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 2007  ottobre 02 Martedì calendario

Pietro De Angelis, designer di moda e fratello di Francesco Skipper di Luna Rossa «La moto deve essere proporzionata a chi guida»

Pietro De Angelis, designer di moda e fratello di Francesco Skipper di Luna Rossa «La moto deve essere proporzionata a chi guida». Parola di 192 centimetri d’uomo, che ha sempre lottato con le sue lunghe leve per trovare armonia estetica su due ruote. Pietro De Angelis, 45 anni, simpatia napoletana che spacca e un fratello dal cognome importante (Francesco, skipper di Luna Rossa), in sella è salito tardi. Suo padre, medico, non gli ha mai permesso di avvicinarsi nella fase ”teen”. Troppo pericoloso. O meglio, l’ha tenuto lontano facendogli capire che la vita è anche altro. E basta vedere la sua casa per rendersene conto: libri, quadri, testimonianze d’arte di ogni tipo, disegni. Vita vissuta, insomma. Anche perché lo spazio certo non manca: è un’ex tipografia della Milano di una volta. L’unico modo per poter convivere con le sue 13 moto come voleva lui. Già, perché se Pietro è salito tardi in sella, poi si è rifatto con gli interessi. «Il colpo di fulmine arrivò a Parigi, a 28 anni, quando mi ero trasferito lì per collaborare con Ungaro (tra le sue collaborazioni figurano anche Prada, Brioni, Trussardi, Fendi, Valentino). Vidi uno, tutto smandrappato, su una di quelle BMW che usava la Gendarmerie, con la sella monoposto, e mi innamorai. Ne comprai una e da lì non ho più smesso. L’unico pacco che ho preso è questa BMW R 100/7, acquistata su eBay. Una moto non la puoi comprare per corrispondenza: la devi vedere, toccare, annusare. Eppure ora ci sono affezionato. L’ho messa a posto ed è il mio scooterone. Se devo fare una commissione in città prendo lei». In alternativa Pietro avrebbe tre inglesi più una BMW HP2, una KTM Adventure, una Guzzi V7, due Honda, una Gold Wing e una Big One, una Vespa Rally e una Laverda. Un mistone, insomma, roba vecchia ma usabile, anni Settanta o addirittura supermoderna. In ogni caso tutte marcianti, tutte con il loro bel tappetino in gomma sotto al motore, tutte pronte all’uso. C’è una batteria carica che, a rotazione, dà vita a ciascuna. «Perché una moto non la puoi tenere lì in bella mostra e basta. Io non capisco quelli che ne hanno 30-40, ma in versione museo. A costo di impazzire con i carburatori, le guarnizioni che si seccano o la benzina che marcisce, io le uso tutte».  così Pietro. Attraverso i suoi occhiali dalla spessa montatura ti dice schietto quello che pensa. Ama l’Enduro, le cose concrete, la moto come aggregazione. un po’ come la sua auto posteggiata fuori, una Land Rover Defender bianca con assetto rialzato. Una macchina scomoda, lenta, che ti spezza la schiena se fai un viaggio lungo, ma che non abbandoni più una volta che la possiedi. L’abito giusto per la sua voglia di fuoripista, lo spigolo netto del suo carattere: o dentro o fuori. Fighetti a casa. «Vedi, io non ho vissuto, motociclisticamente parlando, l’età della stupidera, quella che va dai 14 ai 16 anni dove, con un manubrio, ti sei già fratturato sette ossa. Io non so nemmeno impennare. Eppure vado solo in moto. D’estate ma anche d’inverno». Mentre gli occupiamo la casa per gli scatti fotografici lui continua a lavorare, ci parla ma non smette di scansire libri cinematografici, una delle principali fonti d’ispirazione della moda. Gioco della torre: in casa può rimanere una sola moto, quale? «Norton Commando, la prima moto che mi ha fatto conoscere altre persone, quelli del club delle inglesi». La cosa che ti piacerebbe fare di più in moto? «Fuoristrada di notte, ma sono una scarpa pure di giorno...». Moto da sparo? «Quando vedo in autostrada quelli da casello a casello, vestiti da Valentino, che si fermano all’autogrill e vanno a comprare il gelato tutti ingobbiti non mi ritrovo. Preferisco gli enduristi, più nascosti, più disposti a condividere la passione». E tuo fratello? «Questa BMW GS/80 è sua. perfetta, ha otto mila chilometri, me l’ha commissionata e io gliel’ho comprata, ma finora avrà fatto sì e no 15 chilometri... Del resto, anche se abita a Milano, è sempre per mare. Però non rinuncia alla moto. Neanche alla Vespa». Mai pentito di qualche cosa che hai venduto e che non avresti voluto vendere? «Due moto, una H-D Electra del 1970 e una Guzzi Le Mans 850 prima serie». Moglie o compagna cosa dicono? «Oggetto non identificato... per ora. Ho sei nipoti, ma donne e figli zero. Eppure considero l’uomo un animale sociale, so che prima o poi arriveranno. Aspetto soprattutto un figlio a cui dare un bel Rank Xerox (la fotocopiatrice) fino ai cinque anni, poi la minimoto, poi la minicross». Dove le tenevi prima tutte queste moto? «Sparse in box vari, una sofferenza». Altre auto oltre al Defender? «Una Mercedes 220S nera del 1965, macchina comprata a Parigi per due milioni e mezzo con cui feci perfino il trasloco per rientrare in Italia. Mi ricordo che viaggiai con il materasso dentro all’abitacolo». Poi sempre a Milano? «No, ho trascorso cinque anni a Roma, lavorando per Valentino. Quello è stato il periodo più bello della mia vita. Lavoravo un sacco, anche fino a tarda sera, poi però si usciva, si cenava e si faceva l’alba. Il mare vicino, in moto, non puoi capire...». Napoli, Parigi, Roma, Milano: la cosa rimasta uguale, per Pietro, è solo una. E ora convive con lui. Nel vero senso della parola.