Il Manifesto 1 aprile 2008, RENATO NICOLINI, 1 aprile 2008
La doppia faccia dell’esposizione. Il Manifesto 1 aprile 2008. Milano batte Smirne 81 a 65 (dopo una prima votazione annullata), l’Expo 2015 si farà a Milano
La doppia faccia dell’esposizione. Il Manifesto 1 aprile 2008. Milano batte Smirne 81 a 65 (dopo una prima votazione annullata), l’Expo 2015 si farà a Milano. Ma che il sindaco Letizia Moratti e il governatore Formigoni non se ne arroghino il merito; a Parigi, a incontrarsi con i paesi aderenti al boureau delle esposizioni internazionali, non c’erano solo loro ma Romano Prodi, Massimo D’Alema, Emma Bonino. Una bella notizia per tutti, che bisogna festeggiare non per l’«effimera» manifestazione di unità nazionale, ma perché Milano (e l’Italia) ne avevano bisogno. La storia delle esposizioni universali per un lungo periodo ha fatto parte della grande storia. Con il Palazzo di Cristallo all’esposizione di Londra del 1851 l’Inghilterra rispondeva al «fantasma del comunismo» del 1848, e alla narrazione degli orrori della civiltà industriale dei romanzi di Charles Dickens. Il «progresso» può essere trasparenza, leggerezza, aria e sole. L’esposizione di Parigi del 1867, che intendeva annunciare l’Europa di Napoleone III, acquistò invece un triste significato, associata alla disfatta - di soli tre anni successiva - della guerra franco-prussiana. Sarà l’Expo dell’89, centenario della Rivoluzione francese, a lanciare al mondo il messaggio della Ville Lumière con la costruzione della Tour Eiffel. L’ultima esposizione pensata in questa logica imperiale fu quella romana del ’42, che avrebbe dovuto mostrare al mondo (da cosa ci siamo salvati!) «l’ordine nuovo» successivo alla vittoria nazi-fascista. Dopo la Seconda guerra mondiale è stato sempre più difficile concepire le expo come manifesti politici degli stati. Saranno invece sempre importanti per la storia delle città nell’epoca del mercato senza limiti; anche confondendosi con sport e cultura, con le Olimpiadi e i grandi eventi. Comunque più efficaci, come motore delle città, dei piani regolatori, condannati al velleitarismo o al basso profilo. Saranno proprio le Olimpiadi di Roma del 1960 a sancire la piena annessione alla «città democratica» delle «incompiute» del regime fascista, Foro Italico a nord e Eur a sud. Si deve anche aggiungere che poche cose hanno arrecato danno a Roma come i mondiali di calcio del ’90, a partire dal ridicolo logo prima prova del manager Cordero di Montezemolo. Milano è ancora oggi (insegna Saskia Sassen) l’unica città italiana che abbia un senso per il capitalismo finanziario, che è stata anzi a un passo dal diventare uno dei vertici di un triangolo mondiale assieme a Londra e a Tokyo. Finanza, immagine, qualità della vita (anche se con la prima fila riservata ai ricchi) sono facce della stessa medaglia. Fu un finanziere a inventare il kyr, l’aperitivo. Ma non si può vivere soltanto di nuova fiera nel deserto di Rho, o dell’hub immaginario di Malpensa. Ben venga dunque l’Expo per rilanciare una capitale morale non meno in crisi - per la stasi seguita al movimento (apparente?) della Milano da bere - della Napoli dell’immondizia. Sono però lontani gli anni della torre velasca e del grattacielo di Ponti, capaci di esprimere il clima della ricostruzione. Né la Scala di Botta, né la Bicocca di Gregotti, né il gioco con la catastrofe della nuova Fiera di Fuksas, né i grattacieli «famoli strani» da costruire nell’area della vecchia città, sono finora riusciti - per ragioni diverse - a fare tanto. Tuttavia, si può scommettere sull’energia cultura, l’unica capace, con la sua autonomia, di scongiurare lo sgradevole sapore di precotto. Non c’è altra strada se si vuole scongiurare il declino. I miracoli (per Zavattini e De Sica era più semplice) sono sempre più necessari. RENATO NICOLINI