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 2007  ottobre 02 Martedì calendario

Il papà di cognome fa Zoppas, la mamma Zanussi. Insieme, cioè sposati, immaginatevi un po’ cosa può voler dire

Il papà di cognome fa Zoppas, la mamma Zanussi. Insieme, cioè sposati, immaginatevi un po’ cosa può voler dire. Eppure lui, Matteo, classe ”74 e un volto molto bello e poco dannato, ha scelto di spingere in mulattiera. Invece che una strada in discesa, si è infilato in un ginepraio in salita, dove c’è da sudare, da allenarsi, c’è da far fatica. E gareggia pure, da quando ha 16 anni. «Corro in moto perché è una situazione dove il mio nome non conta. Lì, vince chi dà più gas e basta». Onesto. chissà se gli è servito per ottenere gli stessi risultati nel ruolo di consigliere di amministrazione della acqua minerale San Benedetto SpA (ceduto il marchio Zoppas alla Zanussi, il core business della famiglia ora è questo oltre ai componenti per elettrodomestici). Matteo ha modi gentili, raffinati, glielo leggi in faccia che prima di tutto viene l’educazione. Ci riceve dal suo padre putativo delle moto, Albano Cescon, titolare della concessionaria Albatros a Sacile (Pordenone) di cui Matteo è socio. «Mi ha messo in sella, mi segue da sempre, mi prepara la moto e non mi fa mancare mai niente. Senza di lui non avrei fatto nulla con le due ruote». Pare che questo Cescon sia proprio un mito da queste parti. Nella sua officina sono passati un po’ tutti, compreso un altro Matteo importante, che di cognome fa Marzotto. Perché l’Enduro? «Perché stai in moto tanto, otto ore, e perché sei da solo, nessuna bagarre dove puoi rischiare di farti male». E com’è iniziato tutto? «Albano portò un giorno a casa mia una moto, un Puch 4T, la provai anche se non toccavo nemmeno e feci una derapata involontaria. Stetti in piedi per miracolo, ma venne un bel numero. Lui disse che ero portato e da lì è cominciato tutto». La prima gara? «Con la Husqvarna di mio fratello, che lui usava solo per andare a scuola. Mi ricordo ancora, su 60 chilometri di percorso 50 erano dentro una fogna». L’Enduro non è il Golf... «Già. All’inizio non sapevo neanche bene cosa fosse. Mi portò in gara un mio amico che, a metà percorso, si fermò a prendere il sole... Io pensavo di dover percorrere degli sterrati, poi mi ritrovai in posti assurdi. Però è stato bello, qualcosa che mi ha tirato dentro. E infatti da allora non ho più smesso. L’anno scorso le ho contate tutte le gare che ho fatto: 35!». Ma come fa una persona impegnata come lei ad allenarsi? «Infatti non mi alleno. Il mio allenamento sono le gare. Più corro, più sono in forma». Miglior risultato? «Qui nel Triveneto ho vinto tanto, ma la cosa che più mi rammarica è che ho perso una Coppa Italia perché mio padre, quando dovevo correre l’ultima prova di campionato, mi portò in Turchia per lavoro. Non riuscii proprio a convincerlo che per me era importante quella gara...». Anche i ricchi piangono... «Beh, se è per questo ci sono anche episodi curiosi: una volta, per punizione, mi mandarono in Messico per un periodo, convinti che la cosa servisse a forgiarmi. Invece proprio là ebbi modo di riavvicinarmi alla moto, facendo fuoristrada in posti meravigliosi e divertendomi un sacco. Ancora oggi è uno dei ricordi più belli della mia vita». Quelli brutti invece? «A 27 anni, quando lavoravo a Mediobanca. Lì ho capito veramente cosa vuol dire lavorare. Tutte le sere si facevano le 21 o le 22, anche se non c’era una necessità impellente». Difficile credere a una vita solo in bianco e nero... «Va beh, ci sono state anche parentesi divertenti, per esempio dai 22 ai 25 anni, quando ho vissuto a Milano, dove ho conosciuto e frequentato persone interessanti». Solo interessanti? «Su, lasciamo stare i pettegolezzi». Ma è vera la voce che c’è stato qualcosa fra lei e la Seredova? «Parliamo di moto...». Ok. Complimenti... Fettucciato o mulattiera? «Fettucciato, tutta la vita. Mi viene proprio bene curvare. Mia mamma, che è la mia prima tifosa, me lo dice sempre. Ma ora andiamo, mangiamo una pasta a casa mia e poi smanettiamo». Casa sua vuol dire centinaia e centinaia di metri di cinta, dove all’interno c’è il vero mondo a colori: una villa fiabesca di dimensioni inimmaginabili. Eppure manca una cosa: il garage. Matteo ha tutto, ma proprio tutto compresi campo da calcio, piscina, laghetto, ma non un box dove mettere la moto, dove giocare con gli attrezzi e dove attaccare i poster dei campioni e le proprie foto. Strana la vita. Ed ecco perché l’officina di Albano è diventata un po’ la sua seconda casa. Mentre parliamo lo incuriosisce non poco la Husqvarna TE450 2008 che gli abbiamo portato per il servizio fotografico. «Posso provarla?». Ma certo, gli diciamo noi. Non facciamo in tempo a girarci e Matteo si butta a curvare nel giardino di casa. Un prato all’inglese che avremmo timore a calpestarlo con le infradito. Piega forte, si vede che ha mestiere. E una volta sceso si rivela anche ottimo tester: « cambiata molto, la sella è più alta e stretta, sembra anche più agile, più svelta a curvare. Chissà se è rimasta piantata sul veloce come lo era prima... Il motore è dolce, però questa moto dev’essere strozzata perché non sembra spingere molto in alto». C’azzecca Matteo, si vede che è parente con la moto e con l’Enduro. Del resto in famiglia i motori hanno sempre trovato terreno fertile. Lo zio Andrea, che di cognome fa Zanussi, è proprio lo Zanussi che corre nel Mondiale Rally. Matteo però ha voluto anche condividere la passione del padre: brevetto per guidare sia l’elicottero sia l’aereo. Oltre che su terra, ha cercato emozioni nel cielo. Una volta, facendo parapendio, se l’è vista pure brutta. Oggi il lavoro lo occupa molto di più, è sempre più una routine di casa-ufficio. Però, appena può, l’Albano gli prepara l’Husky e lui smanetta. Nel portafogli ha sempre il calendarietto delle date del campionato del Triveneto. Quando il clima lo permette va in ufficio in Supermotard (possiede un’Husqvarna e un’Aprilia) e in ogni caso in macchina si fa ”cullare” dai CV di un’Audi RS4. Una parola tira l’altra, senza volerlo ci ritroviamo ad aver fatto tardi. Il fotografo la buttà lì: «E se scattassimo tutto qui, dentro casa?». «Non c’è problema» si affretta a rispondere Matteo. «Venite che vi faccio vedere dove si può girare con la moto». E ci porta sul retro della casa dove ci sarebbe lo spazio per tracciare il percorso di una mini gara. Strana la vita: c’è chi non ha il solito garage, dove riporre attrezzi e ricordi, ma che al tempo stesso potrebbe farsi una gara in casa.