Il Messaggero 1 aprile 2008, Roberto Gervaso, 1 aprile 2008
Lettera Gervaso. Il Messaggero 1 aprile 2008. Caro Signor Gervaso, nei giorni scorsi ha dedicato due puntate della sua rubrica alle storiche elezioni del 1948 che furono un clamoroso trionfo per la Dc e una non meno clamorosa batosta per il fronte popolare socialcomunista
Lettera Gervaso. Il Messaggero 1 aprile 2008. Caro Signor Gervaso, nei giorni scorsi ha dedicato due puntate della sua rubrica alle storiche elezioni del 1948 che furono un clamoroso trionfo per la Dc e una non meno clamorosa batosta per il fronte popolare socialcomunista. La Dc era guidata dal più grande statista che l’Italia abbia avuto nel dopoguerra; il fronte popolare ubbidiva a due leader molto amati e seguiti dalle masse di sinistra: Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Le sarei grato se, in una breve sintesi, rievocasse la situazione del nostro Paese che portò a quel risultato elettorale. E che fece dire a De Gasperi: «Credevo che piovesse, non che grandinasse». Attilio Martirano Cosenza. Caro Martirano, l’Italia uscita da una guerra sbagliata, voluta da un dittatore illuso di riportare sui ”colli fatali” di Roma l’Impero dei Cesare, era un Paese a pezzi. Gli alleati ci avevano liberato dal brutale giogo nazista, diventando i garanti della nostra indipendenza e gli artefici della nostra rinascita (pensi al piano Marshall che ci salvò, e non salvò solo noi, ma l’intera Europa occidentale, dal bisogno e dalla fame). La nazione usciva da un conflitto spaventoso, ma anche da una brutta guerra civile perché tale fu, con buona pace di certa storiografia settaria, la Resistenza. Se ci furono (e ce ne furono migliaia) patrioti che per la Causa della libertà si batterono e per i suoi ideali sacrificarono la vita, molti si arruolarono sotto le sue nobili bandiere quando non si correvano più rischi. Tanto di cappello a chi finì in galera e al confino, come Pertini, ma un pietoso velo su chi, fascista sotto il regime, un regime grottesco e persecutorio, voltò gabbana dopo il 25 luglio e l’8 settembre del 1943. Tanto di cappello a uno dei più grandi intellettuali del Novecento, Antonio Gramsci, ma un pietoso velo su chi, del Ventennio littorio, fu un bardo zelante e intransigente. Scusi l’inciso, ma quando ci vuole ci vuole. E torniamo a noi. Calato il sipario sulla guerra bisognava rimettere in piedi la disastrata baracca, ridare fiducia agli italiani, chiamarli a raccolta per scegliere fra repubblica e monarchia, designare fra i partiti in lizza il capo dell’esecutivo, che si sarebbe accollato l’immenso onere della rinascita. La Dc era l’edizione aggiornata del vecchio Partito popolare, fondato nel 1919 da un sacerdote siciliano di Caltagirone, il nasuto e intraprendente Luigi Sturzo. A guidarla fu scelto il trentino De Gasperi che, nel dicembre 1945, successe all’azionista Parri, gran galantuomo e combattente eroico, ma incapace di pilotare un esecutivo (alla fine, lo scaricarono anche i socialcomunisti). De Gasperi poteva contare su tutti i partiti del Cln e su collaboratori di vaglia, a cominciare da Mario Scelba, che con energia e coraggio riuscirà a tenere a bada una piazza riottosa che vagheggiava la rivoluzione. Nella Dc c’era, già allora, di tutto, ma quella moderata, la più realista, forte di un leader di grande prestigio e di straordinaria lungimiranza, aveva in pugno la situazione. I socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti erano alleati, ma se il conducatòr romagnolo era un formidabile tribuno, appassionato e generoso, il severo e autoritario luogotenente di ”Baffone” perseguiva un disegno politico ben più lucido e vasto. Alla prova del fuoco delle urne quarantottesche, il ”sole dell’avvenire” fu, infatti, oscurato dalla ”falce e martello”. Il referendum istituzionale pose un aut aut perentorio: repubblica o monarchia. I democristiani erano divisi, ma la maggioranza era per la prima. I socialcomunisti, insieme con i repubblicani e gli azionisti, non avevano dubbi: avrebbero votato compatti per la cacciata del re, figlio di un sovrano cinico, arido, egoista e fellone. I liberali (ma erano quattro gatti) tifavano per la corona, anche se screditata e condannata dalla complicità con il regime. Il referendum sancì la fine di una dinastia che nel Risorgimento aveva svolto un ruolo di protagonista, ma che aveva commesso troppi errori per essere rilegittimata e sopravvivere a se stessa. Dopo il giugno del 1946 De Gasperi poté mettersi al lavoro. Un lavoro che sarebbe stato ben più arduo senza un interlocutore come Togliatti, che votando l’inserimento dell’articolo 7, i Patti lateranensi, nella Costituzione, rivelò rare e insospettate doti di statista. Roberto Gervaso