribalta, poi serve qualcuno che li risolva. Io non lo so fare. Ci deve pensare la politica. Penso ad esempio alla polemica nata intorno a Grillo. Sarebbe a dire? E’ facile dire che lui lancia la pietra e nasconde la mano. Eh certo, quello è un comico! Sottolinea certe questioni, ma non può pure risolverle. Se fosse un politico, tirerebbe fuori la mano. Non si può pensare che uno, che già rompe le palle, può pure risolvere il problema, non gli si può chiedere. Per la soluzione serve la politica. Cosa l’ha spinta e come è nato il suo desiderio di impegnarsi a livello umanitario? Prima di essere un comico, ero un viaggiatore. E viaggiare è guardare il mondo e dire, al ritorno, sono un po’ diverso da quando sono partito. Ad un certo punto ho trovato anche il sistema per sbarcare il lunario - perché ai tempi dell’esordio di tutto mi preoccupavo tranne che dell’ambiente. Ero piuttosto alla ricerca di come pagare le bollette! - e quando le cose hanno cominciato a funzionare, mi sono detto: adesso posso anche raccontare le cose che mi piacciono, quindi il mondo. La domanda sorge spontanea: quale è il suo rapporto con l’Africa e cos’è l’Africa oggi? Ho sempre diviso il mondo in luoghi che toccano parti diverse del corpo, il cervello, il cuore, la pancia. L’Africa prende la pancia. Quando sei lì, passi sulla terra più antica che si possa calpestare, i piedi mettono radici senza che te ne accorga. E’ un posto di straordinaria variabilità, che ti stupisce ininterrottamente, per la sua bellezza, contraddizione, disperazione. E per certe logiche che hai dimenticato, che pensavi fossero perse e invece esistono e sono vicini. Come la grande ospitalità degli africani che ti aprono il villaggio e dividono quello che hanno con te. Soffre di Mal d’Africa? No. Il mal d’Africa per gli occidentali è un meccanismo bizzarro e attiene più ai privilegi che hanno lì, che non ad un fatto legato al cuore. Io qui in Italia sto benissimo, con la famiglia, il cinema, i libri. Sono occidentale, nato con cinema e tv. Questa è la mia cultura. Le sue origini in verità sono per molti un mistero. La credono napoletano ma è nato a Taranto! Sono tarantino, papà era ufficiale di Marina. L’infanzia l’ho trascorsa in Sardegna, in un’isola di un isola allora deserta, dove c’era una piccola base militare italiana di cui papà era direttore. Sono nato sul mare. Poi, ci siamo trasferiti a Napoli, e quella napoletana è la mia cultura. E che effetto le fa vedere Napoli nelle condizioni in cui è ora? Non ci andavo da un paio d’anni e l’ho trovata malconcia. Non solo per la mondezza. Ho sentito piuttosto, la stanchezza della gente, senza voglia di lottare, come ci fosse la consapevolezza che più di questo non si poteva fare. E’ una sensazione, non supportata da un riscontro pratico e che spero non corrisponda al vero. Il più grande successo editoriale, "Parola di Giobbe", è una rilettura comica del Vecchio testamento. Molti lettori conoscono le sue battute a memoria, ma qual è la sua preferita? Ogni tanto qualcuno mi ferma e mi sottopone una battuta, ma io non le ricordo! Ma una in particolare mi divertiva, che è stata probabilmente la prima, dalla quale è nato il libro. Nasceva da un’improvvisazione: una sera tanti anni fa, mi era venuto in mente Mosè che non sapeva nuotare proprio mentre Dio gli apriva le acque del Mar Rosso! Ho riso molto, quando mi venne in mente. Da lì ho scoperto che c’era tutto un meccanismo comico. Così ho preso la Bibbia e ho cancellato tutto quello che non facevano ridere. Quanto è rimasto dell’Originale? Quello che trovi su "Parola di Giobbe". La Bibbia è un testo di straordinaria potenza, bella da leggere aldilà dell’aspetto religioso. E i sentimenti che vi sono rappresentati non sono solo quelli "buoni" che tutti immaginano. Nella Bibbia succedono cose terribili, intere popolazioni si generano da incesti, avvenimenti catastrofici, popoli che spariscono ingoiati dal fuoco, gente che diventa di sale. Il successo del libro è stato clamoroso. Lei se lo aspettava? Certo che no! La prima tiratura era di 3mila copie, abbiamo subito pensato di farci i regali di Natale! Poi ne sono uscite 47 edizioni, è rimasto in classifica per 92 settimane, oltre 1milione di copie vendute. Ci ho comprato casa! Fa un effetto straordinario, fosse così per tutti i libri! Certo, poi ti chiedono come si fa a scriverlo. Ma se lo sapessi, A: non te lo direi, B: ne scriverei altri 28! Prossimi progetti? I compiti di matematica con mia figlia. Equazioni di primo grado. E come va? Male, non mi ricordo ”na mazza! Sara Cascelli