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 2007  novembre 03 Sabato calendario

Siamo nel cuore della periferia pasolinana, lungo la via Casilina, all’altezza del Quadraro, dove gli avanzi delle vecchie baracche convivono con le rovine imperiali

Siamo nel cuore della periferia pasolinana, lungo la via Casilina, all’altezza del Quadraro, dove gli avanzi delle vecchie baracche convivono con le rovine imperiali. la Roma più vera che c’è. Quella più popolare che, nel giro di pochi anni, ha romanizzato anche nordafricani e indiani, dandogli quell’aria disincantata e sorniona tipica del romano de Roma. Mentre montiamo il set fotografico, e Alessandro Gassman si cambia nel camper, una signora corpulenta si asciuga i capelli alla finestra. Ci guarda annoiata. Forse è egiziana ma lo sguardo che ha negli occhi è quello del romano che sembra dire: ”E questi mo’ che stano a ffa’?”. Con le nostre luci, i nostri generatori e tutte le cianfrusaglie da set cinematografico che ci portiamo dietro, ricordiamo la troupe di Fellini che, nel film Roma (1970), viene avvicinata da un signore che, accostandosi su un furgoncino scalcagnato, esclama: «A faciolariii!» e riparte sghignazzando. questo il vero spirito di Roma: smitizzare qualunque cosa. Soprattutto la celebrità che qui, nonostante la Festa del Cinema, alla fine non attacca proprio. Gassman ride ricordando quella scena e commenta: « questo il bello di Roma: è quest’aria di chi ha già visto tutto, di chi ha visto crollare gli imperi… cosa vuoi che gliene importi della gente famosa o del cinema». Qual è la prima Roma che si ricorda? «La prima Roma che ricordo è quella dell’Aventino, dove mio padre aveva comprato una casa bellissima. Ci aveva fatto costruire un teatro e sotto c’erano perfino le catacombe. In quella grande casa aveva riunito tutta la famiglia: sua madre, sua sorella, mia madre e io. Era una casa in cui siamo stati dal 1965 al 1968, io ero piccolissimo ma ricordo tutto. Mi ricordo che per casa passava tutto il cinema italiano: Monicelli, Scola, Fellini, Moravia, Pasolini. Lì è nato Gigi Proietti, lì sono nati i famosi Gufi. Era una casa che girava intorno a quel piccolo teatro che era stato disegnato dallo scenografo Pierluigi Pizzi con palchetti e tutto. Come percepiva lei bambino quella vita? «A quell’epoca gli attori di cinema famosi come mio padre erano un incrocio tra i presentatori televisivi, i calciatori e i divi di oggi. C’erano film di mio padre e di Ugo Tognazzi che, ai tempi, incassavano dai 140 ai 160 miliardi. Questo voleva dire che due milioni e mezzo, tre milioni di italiani uscivano di casa per andare a vedere un film. Un attore di cinema era il massimo e io ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente di questo tipo». Le cose sono cambiate… «Decisamente. Il cinema italiano è andato lentamente ma inesorabilmente declinando anche se i talenti ci sono ancora. Mancano i produttori. La commedia è morta ed era il motore principale del cinema. La commedia all’italiana, con la sua critica sociale e il suo cinismo, oggi sarebbe impensabile perché c’è davvero poco da ridere. Un film come I mostri fatto oggi rischierebbe di essere un film drammatico. La realtà italiana di oggi è una specie di farsa col finale tragico: siamo arrivati al finale de Il sorpasso». Lo schianto? «Sì… ”na tranvata, come si dice a Roma. Nel Sorpasso però è un bello scontro rapido. L’Italia ha preso una specie di tranvata lenta. A cui ci siamo tutti rapidamente assuefatti». Torniamo all’Aventino… «Ci sono tornato di recente perché gran parte di Caos calmo è stato girato lì, in una piazza a pochi metri da dove sono nato. E, oltre a tutto, sempre lì avevo girato il mio primo film, Di padre in figlio, proprio con mio padre». Che effetto le ha fatto rivedere la sua casa? «Strano. Quando i miei si lasciarono, la casa era stata venduta di corsa a una signora che era un’ammiratrice di mio padre. Lei per molto tempo ha vissuto lì senza spostare uno spillo. Per vari anni, anche senza di noi, quel posto è rimasto uguale a sempre. Ora deve essere stata rivenduta perché c’è un’ambasciata». Quale zona di Roma associa alla sua adolescenza? «Prati, il grande quartiere a ridosso del Vaticano. un quartiere che ho amato moltissimo. Quando andavo al liceo Dante, dalla mia camera da letto vedevo la classe. Quando facevo sega a scuola (ovvero, quando marinavo), dalla finestra controllavo l’espressione della prof per vedere come la prendeva». E poi c’è Trastevere. «Ci ho vissuto sette, otto anni. Lì è iniziata la mia storia con la mia attuale moglie, Sabrina Knaflitz. Ci sono molto affezionato ma non ci tornerei a vivere. A mio modo di vedere è diventato il più incasinato dei quartieri romani». E la Roma in cui ci troviamo oggi? «Qui al Quadraro ero venuto a recuperare un motorino che mi avevano fregato. Pare che gran parte dei motorini che rubano arriva, in un modo o in un altro, qua. Tramite un amico un po’ introdotto sono riuscito, miracolasamente, a recuperarlo». Che motorino era? «Era un Grillo della Piaggio che avevo comprato convinto che nessuno me lo avrebbe fregato. E invece... comunque di motorini a Roma me ne hanno rubati tanti. Anche una bellissima Honda 400 Four che è l’unica vera moto che ho avuto in vita mia. A 16 anni ho preso il patentino e ho avuto una Zundapp 125, poi ho avuto una Laverda 125 che era una saetta». Ma poi si è allontanato dalla moto. «Ma mai dalle due ruote. A Roma giro solo in motorino. Senza sarebbe impossibile vivere».