Limes marzo 2008, 1 aprile 2008
Limes, marzo 2008 Molti pensano che il Kosovo abbia superato una fase decisiva del processo di cambiamento istituzionale
Limes, marzo 2008 Molti pensano che il Kosovo abbia superato una fase decisiva del processo di cambiamento istituzionale. La dichiarazione unilaterale d’indipendenza pronunciata dal primo ministro Hashim Thaçi il 17 febbraio scorso sembra essere il punto di arrivo di quel percorso iniziato nei primi anni Ottanta da altri personaggi di ben diverso calibro, tensione morale e cultura. Un percorso fatto di fede e contraddizioni, incerto ma non timido, pacifico e violento, spontaneo e provocato, mai rassicurante e sempre provocatorio. Un percorso contrassegnato da pretesi successi e clamorosi fallimenti camuffati da successi parziali che doveva portare appunto alla indipendenza. Molti uomini politici di diverse generazioni, cultura e origini hanno di volta in volta presentato successi e fallimenti come irreversibili, ineluttabili. Formati nelle scuole di partito da un lato e nelle omologhe università del pensiero unico e lineare dall’altro, hanno scambiato i propri limiti per eventi soprannaturali. La sostanza dell’indipendenza, che dovrebbe assicurare la non dipendenza come premessa della sovranità, si è trasformata in rito. E siccome la caratteristica dei riti è la ripetitività, la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo si ripete periodicamente con nuove varianti ma senza che nulla cambi dal punto di vista sostanziale e sempre prevedendo la nullità di quella precedente. Se veramente l’indipendenza del popolo kosovaro fosse stato l’obiettivo di questo lungo processo e se veramente il risultato trionfalmente reclamato da Hashim Thaçi fosse irreversibile, non ci dovremmo trovare, tutti noi e tutti i kosovari, nella condizione di guardare al Kosovo con inquietudine. Dovremmo rallegrarci e lasciare che il popolo kosovaro lavori finalmente in pace. Con i propri mezzi e per sé. Dovremmo semmai garantire la cornice esterna di sicurezza e legalità in modo che si possano prevenire altre degenerazioni, dovremmo semmai favorire l’integrazione del Kosovo in un contesto ordinato, legale, legittimo, rassicurante, fatto di un benessere, quello possibile, condiviso. Siamo invece tutti preoccupati e quei pochi che non lo sono si consolano con il pensiero unico, con il cinismo e con l’indifferenza. Chi non si preoccupa del Kosovo oggi non se ne è mai occupato neppure quando faceva fallire i negoziati e ordinava i bombardamenti. La preoccupazione sostanziale viene dalla constatazione che nella ritualità scelta dagli stessi kosovari albanesi per questa funzione liturgica prevalgono lo scetticismo e la sfida. Lo scetticismo di chi evidentemente non crede in ciò che dice e solennemente dichiara. Non crede nella bandiera nazionale inventata dalla sera alla mattina per captatio benevolentiae nei riguardi di un’Europa disattenta e distratta, non crede agli appelli al ritorno dei rifugiati serbi sapendo di non poterne garantire né l’incolumità né la reintegrazione nelle proprietà e nei diritti basilari di sussistenza, non crede al clima di comprensione che si sforza di costruire visto che si sente costretto a minacciare gli stessi membri di parte e partito perché desistano dalla violenza nei giorni della dichiarazione. Una violenza che si sa latente e sempre più difficile da contenere. Si ripete la grottesca scena della fine della guerra quando un capo Uçk particolarmente solerte aveva ordinato di uccidere i suoi stessi uomini che non avessero consegnato le armi. La sfida presente nel rito della dichiarazione d’indipendenza è come sempre arrogante e minacciosa, ma questa volta condita di sarcasmo, d’irriverenza, di mancanza di rispetto nei confronti di tutti e di tutto; a partire dallo stesso popolo kosovaro per finire alle istituzioni e alle nazioni più potenti della terra, che vengono sbeffeggiate e ridicolizzate. La dichiarazione segue il fallimento della cosiddetta mediazione Ahtisaari e del tentativo successivo della trojka fatta da Europa, Russia e Stati Uniti. La mediazione non voleva mediare alcunché. Non voleva comporre alcun conflitto ma voleva soltanto irrigidire le posizioni in modo che l’indipendenza fosse ineluttabile. Nello stile balcanico più classico, fatto ormai proprio da molti illustri pseudomediatori, il pretesto della rottura non viene da una delle parti in causa ma da un terzo attore generalmente incoraggiato a questo ruolo. Questa volta tocca ad Ahtisaari, che in verità non fa nulla per nascondere il suo piacere. Il successivo tentativo della trojka è una vera chicca: viste le dimensioni degli attori e della posta in gioco è una presa in giro di proporzioni globali. Le tre entità più potenti del globo terracqueo e dello spazio planetario non trovano un accordo sul Kosovo che salvaguardi il diritto intenazionale al quale così spesso e così drammaticamente si appellano in nome di tutta l’umanità. Probabilmente perché non riescono a trovare il lembo di terra conteso e a collocarlo sul mappamondo. E sanciscono la definitiva rottura delle trattative. A prescindere dai tentativi più o meno genuini di soluzione, l’indipendenza è già annunciata da diversi candidati durante la campagna elettorale per il rinnovo del parlamento. Chi va a votare sa che quell’assemblea dichiarerà la tanto sospirata indipendenza. Tuttavia la campagna non riguarda la formazione di un’assemblea costituente o un plebiscito, un referendum istituzionale o qualsiasi altra iniziativa libera e indipendente. I candidati corrono per un posto in un’assemblea e per un governo che non sono autonomi e non hanno pieni poteri. Anzi, sono pagati dagli stranieri e non hanno alcun potere se non quello di volta in volta elargito dal rappresentante dell’amministrazione delle Nazioni Unite. E questo rappresentante si dovrebbe attenere al rispetto della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 che ribadisce la sovranità della Serbia sul Kosovo e che rimanda la definizione dello status finale a un accordo tra le parti e non al loro scontro o alle delibere di un’assemblea handicappata. I candidati che preannunciano la violazione della 1244 lo fanno in una campagna che deve eleggere gli organi provvisori di autogoverno stabiliti dalla stessa risoluzione. Il garante del mandato della 1244 fa fìnta di non sentire che si sta preparando la violazione della fonte della sua stessa autorità. Non intervenendo in campagna delegittima se stesso. Non intervenendo dopo chiude di fatto la missione internazionale. Quando nel 2003 in circostanze analoghe un esponente politico kosovaro evocò la dichiarazione unilaterale, i vertici di Unmik e Kfor intervennero decisamente sugli organi provvisori di autogoverno rammentando lo spirito e la lettera della 1244. Il primo ministro pro tempore si affrettò a dire che l’incauto leader parlava per se stesso e si era lasciato trasportare dalla passione politica: comunque ciò che diceva "non contava niente". Se questa volta ai leader politici kosovari, al governatore di Unmik e al comandante di Kfor non viene alcun dubbio di legittimità su ciò che si dice alle folle, la gente comune del Kosovo sembra invece accorgersi della imminente presa in giro e diserta le elezioni. La maturità democratica del Kosovo e la sfiducia nei riguardi degli standard imposti dalla comunità internazionale si esprimono con la più bassa affluenza alle urne dei nove anni di protettorato. La nuova assemblea provvisoria, eletta dal 43% degli aventi diritto al voto, presieduta da un presidente provvisorio (lo stesso ”incauto” di alcuni anni prima), applaude il primo ministro provvisorio eletto dal 32% di quel 43% che, a nome di tutto il popolo kosovaro, compresi quelli che non hanno votato e quelli che non ci sono, di-chiara l’indipendenza. Il capo di Unmik ancora una volta non fa una piega e non si avvale di nessuno dei poteri stabiliti dalla costituzione promulgata dai suoi predecessori per sanzionare l’illecito giuridico. La dichiarazione può quindi fregarsene della risoluzione 1244, delle Nazioni Unite, del Consiglio di Sicurezza, dell’Osce e della stessa Europa. Si proclama l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia e al tempo stesso se ne ribadisce la dipendenza da un’amministrazione transitoria. Si parla di Stato multietnico ma chi parla è soltanto un’etnia. Si forniscono assicurazioni formali per il futuro ignorando le inadempienze e le violenze del passato e del presente. Con un sarcasmo che sfocia nell’insulto all’intelligenza, si affida il Kosovo alla protezione dell’Europa sapendo bene che il proprio atto la divide e la delegittima. Viene soprattutto delegittimata e vanificata l’idea dell’Europa, che fonda l’Unione proprio sul concetto di superamento dei confini nazionali a favore della condivisione dei vantaggi, dei diritti, del rispetto reciproco e degli interessi pratici delle popolazioni europee. Tuttavia la ciliegina sulla gigantesca e clownesca torta in faccia alla comunità internazionale è la dichiarazione della unicità del caso del Kosovo e della sua improponibilità in situazioni analoghe. Una dichiarazione unilaterale che viola tutti i princìpi formali e sostanziali sui quali si regge l’ordine mondiale, per quello che va-le ancora, si permette di lanciare l’ulteriore sfida dichiarando che il Kosovo non co-stituisce un precedente. Solo il Kosovo, in virtù di chissà quale prerogativa divina può arrogarsi il diritto di separarsi, di reclamare l’indipendenza, di violare le norme internazionali e di pretendere protezione, soldi e impunità. Gli altri popoli, anche quelli veramente oppressi, non possono seguire la stessa strada, o meglio, possono farlo ma senza il riconoscimento di legittimità di nessuno. Dopo il Kosovo nessuno può dichiararsi indipendente e quelli che l’hanno già fatto non devono essere riconosciuti. Questo dice solennemente l’assemblea provvisoria di Pristina. Ora bisogna dare questa buona notizia a tutti i 109 paesi, movimenti, partiti e gruppi di pressione secessionisti del mondo. Ai 23 in Africa, 21 in Asia, 26 in Europa, 6 in Medio Oriente, 5 in Nordamerica, 16 in America del Sud e 12 in Oceania. Bisogna dirlo agli stessi albanesi di Presevo e della Macedonia, ai serbi della Srpska e bisogna dirlo anche ai paesi che si aspettano il riconoscimento internazionale dopo aver già dichiarato l’indipendenza unilaterale: Abkhazia, Cecenia, Nagorno-Karabakh, Palestina, Somaliland, Ossezia del Sud, Transnistria e Repubblica Turca di Cipro Settentrionale. Una dichiarazione unilaterale di questo tenore, nel caso sia accettata dalle istituzioni internazionali, stabilisce surrettiziamente una norma di riconoscimento che pone in contraddizione le stesse politiche e le prerogative della comunità internazionale e degli Stati membri. Gli Stati frettolosi che l’hanno già accettata si trovano ora a dover adeguare la loro politica verso gli Stati, verso i popoli, verso gli stessi processi di autodeterminazione alle modifiche dettate a Pristina da un paio di consulenti iperpagati al servizio di chi vuole continuare a fare i propri affari. Se l’indipendenza non è un punto di arrivo, potrebbe però essere un punto dipartenza. Anzi alcuni di coloro che l’hanno promossa e sostenuta la vedono come un fatto compiuto necessario per far ripartire il Kosovo dimenticando il passato. Sfortunatamente in questa posizione c’è tutta la tragica arroganza di chi si crede in diritto di creare nuove regole senza neppure la consolazione del sarcasmo che potrebbe far sorridere. La stessa pretesa che si possa ripartire adattando vecchie norme e forzandone l’applicazione in una versione creativa è inconsistente se non si considera e prende atto di ciò che nel frattempo è avvenuto. In questo senso l’Europa è quella che più si è esposta nel promettere di controllare e dirigere il cambiamento senza aver capito quanto profonde e importanti siano state le trasformazioni avvenute in Serbia, in Kosovo, nei Balcani, in Europa, in America e nel mondo intero. Una burocrazia più cinica che pragmatica è ricorsa a qualsiasi mezzo di pressione e perfino al ricatto alla Serbia promettendole l’ingresso in Europa al prezzo di una tacita adesione alla secessione. E ha accettato i diktat americani e albanesi nel promettere una protezione economica, politica e militare fondata sulla propria impotenza e sulla salvaguardia di cordate affaristiche che del Kosovo democratico e multietnico non sanno che farsene e che puntano a uno Stato capace di proteggere e proiettare in Europa e nel mondo gli affari illeciti. singolare che la portata e la natura del cambiamento avvenuto in Kosovo e per il Kosovo siano sfuggite proprio alle gerarchle di un’Europa mercantile e bancaria visto che gli studi più avanzati sui fenomeni correlati ai cambiamenti dell’ordine istituzionale sono stati fatti dagli economisti. I casi più significativi esaminati in quest’ultimo decennio si sono ovviamente limitati alle istituzioni economiche e finanziarie nella trasformazione dei sistemi centralizzati e pianificati a quelli del moderno dio Mercato. In particolare hanno riguardato la crisi asiatica, con gli studi del 1998 di Singh, Chang, Park e Yoo sulla Corea, e il fenomeno Cina studiato nella stessa chiave e nello stesso periodo da Jin e Haynes. In entrambi gli studi è stato rilevato che "nelle economie di transizione le spinte al cambiamento spesso conducono a una asimmetria fra le fasi di distruzione e costruzione delle istituzioni. In particolare la distruzione di un sistema a economia pianificata è molto più semplice della costruzione di un nuovo sistema di economia di mercato. Di conseguenza gli individui si devono confrontare in maniera più o meno duratura con una carenza di regole sulle quali coordinare i propri piani e c’è il pericolo che un processo di transizione troppo veloce possa trasferire i vantaggi della governance a organizzazioni di tipo mafioso piuttosto che a istituzioni di mercato" (P. Dulbecco, M.F. Renard, "Permanency and flexibility of Institutions: The Role of Decentralization in Chinese Reforms", The Review of Austrian Economics, vol. 16, n.4, 2003, pp. 327-346). I Balcani e il Kosovo in particolare sono il laboratorio perfetto del paradigma teorico dell’asimmetria istituzionale. In questa parte del mondo si trovano concentrate e ancora aperte tutte le questioni che hanno dato vita ai grandi mutamenti istituzionali di quest’ultimo secolo. Sopravvivono nei Balcani le pulsioni imperiali russe, ottomane, inglesi, austro-ungariche, fasciste e naziste. Le pulsioni nazionaliste, etniche e in quanto tali religiose. In questa parte del mondo si sono susseguite le spinte di espansione sovietiche prima e statunitensi, poi, fino ad arrivare a quelle euro-atlantiche della Nato e quelle euro-nulla dell’Unione Europea. Nella ex Jugoslavia e in Kosovo si stanno ancora materializzando gli effetti del paradigma istituzionale. Non c’è dubbio che la Jugoslavia del dopo Tito, ma a vedere bene anche quella dell’ultimo Tito, soffrisse di senescenza istituzionale. Le spinte al cambiamento sono state gestite male e le resistenze si sono indirizzate tutte alla spartizione e alla separazione quasi a marcare la nemesi sulla unificazione degli slavi del Sud che la Lega dei comunisti aveva voluto attuare e imporre con la forza e le al-chimie demografìche. La delegittimazione delle vecchie strutture istituzionali si è realizzata in maniera concomitante con la frammentazione. Ma le nuove istituzioni, anche se sostenute da forti potenze esterne e dalle benedizioni dei vari padreterni, hanno subito dovuto verificare la propria immaturità nel gestire i conflitti. Di fatto, hanno rinunciato quasi subito a qualsiasi composizione e hanno optato per la risoluzione di forza. In Kosovo questo processo di bellicizzazione del conflitto è stato ritardato sotto la guida di Ibrahim Rugova, ma con il sostegno di tutto il suo popolo. I kosovari albanesi erano schierati compatti, uniti e dignitosamente attivi, nella costruzione di una nuova struttura istituzionale nella quale trovassero posto le aspirazioni legittime di un popolo. Aspirazioni che ogni Stato serio, veramente sovrano e veramente democratico dovrebbe ascoltare e fare proprie e che invece la Serbia ha mancato di considerare. Le istanze legittime dei popoli riguardano sempre il riconoscimento dell’identità, della cultura, delle proprie libertà, della giustizia e del benessere. E a loro volta queste istanze diventano illegittime se tendono a sopraffare quelle degli altri. Nella piena consapevolezza che il processo di maturazione delle strutture kosovare che nel frattempo stavano nascendo era altrettanto lungo di quello della estinzione di quelle vecchie e della loro trasformazione in chiave ancora unitaria, il Kosovo di Rugova ha tirato la cinghia e rimboccato le maniche. Al tempo stesso si formavano in Kosovo e fuori le nuove strutture parallele: le milizie private al soldo dei serbi, quelle croate, quelle bosniache, le strutture politico-istituzionali delle fondazioni private come quelle dell’ungherese Soros che finanziava e finanzia tutte le istanze di separazione badando alla forma delle istituzioni più che alla loro sostanza. Si sono inserite le strutture parallele dei servizi segreti tedeschi, di quelli statunitensi e di quelli britannici riattivando i Balcani come terra del caos e delle cospirazioni. La distruzione delle vecchie istituzioni kosovare istituite dai serbi è avvenuta per mano degli stessi serbi. vero che Milosevic aveva già perduto ogni autorità morale sul Kosovo nel 1989, quando invece di trattare con giustizia ed equità tutti i popoli posti sotto il suo governo si è ancorato alla divisione tra minoranze e maggioranze, tra etnie più o meno meritevoli di rispetto. Ma questo non significa che la Serbia avesse perduto la sovranità che appartiene agli Stati e non ai governi. Una sovranità che secondo il diritto internazionale non si sottrae più né per le nefandezze dei governanti, né con la guerra né con l’occupazione militare. invece discutibile la considerazione di chi vuole che la Serbia abbia perduto il Kosovo con la guerra del 1999. A ben vedere in quell’occasione una parte della comunità internazionale ha tradito la propria cultura e le proprie istituzioni scatenando una guerra illegittima. Illegittima perché non sostenuta dalla stessa comunità internazionale e perché nella stessa logica dell’ingerenza umanitaria giungeva tardiva e veniva condotta da quelle stesse forze che avevano alimentato la genesi dell’emergenza umanitaria. La guerra è stata decisa dalle stesse nazioni che avevano cominciato a delegittimare i tentativi di Rugova, che hanno provocato la divisione della leadership politica alimentando le bande di ribelli che prima di combattere contro l’oppressione serba combattevano l’impostazione di Rugova stesso. Alla distruzione delle istituzioni serbe ha quindi fatto seguito quella del nascente Kosovo moderato proprio per mano degli stessi estremisti albanesi che preferivano la guerra permanente al conflitto. Nel 1999, semmai, la Serbia ha riaffermato il diritto di sovranità sul Kosovo difendendo il suo territorio dalla guerra. Ha tuttavia commesso l’orrore di pensare che la sovranità potesse essere esercitata con la puli-zia etnica. A questo orrore si è aggiunto quello di non aver fermato e anzi di aver alimentato quelle stesse strutture extraistituzionali che agli ordini di veri e propri criminali nel frattempo stavano agendo in contrasto con ogni principio di sovranità e umanità. Ma la stessa delegittimazione e per le stesse identiche ragioni stava anche avvenendo per le milizie albanesi. L’intervento esterno nel conflitto del Kosovo è stato quello classico della guerra come strumento di risoluzione tramite la soppressione dei diritti di una delle parti. La sovranità della Serbia è stata violata ed è stata invece legittimata una parte violenta che ha poi approfittato della guerra e della protezione internazionale per condurre una contro-pulizia etnica. La guerra contro la Serbia ha anche avuto una classica connotazione di guerra di distruzione strutturale. Molte strutture dei trasporti e produttive serbe sono state colpite da ripetuti bombardamenti, anche al di là di ogni necessità militare. Nonostante l’evidente capitolazione della Serbia di fronte alla Nato non c’è stata una immediata e chiara assunzione di responsabilità e autorità di guerra da parte dell’Alleanza. La violazione delle norme internazionali che aveva determinato l’intervento militare e i 78 giorni di bombardamenti non si è spinta fino alla occupazione manu militari del Kosovo e alla sottrazione della provincia alla sovranità della repubblica di appartenenza. Come era stata data poca importanza alle esigenze della gente del Kosovo nei precedenti dieci anni, l’indifferenza e il cinismo internazionali hanno permesso che nei dieci successivi si perpetuasse la distruzione istituzionale all’ombra di una presunta e indefinita ricostruzione. L’amministrazione delle Nazioni Unite sostenuta da cosiddetti pilastri formati da strutture delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dell’Osce ha proceduto alla sistematica distruzione delle istituzioni serbe senza garantire la costruzione di quelle che avrebbero dovuto sostituirle. Questa distruzione risultava ancor più pericolosa e problematica perché avveniva in un quadro giuridico in cui la Serbia veniva ancora riconosciuta come sovrana sul Kosovo. Dal 1999 al 2008 la missione Unmik affiancata a quella militare Kfor ha proceduto alla distruzione di tutte le istituzioni serbe in Kosovo, di natura politica, amministrativa, economica, giudiziaria, sanitaria, finanziaria, di produzione, assistenza, istruzione, benessere e pubblica solidarietà. Le strutture serbe che dovevano comunque garantire per legge l’assistenza ai propri cittadini con i pagamenti dei sussidi di disoccupazione o le stesse pensioni sono state dichiarate ”parallele” e giudicate illegali. In compenso sono state legittimate e tollerate le vere strutture pa-rallele e illegali nate dalle costole delle bande armate dell’Uck che non hanno mai disarmato, dalle casse dei finanziamenti esteri alla guerra, da quelle dei traffici ille-citi e da quelle del terrorismo. I tentativi di ricostruzione sono stati quasi esclusivamente dei palliativi e delle azioni di basso populismo nei riguardi della stessa popolazione kosovara e di mortificazione ulteriore della sovranità serba. L’Unmik ha in sostanza proseguito sul piano civile, sociale, economico e di polizia la guerra di distruzione iniziata dalla Nato badando bene a non costruire nulla che potesse aiutare il Kosovo a comporre il conflitto con la Serbia e quelli innumerevoli del proprio interno. Ai provvedimenti immediati di emergenza attuati con grande successo differenziale (da zero a uno) non è seguito nessun provvedimento strutturale e istituzionale che garantisse il vero successo incrementale portando il paese all’autonomia. La ricostruzione fìsica si è limitata alle sole opere cosmetiche e privatistiche: case, appartamenti, ville, distributori di benzina dove non circolavano veicoli, agenzie di viaggi per chi non aveva i soldi neppure per muoversi di casa, con grande dispendio di risorse e concomitante dispregio della legge e del diritto delle cosiddette minoranze. Il ritorno dei rifugiati è stato gestito in un solo senso, badando bene a non permettere la reintegrazione dei serbi nei loro diritti di cittadinanza e proprietà e a limitarne gli insediamenti in piccole enclave facilmente individuabili e vulnerabili all’eventuale nuova pulizia etnica. I vari modelli teorici di ricostruzione che sono stati proposti sono risultati utopici e completamente scollegati dalla realtà che nel frattempo si andava delineando. La realtà era infatti l’affermazione sul territorio di strutture politiche ed economiche locali tese all’interesse di poche persone o gruppi che non avrebbero mai potuto formarsi e sopravvivere in un regime di controllo di un qualsiasi Stato banana. La ricostruzio-ne in base a modelli teorici ha comunque contribuito a dirottare molte energie e molte risorse in campi e ambiti controllati da quelle strutture parallele che crescevano senza maturare e che di fatto gestivano potere e affari senza né la volontà né la capacità di governare. La dichiarazione unilaterale d’indipendenza è la naturale conseguenza di questo processo molto complesso ma anche molto intuitivo. Non è tuttavia la conclusione e neppure l’inizio di una nuova fase. I mutamenti e le strutture di potere che si sono formate in questi dieci anni non permettono di voltare pagina. Siamo ancora costretti a leggere e interpretare sempre la stessa, sulla quale campeggiano i nomi e i volti delle stesse persone. Perché, alla fine, un’altra caratteristica di questo Kosovo condannato alla dipendenza è che, contrariamente a qualsiasi processo di transizione istituzionale, dove generalmente ad ogni fase corrisponde un cambio di leader e di assetti di potere, qui da oltre dieci anni si vedono sempre le stesse facce. E quando sono cambiate per cause naturali o violente in realtà corrispondono e rispondono ad altre facce identiche, veri e propri cloni. E sono facce e persone che non permettono di voltare pagina perché in una posizione o nell’altra sono sempre rivolte allo stesso fine. In Serbia ci sono ancora gli stessi nazionalisti di Milosevic e rischiano di prendere il potere. Quando parlano del Kosovo usano le stesse frasi e la stessa retorica che ha portato la Serbia al collasso e alla gogna. Kostunica è lo stesso che ha liquidato Milosevic ricevendo la gratitudine americana e per questo appare incredibile agli stessi americani che ora non voglia vendere il Kosovo al miglior offerente. La gente serba è cambiata, vorrebbe voltare pagina ma non a tutti i costi. chiamata continuamente a votare e a ogni voto le posizioni si radicalizzano. (continua. VEDI SCHEDA 153926)