Il Sole 24 ore 1 aprile 2008, Claudio Gatti, 1 aprile 2008
Scommesse, la partita delle cosche. Il Sole 24 ore 1 aprile 2008. «Il controllo del gioco clandestino e delle scommesse legali»
Scommesse, la partita delle cosche. Il Sole 24 ore 1 aprile 2008. «Il controllo del gioco clandestino e delle scommesse legali». Così sono intitolate le ultime pagine del provvedimento di fermo della Procura di Palermo dell’inchiesta Old Bridge, che nel gennaio scorso ha messo in luce i nuovi collegamenti tra Cosa Nostra e le famiglie mafiose italoamericane. Secondo gli inquirenti, a coordinare l’attività era Maurizio Di Fede, che è stato accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso assieme a Salvatore Lo Piccolo, l’erede di Provenzano arrestato nel novembre scorso. Ecco che cosa si legge su di lui nell’ordinanza: «Se da un lato Maurizio Di Fede, con la partecipazione attiva dei suoi sodali, coordinava in prima persona il giro d’affari proveniente dalle "macchinette" video-poker, dall’altro le risultanze investigative permettevano di appurare l’interesse, e di conseguenza l’infiltrazione, della cosca mafiosa in quel mercato nuovo e in rapidissima espansione derivato dalla legalizzazione delle scommesse sportive. In tale settore l’organizzazione criminale, ravvedendo grandi margini di profitto direttamente conseguenti alla crescente e rapida diffusione di centri scommesse del tutto legali, interveniva proponendosi, in forma occulta, come socio alla pari di coloro i quali gestivano legalmente i punti scommesse». Le indagini su Betting 2000 La procura ha identificato due punti scommesse controllati da Di Fede - un bar e un’edicola di Palermo - che operavano grazie alle licenze della stessa società di Napoli, la Betting 2000. E non è stata ritenuta una coincidenza. «Sintomatico appariva in tal senso il fatto che entrambi i punti di scommesse su cui gravava l’ingerenza di Maurizio Di Fede fossero affiliati alla medesima agenzia di accettazione di scommesse», hanno scritto i pm. Altrettanto sintomatico era il fatto che il mafioso avesse accesso ai server della Betting 2000 e poteva quindi verificare personalmente il volume delle giocate e di conseguenza degli incassi di quei punti scommesse. Betting 2000 era apparso per la prima volta in un articolo del Sole 24 Ore che annunciava gli aggiudicatari dei punti di raccolta scommesse del bando indetto a fine 2006 dall’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams). La società napoletana si era aggiudicata ben 57 tra sale e corner (gli angoli di raccolta in esercizi commerciali non dedicati interamente alle scommesse). A colpire tutti gli addetti ai lavori era stata soprattutto la sua offerta per un corner in un paesino del Palermitano, Misilmeri. Pur di ottenere quella concessione aveva pagato 237mila euro, cifra assolutamente spropositata e del tutto diseconomica. Lo stesso vale per la politica commerciale condotta dalla Betting sul fronte delle scommesse telematiche, che nell’aprile 2007 portò la società napoletana a superare il tetto dei 3.600 punti di vendita. In quel mese la raccolta arrivò a oltre dieci milioni di euro e Betting divenne il maggiore concessionario di scommesse sportive telematiche in Italia. La procura distrettuale antimafia che indaga su Betting 2000 sta cercando di accertare da dove siano arrivati i capitali. Da quel che risulta al Sole 24 Ore, gli investigatori stanno verificando se la società napoletana sia o meno un punto di collegamento tra la criminalità organizzata siciliana e quella campana. L’ombra della camorra Da visure camerali sulla proprietà di Betting 2000 risulta che fino all’anno scorso la società è stata di proprietà di una dozzina di membri della stessa famiglia napoletana, quella dei Grasso. Con loro, nella compagine azionaria, c’è da anni anche un commercialista napoletano, Antonio Luciano, che risulta detenere lo 0,08 per cento. Una partecipazione pressocché simbolica. Quasi di presenza. L’anno scorso i signori Grasso hanno venduto parte delle quote di Betting 2000 che possedevano come persone fisiche a un veicolo da loro controllato, la Meth Srl, di cui è secondo maggior azionista Renato Grasso, un membro della famiglia il cui nome non è mai apparso direttamente in Betting 2000, società che in quanto concessionaria dei Monopoli deve essere al di sopra di ogni sospetto mafioso. Secondo fonti nel settore delle scommesse sportive, l’amministratore delegato di Betting 2000 Tullio Grasso rappresenta il volto pubblico della famiglia oltre che dell’azienda. Ma in realtà sarebbe proprio suo fratello Renato il deus ex machina dell’intera operazione. Non a caso viene chiamato da molti ’o mast, che in napoletano vuol dire il capo. A differenza degli altri familiari, Renato Grasso non è incensurato. Il 21 settembre 1993 fu condannato in via definitiva a 4 anni e 9 mesi di reclusione per «estorsione continuata aggravata in concorso». Ma ancora più significativa è l’altra sentenza che lo riguarda, anch’essa confermata in Cassazione e quindi definitiva, datata 13 ottobre 1995. In questo caso si parla di 5 anni e 6 mesi di reclusione per «associazione camorristica pluriaggravata» e collaborazione con «un’organizzazione criminosa dedita alle estorsioni, lo spaccio di stupefacenti, l’organizzazione e la gestione del gioco del lotto clandestino e dei giochi d’azzardo in genere». In particolare, Grasso fu riconosciuto colpevole di imporre con mezzi estorsivi l’utilizzo di videogiochi da lui noleggiati. Grasso non è l’unico camorrista con cui il commercialista Antonio Luciano, altrimenti noto come Antonello, avrebbe avuto rapporti professionali. Da un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Napoli risulta che Luciano è stato commercialista di una decina di società riconducibili a Vincenzo Maresca, personaggio che la Dda ha presentato come «responsabile della struttura tecnico-gestionale delle macchinette di videopoker» per il clan dei Casalesi in un processo oggi a dibattimento presso il tribunale di Santa Maria di Capua Vetere. Ad aiutarci nella ricostruzione di questo legame è la richiesta di applicazione di misura cautelare avanzata contro Mario Iovine e suo cognato Alfonso Schiavone, del clan dei Casalesi, quello di Francesco Schiavone, detto "Sandokan" e di Stefano Reccia (camorrista al quale è stato sequestrato un punto internet operante su licenza di Betting 2000). Altro personaggio-chiave è Vincenzo Maresca, accusato di essere «responsabile della struttura tecnico-gestionale delle macchinette» – si legge nel documento della Dda – e di curarne «la materiale installazione e il ciclico conteggio dei proventi presso i vari esercizi». «Maresca Vincenzo, utilizzando una struttura collaudata, negli anni 1998-1999, ha operato, pressoché in regime di monopolio, sul territorio di Marcianise relativamente all’installazione di videopoker. Maresca, benché titolare di ditta individuale operante nel settore dei videogiochi, non è risultato mai esserne, ufficialmente, il noleggiatore... evidente, quindi, che Maresca Vincenzo disponga di una pletora di piccole ditte individuali a cui ricorre quando se ne appalesa la necessità. Sintomatico, in tal senso, appare l’esito degli accertamenti che sono stati esperiti presso lo studio del commercialista dott. Luciano Antonello con studio in Napoli alla via Francesco Giordani nr. 42. Quivi infatti si accertava che il citato professionista cura la contabilità delle 9 sottoelencate ditte individuali operanti nel settore noleggio videogiochi... Non appare azzardato ipotizzare che gran parte di tali ditte individuali facciano capo al Maresca». Ramificazioni societarie Contattato telefonicamente dal Sole 24 Ore, Luciano ha confermato di aver gestito la contabilità delle ditte citate dalla Procura di Napoli ma ha negato di conoscere Maresca: «Personalmente non lo conosco... Si sa come si svolge il lavoro di commercialista: io tenevo solo la contabilità». Sul suo attuale socio in Betting 2000, Renato Grasso, Luciano aggiunge: « ormai stato riabilitato. Tant’è che è stato indagato varie altre volte ed è stato sempre assolto». Ma dalle carte rinvenute dal Sole 24 Ore emerge poi un’altra, forse ancor più significativa, sorpresa. Viene dal nome di una partecipata di Betting 2000: la Sgai Srl. Altro azionista di Sgai è Pellegrino Mastella, primogenito dell’ex ministro della Giustizia. Contattato telefonicamente dal Sole 24 Ore, Pellegrino Mastella ha minimizzato: «Un gruppo di amici mi aveva proposto questo investimento qualche anno fa, e io ho preso una quota di partecipazione dell’1%... io non sapevo neanche da chi è composta la compagine sociale (di Sgai)... ma adesso che lo so, provvederò subito ad uscire». Ma nella compagine sociale di Sgai ci sono anche gli zii materni, Carlo e Italico Lonardo, fratelli di Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania. Il maggior azionista di Sgai è invece Giampiero Pilla, socio di Italico Lonardo in tre altre società del settore giochi. Il Sole 24 Ore è inoltre in grado di rivelare che Italico Lonardo e il suo socio Giampiero Pilla sono oggetto di indagine da parte della Squadra Mobile di Palermo assieme a personaggi affiliati a un’importante cosca di Palermo, quella di Passo di Rigano. Si tratta di un’indagine avviata su indicazioni fornite da un collaboratore di giustizia che ha confessato di aver lavorato nel settore del gioco. Tra le varie persone indagate in quella vicenda c’è anche Giuseppe Abbagnato, un palermitano con alle spalle varie condanne in via definitiva per ricettazione, associazione a delinquere, truffa ed esercizio abusivo di gioco d’azzardo. Il suo nome emerge anche in un’altra indagine, questa volta della procura antimafia di Lecce, perché Abbagnato è sospettato di aver partecipato a una cordata che ha sponsorizzato indirettamente la Primal, una società catanese che ha partecipato al bando per le sale scommesse indetto dai Monopoli nel 2006. La storia della Primal è stata al centro della prima puntata dell’inchiesta del Sole 24 Ore sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore del gioco (pubblicata il 15 gennaio scorso). Rispunta Primal In quell’articolo avevamo rivelato che al bando di gara dell’Aams riguardante 14mila concessioni per punti di raccolta scommesse avevano partecipato soggetti che, come Betting 2000, avevano offerto cifre inaudite. A presentare cinque delle 14 offerte più alte in assoluto era stata la Primal. Che, spendendo quasi 8 milioni e mezzo di euro, si era aggiudicata 24 sale e 71 corner. La Primal appartiene da anni a Michele Spina, di San Giovanni la Punta, in provincia di Catania, e a sua moglie Donata Genoveffa Ferrara. Ma fino al dicembre 1999 il partner di Spina era stato suo zio, Sebastiano Scuto, noto nella zona come «il re dei supermercati e dei centri commerciali». Il signor Scuto è oggi sotto processo per associazione mafiosa ed estorsione ed è stato accusato da un pentito di fare "da cassaforte" dei Laudani, cosca alleata dei Santapaola. Per partecipare al bando dei Monopoli del 2006, Spina aveva apparentemente creato una cordata informale che, dall’indagine di Lecce, sembrerebbe includere una trentina di altre persone. Tra queste, oltre appunto ad Abbagnato, su ammissione dello stesso Spina al Sole 24 Ore, c’era anche Saverio De Lorenzis, il cui fratello Salvatore ha ricevuto una condanna in primo grado, confermata in appello e pendente in Cassazione per affiliazione alla Sacra Corona Unita. Quell’articolo aveva provocato l’irritata risposta di Michele Spina. In una nota diffusa alla stampa, Spina aveva sottolineato «la moralità e la solidità finanziaria della società che rappresento e la sua totale estraneità alle ipotesi riportate nell’articolo». Spina aveva concluso dicendo che «fare imprenditoria in Sicilia non significa essere mafiosi». La nota aveva però sorvolato su alcuni dettagli significativi. Dall’inchiesta della procura di Lecce risulta infatti che, oltre a De Lorenzis e Abbagnato, la cordata includeva anche Antonino e Andrea D’Emanuele, il cui obiettivo era quello di usare la Primal per entrare nel business del gioco con la D&D Servizi Globali Srl, società tra loro spartita al 50 per cento. Possibile che Spina non sapesse chi erano? Difficile, perché a Catania quello dei D’Emanuele non è cognome che passa inosservato. Natale D’Emanuele, capofamiglia e padre di Antonino e Andrea, è infatti il cugino di primo grado di Nitto Santapaola. E soltanto nell’ottobre scorso, Natale e Andrea D’Emanuele sono stati arrestati nell’ambito di un blitz antimafia contro il clan dei Santapaola, la cosiddetta "Operazione Arcangelo". In quell’occasione la Direzione investigativa antimafia ha posto i sigilli a due società di onoranze funebri controllate da Andrea D’Emanuele. A far parte della cordata della Primal era infine anche la signora Daniela Botta. Di Palermo. E attraverso di lei, si arriva dritti dritti a Cosa Nostra. In che modo? Lo spiega il decreto di fermo e sequestro preventivo depositato nel gennaio scorso dai pm di Palermo che riguarda un’altra cosca legata all’erede di Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo. Il decreto in questione spiega il coinvolgimento di questa cosca nel business del gioco clandestino e di quello legale attraverso il loro uomo di fiducia: Giovanni Botta, fratello di Daniela. Partendo dalle testimonianze dei due pentiti, gli inquirenti hanno appurato che Botta era riuscito a trovare un canale per ottenere le licenze per punti scommesse da lui poi intestate alla sorella: «Botta Daniela, nata a Palermo il 26.12.1969, sorella di Botta Giovanni, è titolare della licenza per gestire un punto di gioco sportivo per la commercializzazione di giochi pubblici, sito in Palermo, Piazza Tommaso Natale nr.108. Analoga licenza è stata rilasciata a Botta Daniela per il punto di gioco ubicato in Palermo, Viale Della Resurrezione nr.11, all’interno quindi del cosiddetto "Villaggio Ruffini". In entrambi i casi l’autorizzazione alla commercializzazione dei giochi pubblici è stata rilasciata dalla Primal Srl». Claudio Gatti