Roberto Ungaro - Riders n.1 settembre 2007, 1 settembre 2007
Giorgetto
Intervista a Giorgetto Giugiaro. Designer Ore 18 di un venerdì qualunque. week end anche per lui. E il maestro si trasforma. La sua immensa energia è libera di esprimersi su due ruote tassellate. Tutto succede a Garessio (Cuneo), suo paese natale a cavallo fra Piemonte e Liguria. Lì lo aspettano gli amici di sempre: una Montesa da Trial e montagne familiari. Paesaggi che ama esplorare in lungo e in largo, da solo o in compagnia, per tenersi in forma ma anche per staccare. Da tutto e da tutti. Come se, dopo mille schizzi, arrivasse un nuovo foglio bianco sul tavolo da disegno. Matita e via. Il pc può aspettare. L’anima delle forme, a detta sua, arriva ancora da lì, dalla mano libera. E quando la libera lui, non ce n’è per nessuno: Volkswagen Golf prima serie, quella mitica, poi Fiat Uno, Panda, Punto, Croma, Lancia Thema, Delta, Alfa Romeo Alfasud, Alfa Brera, il marchio Lexus e tanto altro ancora. Che, tradotto in galloni, significa la qualifica ufficiale di designer del secolo. Ma questo lo sanno anche i sassi. Noi volevamo scoprire, invece, quanto lui fosse Riders. E lo è per davvero, molto. La sua è una storia particolare. «Ho iniziato tardi, a 40 anni, per stare dietro a mio figlio. In pratica sono stato costretto a imparare. Poi lui ha smesso e io... Eccomi qua. Non ho più mollato». Trial come stato d’animo, esercizio fisico o puro divertimento? «Tutte e tre le cose. All’inizio, quando sciavo, facevo Trial per allenarmi e per arrivare preparato all’inverno. Poi mi sono reso conto che mi divertiva così tanto che ho finito per montare in moto appena potevo, ogni week end. Vengono coinvolti tutti i muscoli del corpo e faccio delle cose che, a 20 anni, non mi sognavo nemmeno di fare. La moto è una conquista ogni giorno. Non arrivi mai al limite. E mi ha fatto scoprire angoli della Liguria e del Piemonte che non avrei mai visto. A piedi non sarei mai venuto fin quassù. Teniamo puliti sentieri che altrimenti non esisterebbero più: sarebbero risucchiati dalla vegetazione. Col Trial scopro borghi abbandonati dove una volta c’era vita: immaginarla oggi mi affascina moltissimo. Direi moto come esplorazione totale, quindi. E spesso, quando gli amici non possono, vado solo. Una bottiglia di benzina nello zaino e via. Anche questo aspetto, di poterlo vivere in solitaria, è un valore aggiunto. Senza dimenticare che un imprevisto, se si è da soli, può diventare un problema». Tipo? «Una volta, in Sardegna, vicino a Nuoro, convinsi l’albergatore a portarmi in fuoristrada. Mi fece vedere un po’ di strade che poi ripercorsi da solo. Rischiai di rimanere senza benzina, dove l’insediamento umano è prossimo allo zero. Oppure un’altra volta, quando caddi e mi spaccai cinque denti, quelli frontali. Era domenica e il giorno dopo avevo un incontro importantissimo in azienda, con dei giapponesi. Mi ricordo che comprai dei ghiaccioli e tornai a casa tenendoli uno a uno sulla gengiva, per tamponare l’emorragia. Chi mi vedeva rimaneva allibito. Arrivato a casa chiamai il dentista, dicendogli che avevo un problemino, ma nulla di che... Quando mi ha visto a momenti sveniva, ma mi ha rimesso a posto. L’appuntamento poi è andato benissimo, nessuno si è accorto di niente e il sorriso era più bello di prima». La moto da Trial è per luoghi stretti, eppure lei l’ha portata negli ampi spazi dell’Africa. «Sì, in Libia. Per visitare dei graffiti. Avevo il supporto auto, è logico, però è stata un’esperienza incredibile». Prima moto? «Bultaco. Sui parafanghi c’è ancora scritta una data, 7 agosto 1978, il giorno del mio quarantesimo compleanno e della mia prima uscita». Moto da strada? «No. Una volta mi diedero una BMW Cruiser ma era pesante, lunga e non mi piaceva. No, per me due ruote sono da Trial». Quando vede l’indoor cosa pensa: sono atleti o protagonisti di un circo moderno e motorizzato? « la dimostrazione che l’uomo non ha limiti...». Due o quattro tempi? «Ho provato il 4T di un mio amico, ma non era a posto e faticava a partire. Io, per natura, sono impaziente... E poi, quando arrivi sotto allo strappo, non ha ancora la spinta del due. Ecco, diciamo che quando sarà equivalente, allora mi convertirò». Ma Giugiaro disegnerà mai una moto? «Vedi, è difficile perché la moto non è solo estetica ma anche funzione, tecnologia pura. Bisogna essere prima di tutto appassionati, conoscere i misteri di quel mezzo ed essere anche un un po’ meccanici. No, la moto non è l’auto». Come nasce il Giugiaro che conosciamo? «Disegnando. Ho sempre disegnato. Disegnava mio padre, disegnavo io, sono un grande appassionato di pittura. Oggi posso dire che ho disegnato auto per comprarmi quadri, dipinti che mi affascinano, per entrare in sintonia con l’arte che più mi attrae (mentre parla disegna, con un legno dalla punta abbrustolita, avanzo di picnic, una moto da Trial pazzescamente reale su una pietra qualsiasi). Ho fatto tanti esercizi di pittura e di disegno: rappresentavo sempre la figura femminile. Poi, a 17 anni, ho scoperto l’auto e ne sono rimasto intrappolato. Ho trasferito su lamiere le curve del corpo di una donna. Lavoravo in Fiat, dove c’era anche mia moglie (una disegnatrice meccanica) e poi mi chiamò Nuccio Bertone. Mi promise anche di sistemarmi bene per il militare. Mi ricordo che disegnavo tantissimo sotto leva. Una produzione spasmodica in cambio di permessi frequenti». Un auto che ha disegnato e che le è rimasta nel cuore? «Be’, fra le prime ricordo la Maserati Ghibli, nel 1966, che ha lasciato il segno. Pensate che era una macchina sportiva, eppure aveva le balestre posteriori! Ricordo anche la Ferrari 250 del 1961, di un certo signor Vitale Bertuzzi, un tizio di Genova che importava whisky. Si comprò il motore e si fece fare due telai da Bertone, allora si usava così. Faceva un rumore… Per provarla, andavo da Torino ad Avigliana a delle velocità pazzesche. Era un prototipo, un’auto che ti faceva vedere i 250 km/h sullo strumento... Oppure anche la Scaglietti, una macchina a cui tolsi il serbatoio da dietro i sedili per creare lo spazio del baule. La usavo con mia moglie (con la quale è prossimo alle nozze d’oro), che si lamentava per come guidavo. Sai, era una delle prime auto con il cambio sequenziale al volante e quindi ogni tanto mi scappava la marcia». Parliamo di oggi: anche nelle moto arriveranno i cinesi? « solo questione di tempo... Ce l’hanno nella loro cultura di copiare. Glielo insegnano a scuola, mentre da noi è un atto deplorevole, e quindi non possiamo stupirci. Il problema è che, a differenza dei giapponesi, i cinesi esagerano. Mi ricordo che, quando mi chiesero di fare un’auto, volevano subito fare meglio di Audi, BMW e Mercedes. Volevano strafare, senza accontentarsi, mostrando un palese orgoglio pregresso che li portava a sbagliare. I giapponesi sono un’altra cosa: hanno nella loro cultura l’essenzialità e il rigore come valore aggiunto». Parliamo di disegno. Mano libera o pc? «Mano libera. Il primo schizzo lo faccio sempre così. Poi, al computer, lo si lavora in tridimensione ma la prima fase è sempre al tavolo da disegno. Un imprinting che purtroppo le nuove generazioni stanno perdendo. Perché la prospettiva, l’armonia, la proporzione su carta sono un’altra cosa. L’estetica è un problema di proporzioni. Una cosa è bella o brutta a seconda delle misure, della matematica. Prendiamo per esempio le piramidi: perché sono belle? Perché sono enormi. Se fossero piccole non avrebbero tutto quel fascino. E questo può valere anche al contrario: una bella idea, a volte, può rivelarsi brutta nel momento in cui la si mette nelle giuste proporzioni. Come ai Saloni, dove si vedono i debutti, i prototipi: si giudicano subito, mentre bisognerebbe aspettare; mettere le auto in strada, contestualizzarle nel mondo cui poi apparterranno». Eppure si dice che il primo schizzo, il particolare, a volte nasce da un tovagliolo di carta, da uno scarabocchio occasionale. «Sì, magari capita, per esempio in aereo, dove si è costretti a passare del tempo, ma l’idea nasce sul tavolo da disegno...». Parliamo di moto. Ecco, foto alla mano, le principali novità 2007: Husqvarna STR 650 Tamburini: «C’è ricerca, anche esasperazione se vuoi». Kawasaki Z 750: «Schizza anche da ferma. Un senso sfuggente, quella coda verso l’alto, che scappa via...». Ducati Hypermotard: «Meccanica a vista, tubi, metallo, personalità». Yamaha R1: «Sport, Giappone, schizza anche lei». KTM LC4 690: «Spigolo, becco strano, poca armonia». KTM Supermoto: «Aggressiva, c’è ricerca, arancio come colore di appartenenza». Honda CBR600RR: «Armonica, raccordata, schizza anche lei, ma è più omogenea, è bilanciata. Honda è Honda, si vede. C’è dietro molto studio. Ma adesso... Bando alle ciance, andiamo in moto!» Come un ragazzino alla prima impennata, Giorgetto scalpita. Lui è così. Energia da vendere. Un uomo che ama trasportare la sua moto su una Land Rover Defender Pick Up che si è letteralmente cucita addosso con un allestimento personalizzato e che guida a una velocità... da non dire. Un uomo curioso, esploratore nell’animo. Che ammette di non saper ”frizionare” come si deve sotto al sasso cattivo. Difetto per il quale si accusa non poco. Ma, pennarello alla mano, si trasforma in maestro: fa cerchi perfetti, giotteschi, forme che sembrano animarsi nel bianco del foglio. Un uomo che non smetteresti mai di ascoltare. Uomo di una volta, ma terribilmente attuale: capace di tornare bambino quando danza tra i rovi, in piedi sulle pedane. Un uomo speciale. Hai voglia a copiare...