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 2008  aprile 01 Martedì calendario

Cadeddu Michael

• Milano 30 aprile 1987. Attore. Fantino • «Un medico in famiglia può far comodo, ma con un fantino è un’altra cosa. Meglio papà in giubba sgargiante e in lotta a fil di palo o con camice e stetoscopio? Almeno fino ai 15 anni – ma per molti ben oltre – la risposta è scontata. E per Miki Cadeddu [...] ha continuato ad esserlo nonostante il suo Medico in famiglia fosse oltremodo bravo, comprensivo e brillante, come da tradizione della tv per tutti. Infatti lui, che interpreta il nipotino del nonno Libero nazionale, a Lino Banfi e al set della fortunata serie di Rai Uno preferisce la carriera di fantino, tanto che dopo sei anni di militanza tra i dilettanti ha staccato la patente da professionista. ”Ho sempre sognato il lavoro di fantino, ci sono nato in mezzo, affascinato dai racconti di papà. Quelli di un’ippica di sport e classe, oggi soffocata da profitto e numeri. Rimpiango il non aver vissuto quegli anni, anzi, mi dà proprio una gran rabbia. Ma il fantino resta un lavoro eccezionale, niente ti dà un rapporto più stretto con il cavallo”. Miki è figlio di Pietro Cadeddu, jockey storico del nostro ostacolismo e che come il figlio metteva le emozioni davanti a tutto. Una volta vi si fece anche travolgere. Fu nel Gran Premio di Merano 1986, montava Luci a San Siro. Dopo un percorso impeccabile, a duecento metri dal palo fu affiancato dal francese Palais Rose: capì di essere battuto ma con il cuore non lo accettò. Negli ultimi metri allungò una mano, prese le redini dell’avversario. Ovviamente venne retrocesso all’istante, ma fu l’ultima immagine di quell’ippica passionale la cui scomparsa giustifica la rabbia di Miki. Miki che comunque non dice no alla seconda professione: ”[...] Con molti sacrifici, i due lavori sono conciliabili. [...] Sul set non interessa a nessuno che io sia un fantino, non ci sono appassionati. Sì, ho provato a portare Banfi all’ippodromo. Si è divertito, ma poi più niente. L’ippica più di ogni sport paga l’assoluta indifferenza della Tv. Uno va alle corse, ma una volta fuori non c’è più nulla che ricordi il nostro mondo”. [...]» (Alessandro Ferrario, ”La Gazzetta dello Sport” 1/4/2008).