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 2008  aprile 03 Giovedì calendario

Se il dollaro abdica a favore dell’euro. Il Sole-24 Ore, giovedì 3 aprile I leader della finanza globale che si riuniranno la prossima settimana a Washington per il G-7 e i lavori dell’Fmi dovrebbero essere soddisfatti che non ci sia ancora una chiara alternativa al dollaro come moneta di riferimento

Se il dollaro abdica a favore dell’euro. Il Sole-24 Ore, giovedì 3 aprile I leader della finanza globale che si riuniranno la prossima settimana a Washington per il G-7 e i lavori dell’Fmi dovrebbero essere soddisfatti che non ci sia ancora una chiara alternativa al dollaro come moneta di riferimento. Se l’euro fosse veramente pronto a diventare la prima valuta, allora vedremo il tasso di cambio con il dollaro balzare a quota 2 e oltre e non a 1,65-1,70, che sembra essere il prossimo traguardo. L’America non potrebbe trattare i propri clienti così male, come ha fatto ultimamente, se potessero cambiare fornitore. Negli ultimi sei anni, il valore del dollaro rispetto al paniere ponderato delle altre valute si è ridotto di oltre un quarto, in parallelo alla crescita a livelli record del deficit commerciale americano. Con un’economia sull’orlo della recessione (come ha ammesso ieri, per la prima volta esplicitamente, anche il presidente della Fed Ben Bernanke), un sistema finanziario gravemente compromesso e seri problemi d’inflazione, la tendenza strutturale del dollaro resterebbe negativa anche se l’attuale crisi finanziaria fosse al termine. E non lo è.  improbabile che il salvataggio organizzato dalla Federal Reserve sia effettivo finché le banche non riusciranno a ricapitalizzarsi in misura cospicua. La liquidità necessaria può arrivare dai ricchi fondi sovrani, ma è improbabile che vogliano muoversi adesso, anche se il sistema politico Usa fosse pronto ad accoglierli. Invece, se continueranno le difficoltà creditizie e il declino dei prezzi immobiliari, diventa sempre più probabile un epico salvataggio di tutto il sistema dei mutui, che potrebbe costare ai contribuenti americani almeno mille miliardi di dollari. Ecco allora la questione di fondo: dopo tanti anni di rendimenti così deludenti delle attività in dollari, gli investitori globali saranno realmente disposti ad assorbire altri mille miliardi di dollari di debiti Usa con l’attuale tendenza dei tassi d’interesse e di cambio? Investire sul debito Usa oggi appare una scommessa, anche a prescindere dal calo del dollaro. Gli impegni militari pesano sempre di più sulle risorse fiscali del Paese e i loro costi potrebbero gonfiarsi a molte migliaia di miliardi di dollari, secondo le ultime stime di Linda Bilmes e Joseph Stiglitz. L’anno prossimo vedrà quasi certamente un’ondata di fallimenti societari Usa, anche se molte aziende stanno entrando nella recessione economica con bilanci solidi. Le finanze statali e municipali sono invece in una situazione preoccupante: con la contrazione delle entrate fiscali dovuta al calo del mercato immobiliare e dei redditi, decine di Comuni americani rischiano la bancarotta, come è successo alla città di New York negli anni 70. I bond municipali americani vengono già scambiati con un elevato premio al rischio, anche se non si è ancora verificata un’insolvenza importante. Naturalmente, se il dollaro dovesse perdere il ruolo di valuta cardine, l’unica seria alternativa sarebbe l’euro. Lo yuan potrebbe forse diventarlo ma solo nella seconda metà del secolo: per ora i draconiani controlli di capitali cinesi e la mancata liberalizzazione finanziaria rendono improponibile un primato globale dello yuan. Ma, fortunatamente per il dollaro, anche l’euro ha i suoi problemi. Le banche europee restano troppo frammentate, con un mosaico di regole e autorità nazionali che cercano ognuna di sostenere i propri campioni. vero che i titoli di Stato europei sono tutti denominati in euro, ma tra quelli tedeschi e gli italiani resta una grande differenza, e il mercato degli Eurobond statali non ha lo spessore e la liquidità di quello dei Treasury Bill americani. Inoltre gli investitori internazionali possono comprare o vendere proprietà immobiliari molto più facilmente negli Stati Uniti che in gran parte dell’Europa. E l’assenza di una politica unitaria europea di bilancio crea notevoli incertezze: come la Bce, ad esempio, potrebbe reperire le risorse necessarie per un grande salvataggio bancario? La forza crescente dell’euro, d’altra parte, significa che agli attuali tassi di cambio l’economia di Eurolandia è più grande di quella americana. I nuovi membri dell’Europa centrale e orientale hanno portato nella Ue dinamismo e flessibilità. La Bce si è guadagnata una notevole credibilità nella sua gestione della crisi creditizia globale. Se entrasse la Gran Bretagna, l’area euro ingloberebbe una delle due capitali finanziarie mondiali, Londra: allora sì che l’euro diventerebbe una vera alternativa al dollaro. Nel 1971, quando con il crollo del dollaro finì il sistema postbellico dei cambi fissi, il segretario al Tesoro americano John Connally disse ai colleghi di Europa e Giappone la famosa frase: «Il dollaro è la nostra moneta ma è il vostro problema». E da allora il suo status globale è rimasto, nonostante molti episodi negativi. Gli standard monetari internazionali hanno una grande forza d’inerzia. La sterlina abdicò a favore del dollaro solo dopo 50 anni di declino industriale britannico e due guerre mondiali. Ma stavolta il passaggio del testimone potrebbe avvenire molto più rapidamente. Governatori e ministri delle Finanze discuteranno al G-7 su come dare ossigeno al dollaro: dovrebbero iniziare a pensare al da farsi quando verrà il momento di staccare la spina. Kenneth Rogoff (Copyright: Project Syndicate, 2008)